Chi siamo?

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the secret sensation by mark kostabi 
Mark Kostabi – The secret sensation

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Siamo scrittori a tutto campo, non temiamo di affrontare qualsiasi argomento. Dal labirinto della vita traiamo le nostre storie, arricchendole con i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre fantasie.

Siate i benvenuti nel Mondo della Scrittura, ogni vostro commento ci sarà  gradito e ci aiuterà a crescere.

Buona lettura.

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Le sigarette dell’assassina

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La casa adagiata sulla verdeggiante collina, sembrava dominare il paesino sottostante.  Come un’altera regina che, bella e raffinata, guardasse con distacco le casette sottostanti.

L’abitazione era utilizzata nel periodo estivo e poi saltuariamente nei fine settimana.

Davanti alla costruzione, una distesa di erba rasata rendeva il prato simile al tappeto verde di un tavolo da biliardo, mentre il secolare castagno delimitava l’inizio del bosco. Era in quel punto che le precedenti proprietarie avevano fatto scavare una profonda buca.

La fossa serviva da contenitore per il compostaggio dei ricci e delle foglie degli  innumerevoli castagni e delle betulle che in autunno punteggiavano il terreno circostante.

In quella notte di fine settimana la proprietaria era all’interno della casa,  seduta nella poltrona di pelle nera.

Con una mano si scompigliava i folti capelli corvini con l’altra si portava alle labbra  l’ottava sigaretta.

Sprofondata nella posizione di riposo, tra una tirata e l’altra, guardava le falangi della sua mano destra ingiallite dalla nicotina e pensava a come stonava lo smalto blu delle unghie, macchiate di sangue.

Era esausta, ma non poteva lasciare a metà quello che aveva iniziato, non poteva mollare, non era da lei lasciare le cose incompiute.

La vendetta era quasi completata, ma ora doveva terminarla.

Solo fumando in continuazione aveva trovato la calma necessaria per valutare le prossime mosse.

Prima che la paura e l’indecisione s’impadronissero di lei e facessero vacillare la sua sicurezza, le rimaneva solo una cosa da fare: alzarsi e guardare per l’ultima volta quell’uomo che l’aveva più volte abbagliata e ingannata.

Dopo averlo ferito, lo aveva Lasciato riverso sul pavimento. Ora il meschino gemeva. Leggi il resto di questa voce

La disfida di Sant’Anna

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Serata  loffia al Bar Buffa il giovedì, al solito, sono tutti in casa a sciropparsi Mike Bongiorno ed i suoi quiz. Neanche un cane in giro, solo un paio di ragazzini attaccati al videogame, la Maria dietro il banco che divora il suo fotoromanzo-a-colori-numero- speciale e due morosi che sgranocchiano patatine e succhiano coca cola in attesa di andare in camporella.

Però c’è il Riccardo, che da solo gioca a biliardo. Non sono ancora le nove ed è già sull’allegro andante. Puzza di pesce e di vino, il primo lo vende, mentre il secondo …..

Si dice che tenga una media di una ventina di calici al giorno: due trote e un bicchiere, un’anguilla e un bianco … e va’ la che che vai bene. Se non fosse per lui la Maria avrebbe già chiuso bottega da un pezzo. Mi scruta con il suo caratteristico sguardo appannato, aggrappato alla stecca come un naufrago al salvagente e mi propone di giocarci il caffè.  Non ho di meglio da fare e accetto.

Un paio di filotti, un giro e un angolo venuti bene e mi prendo quaranta punti di vantaggio.

– Cristo – sbotta il Riccardo – sembri il Pilade!

– Sembro chi ? – chiedo distratto.

– Il Pilade – mi risponde – non ne hai mai sentito parlare? –

– Mah, vagamente – traccheggio, con l’aria di chi vuole indurre l’altro a sbottonarsi.

– Se mi offri un bianco ti racconto la storia delle sue imprese – mi stuzzica – e la sua gara contro Jimmy Senzadio, quella che tutti chiamano la disfida di Sant’Anna.

Ci sediamo a un tavolo, dico alla Maria di portare una bottiglia di pinot e il Riccardo attacca:

– Il Pilade era di Castano e faceva il rappresentante di scarpe, ma la sua vocazione era il biliardo; allora di andava al bar dell’Avanti, in Via Liberazione, dove adesso ci son dentro i cinesi: al Banco c’era il Natale e in cucina la moglie. Il Pilade passava le mattine in giro per i negozi, a combinare affari, poi mangiava un boccone e dalle due fino a sera giocava a biliardo. I soldi che ha vinto! Le legnate che ha dato! Ricordo, c’era uno che veniva tutti i giorni da Gallarate per sfidarlo, avesse vinto una volta, mai! Ha dovuto lasciar perdere.

Questo per dirti che razza di giocatore fosse il Pilade.                                                     

Ma quella che ha fatto epoca è stata la sua sfida con Jimmy Senzadio. –

Fa una pausa per bersi un bicchiere tutto d’un fiato e riprende:

– Jimmy Senzadio, una parola e tre bestemmie, era il re di Legnanello, dettava legge dalle sue parti. Mancino puro, andava a frizzantino, più ne beveva e meglio giocava. Impugnava la stecca come un’alabarda e diceva:

“Con questa stecca sistemo gli uomini e con l’altra” e si toccava in quel posto, “accontento le donne!” Quand’era su di giri, cioè quasi sempre, lo sentivi cantare:

                                                    “Sono Jimmy Senzadio,

                                                     dalle Alpi al Po ci sono solo io.”

Ma veniamo alla sfida. Sai come vanno queste cose: la gente parla, le voci girano, si fanno confronti, finché qualcuno propone di organizzare una sfida tra i due. Partono i padrini, si prendono i contatti, si decide: la sfida si fa sabato 26 luglio, giorno di Sant’Anna, ore due pomeridiane, al bar dell’Avanti. Il locale, già un’ora prima della gara, era pieno zeppo, c’era gente venuta dai paesi vicini, qualcuno da fuori provincia.

Il Natale aveva fatto la scorta di panini e di bottiglie, aveva anche assunto due ragazzotti per l’occasione, per farsi dare una mano. Il fumo che c’era! I soldi che sono girati! Ognuno dei due giocatori si era portato il suo gruppo di amici fidati, che gli segnavano i punti e gli davano consigli sui tiri da fare. Arbitro era stato nominato Felice il macellaio, che quel giorno aveva chiuso il negozio, al diavolo le bistecche e gli ossibuchi.

Si era deciso che i due avrebbero giocato a oltranza, finchè uno avesse ceduto o riconosciuto la superiorità dell’altro, tempo massimo dieci ore, dopo di che si sarebbe concordata la pari e patta. –

– E poi ? – chiedo incuriosito.

– E poi – continua il Riccardo – cominciarono a giocare. Ma non c’è niente da bere? –

Ordino un’altra bottiglia, è la seconda, il Riccardo fa onore alla sua fama, la puzza di pesce è quasi sparita, soffocata dall’altra.

– Giocarono per ore – riprende – e la sfida si manteneva in bilico. Una partita la vinceva il Pilade e una il Jimmy, e così fino a sera. –

– Chissà che noia – sproposito.

– Al contrario – s’inalbera il Riccardo – fu la più bella partita che abbia mai visto. Ad ogni tiro riuscito scrosciavano gli applausi, cambiavano le quote, fiorivano scommesse. Il Natale si fregava le mai, la macchina sparava caffè in continuazione, le bottiglie venivano svuotate in un amen. Non aveva mai visto tanti soldi in vita sua.

Verso le dieci di sera il Felice ebbe l’idea geniale, quella che fece entrare la sfida nella leggenda. Vista la sostanziale parità tra i due avversari, propose loro di giocarsi tutto in una partita secca, all’italiana, ai centoventi punti. Lo  sconfitto avrebbe pagato da mangiare ai presenti e avrebbe …. baciato il culo all’altro, in segno di riconoscimento della sua superiorità.

Il Jimmy era ciucco tradito, il Pilade sudava come una fontana e fumava una sigaretta dopo l’altra. Si consultarono con i propri secondi e accettarono la proposta. –

– E come finì ? – lo sollecito.

– Finì che ci ritrovammo tutti a mangiare e bere dal Cesarino, che allora aveva il ristorante in Corso Italia e che, adesso, ce l’ha sul lago. Che mangiata, gente! Che mangiata! Me la ricordo ancora, c’era di tutto, per tutti i gusti.

Solo al Jimmy non riuscì di mandar giù neanche un boccone. Se ne stava seduto in disparte, sputava continuamente per terra e diceva:

“Sal giùga ul Pilade – ragazzi – sal giùga ul Pilade!” –

… 

Ivano Bressan

La voglia di mare di Gino Sghira

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“Cià fiuriti, pianté lì da giugà al compiutèr, lasé perdi la televisiùn e demi trà: incoeu va cùnti la storia dul Gino Sghira, c’al vurea vidé ul mar.”

 Nonno Pino era alle prese con la sua maggiore occupazione da pensionato, la gestione pomeridiana, quotidiana, dei suoi tre nipoti, Matteo, Mattia e Marco, di dieci, otto e sei anni.

“Che raza da nom – si era lamentato più di una volta con la moglie – ma scunfundu sémpar! Pudevan non ciamàj Mario, Giuàn e Togn, tamé ca sa useva ‘na voeulta?”

“Te a ves mudernu – rispondeva la donna – e capì i rasùn di giùin, e sei fortunato che non li hanno chiamati Kevin, Johnatan e Nicholas, alura sì ca te stasevi fréscu!”

“Chi è Cino Schira?” chiese Marco, il più piccolo.

“Non Cino Schira, ma Gino Sghira – lo corresse il nonno – il suo nome vero era Schirato Luigi Domenico, la mamma lo chiamava Luisìn, il papà Ginetto, ma per tutti noi era Gino Sghira, ul strascé dul burgu di maragàsc.”

“E perchè dici era? – intervenne Matteo, il più grandicello dei tre – non c’è più? è partito? è morto?”

“Sti ‘tenti ca va cùntu la storia e alùra capiré tuscos – ribatté il nonno e iniziò a raccontare: – tutto comincia nel 1946, finita la guerra. Gino Sghira faceva parte di una famiglia numerosa, aveva sette od otto tra fratelli e sorelle, non ricordo più, proveniente dalla provincia di Treviso.” – Là  no ghe jèra pan par tuti – diceva il padre – qua se fadiga e se lavora, ma, almanco, se magna. –

“Io – riprese il nonno – me lo ritrovai in classe e poi nel banco, quando frequentavo la quinta elementare alle De Amicis. Una mattina di novembre la maestra mi aveva chiamato alla cattedra e mi aveva detto: – Pino, c’è un ragazzo nuovo, viene da lontano, parla poco e male l’italiano, lo affido a te, aiutalo a inserirsi. –

“I primi tempi sono stati difficili, parlava in uno strano modo, specialmente quando eravamo a tavola in mensa e faceva ridere molti dei miei compagni. Chiamava ‘piròn’  la forchetta, ‘sculmièro’ il cucchiaio, ‘bicère’ il bicchiere e ‘carèga’ la sedia, ma poi, a poco a poco, ha imparato a parlare come noi e a capire anche il nostro dialetto.

Siamo rimasti in banco fino alla fine dell’anno scolastico, poi, io mi sono iscritto alle professionali, lui ha smesso di andare a scuola. Non so se ne avesse voglia, di certo il padre era stato categorico e irremovibile. – Non spèndo mìa schèj par far studiare i fioj, i va a loaràre – e il piccolo Gino Sghira aveva cominciato il suo apprendistato: prima garzone di un fornaio, poi aiutante di un fruttivendolo, quindi giovane di bottega di un barbiere. E così per anni, sempre passando da un padrone all’altro. Con il tempo aveva trovato la sua strada: si era messo a raccogliere stracci, li andava a cercare nelle tessiture della zona, li lavava, li sistemava e poi li rivendeva alle massaie. Faceva, insomma, quello che all’epoca si chiamava ‘ul strascé’, lo straccivendolo, mestiere oggi scomparso e impensabile.

Dapprima girava su di una bicicletta recuperata chissà dove, in seguito si era procurato un furgoncino a pedali e, infine, un motocarro con il quale girava Legnano, sempre alla ricerca di stracci, anzi, con il passare del tempo, aveva cominciato anche a vendere la ‘conegrina’, la candeggina, che le donne usavano quando facevano il bucato.

Da adulto, passati i quarant’anni, era diventato famoso in città per certi suoi comportamenti un po’ strani: in pieno inverno, a volte, girava con scarpe da tennis, pantaloncini e maglietta a mezze maniche; spesso infastidiva i clienti dei bar, cercando di farsi offrire un bicchiere di vino; ogni tanto prendeva ‘in prestito’ la bicicletta di qualcuno per spostarsi da un posto all’altro, senza mai rubare niente, però. Insomma, per tutti era ormai, ‘quel matocu dul Gino Sghira’.

Ma aveva un sogno: vedere il mare, fare un tuffo, una nuotata in quell’acqua blu, provare l’effetto della salsedine sulla sua pelle, così come aveva sentito raccontare da chi in spiaggia c’era stato. E così, una mattina di giugno, Gino Sghira, aveva ormai superato la cinquantina, prese il treno per Milano e poi partì  per Genova. Arrivato in Liguria, scese dal treno, salì su un taxi e si fece portare sul luongomare più vicino.

– Brutta giornata, oggi, per andare al mare – commentò il tassista – è agitato, c’è aria di burrasca, potrebbe gonfiarsi da un momento all’altro. –

– Grazie – rispose il Gino – ma non c’è problema, io voglio solo vedere la marea, guardare le onde andare avanti e indietro, raccogliere qualche conchiglia. Mica devo fare la traversata! –

Scese dalla macchina, pagò la corsa e, vestito come spesso gli capitava, scarpe da tennis, pantaloncini e maglietta, entrò in acqua e cominciò a camminare verso il largo.

Camminò … camminò … camminò…

Lo ripescarono il giorno dopo, su un fondale, a circa duecento metri dalla riva.” 

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Ivano Bressan

La prima aragosta non si scorda mai

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Fu nell’estate del 1970 che il Renato mangiò per la prima volta l’aragosta.

Lui e la Giovanna, noi li chiamavamo e li chiamiamo ancora cosi, “il Renato” e “la Giovanna”, tamé ai tempi du l’uratori, si erano sposati quell’anno, in un caldo sabato di fine luglio, nella chiesa del SS. Redentore, a gésa da Rignarél. Lù el gàveva vintot an, lé vùn da pù.

Per il viaggio di nozze avevano pensato di andare in Sicilia, a visitare prima Palermo, poi Agrigento e la Valle dei Templi, quindi Siracusa e, infine, Taormina, con escursione finale sull’Etna.

Avevano trascorso la domenica successiva alla cerimonia, a casa, a preparare i bagagli e ad ascoltare le raccomandazioni dei genitori:

– Stì ténti, né, che là lascì  l’é pién da mafiùsi –

e della zia Silvia: – Ragurdévas da téléfunà tuti i sìr.-

Poi, lunedì pomeriggio, il papà del Renato, ul sciùr Ernesto, li aveva accompagnati, con la sua FIAT millecento de luxe bicolore, alla stazione centrale di Milano, a prendere l’espresso “Conca d’oro”, vagone letto, che in ventiquattrore li avrebbe portati a destinazione.

Una volta giunti  nel capoluogo siciliano, il treno era arrivato in perfetto orario, avevano preso alloggio all’Hotel Due Palme, prenotato da tempo, in Viale della Libertà, proprio vicino alla piazza del Teatro Politeama: cinque stelle, tappeti, specchi e velluti dappertutto, personale svelto e inappuntabile.

– Sèm sta’ propri bén, da sciùri – avrebbe ricordato, anche a distanza di anni, il Renato.

La prima sìra, stràchi dul viàgiu, avevano cenato nel ristorante dell’albergo, ma la secunda ìn andà foeura; àn dumandà a un vigli ‘ndué ca sa màngia bén e lù al gà dì:

– Andate verso il porto, cercate il ristorante “Le quattro colonne da Alfio” e vedrete che vi troverete bene. Si paga qualcosa, è vero, ma qualità e servizio sono di prim’ordine. –

E inscì àn fa’, ìn entrà e s’ìn setàa giò.

– Bel pòstu – l’à dì la Giovanna – bell’ambiente, mobili in stile, camerieri in divisa, accoglienza professionale. 

Poeu àn urdinà: antipasto di mare, leggero, per entrambi,  risotto alle erbe aromatiche e, per secondo, la Giovanna ha preso branzino al forno, mentre il Renato ha voluto provare l’aragosta alla catalana, con cipolle e pomidoro:

– La cùsta càra, ma sem in viàgiu da spus, guardèm nò ai dané – al gà dì alla Giovanna, e lé la gà dà ràsun:

– Mangem e bevèm – la gà rispondù – poeu vedarèm. –

E, infatti, hanno visto, altroché se hanno visto.

Finita la cena, pagato che ebbero il conto, avevano pensato di fare quattro passi sul lungomare, così, per digerire e per prendere un po’ il fresco della sera. Poi erano rientrati in albergo, ma già sull’ascensore il Renato aveva cominciato a lamentarsi:

– A sto bén nò, ma doeur ul véntar. –

– Sarà minga sta’ l’aragosta – l’à uservà la Giovanna.

– Ma no, l’é nien – l’à dì lù – adès a vem in stànsa e te vedaré c’al ma pàsa. –

E, infatti, l’é pasà, l’é propri pasà! insomma, per farla breve, il Renato l’à pasà, con rispetto parlando, la nòci sul cèss!

                       

 Ivano Bressan

Il brodetto…da sogno…

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Tic, tac, tic, il coltello veloce affettava le zucchine, mentre lasciavo scivolare la verdura nel tegame, dove il soffritto di cipolla e aglio allegramente iniziava a dorarsi.

– Lina, attenta al soffritto, dall’odore si sta bruciando ! –

La vipera aveva parlato.

Adele, con il viso coperto da una spessa maschera idratante, si stava avvicinando ai fornelli. La faccia imbiancata, da geisha nostrana, guardava con disgusto l’interno delle pentole sul fuoco.

-Ancora verdure stufate, carne…ma ragazze, non avete fantasia

-Adele, smettila di criticare e dai una mano a preparare il pranzo

-Lo sapete che preparare da mangiare m’innervosisce. Poi rimango contrariata per tutta la giornata e divento intrattabile. Comunque per me le zucchine si stanno bruciando.

Con un sorriso da capo chef Adele rientrò nel bagno: il suo regno. Davo per scontato che sarebbe uscita alle undici per fare la “nuotatina” e rientrare giusto in tempo per il pranzo. Tac, tac, tac, “questa è la lingua della vipera”, pensavo.

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Sesto senso

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Sentì un forte odore di pesce, chiuse gli occhi e si beò, per qualche istante, di questa apprezzabilissima novità. Si stirò con forza estraendo gli artigli ed inarcò la schiena. Si sentiva tonico, agile, in forma. Si diresse con molta prudenza verso il luogo da cui proveniva quello che per lui era il profumo più delizioso che conoscesse.

Vide nel cortile due donne accanto ad un tavolo e, con un balzo fulmineo, saltò su una catasta di legna alle loro spalle. Poté così notare chiaramente che stavano pulendo delle cernie. Stette ad osservare: c’erano su vari piatti dei gamberi, tranci di pesce spada, due aragoste, orate, polpi e svariati tipi di verdure, cibi quest’ultimi che lui non trovava per niente appetibili.

L’esperienza gli consigliava che era meglio non palesare la sua presenza. Non si sa mai. Occorreva essere sempre guardinghi, stare in disparte e tenere d’occhio una possibile via di fuga, per ogni evenienza. Qualche tempo prima uno dei contadini gli era passato accanto e, all’improvviso, gli aveva sferrato un calcio rompendogli due costole.

Non aveva fatto niente: semplicemente stava là. Tuttavia era di gran lunga meglio abitare in questo posto piuttosto che vivere in città dove, nella famiglia che lo aveva ospitato, lo lavavano e spazzolavano spesso e gli mettevano quel fastidioso campanellino che gli pendeva dal collo. Non parliamo poi di quella tragedia causata dall’aver messo un topo sulla soglia di casa! Un bel topone grasso e untuoso ma ormai morto.

Che paura poteva fare? Perché tutte quelle urla? Lui non capiva, non capiva proprio e doveva essere stata questa la ragione per cui lo avevano portato dallo psicologo. Comunque il suo sesto senso gli aveva suggerito di andarsene al più presto perché di sicuro sarebbe diventato come i gatti che vedeva là attorno: dormivano sempre, non cacciavano topi, non cercavano femmine in calore ed erano grassi e flaccidi.

Non se lo sognavano nemmeno di fare un salto dal davanzale della finestra ed andare ad esplorare il territorio circostante. Cosa che lui amava fare più di ogni altra.

Si era dunque trasferito in campagna e adeguato ad un nuovo stile di vita.

Qua bastava starsene in disparte, senza dare nell’occhio, e in tal modo nessuno lo avrebbe disturbato anche perché la sua abilità nella caccia ai topi, in campagna sembrava essere apprezzata, dal momento che gettavano con indifferenza i trofei che lui lasciava vicino alla casa e poi gli mettevano del cibo in un piattino.

Di giorno si limitava a procurarsi da mangiare ma la sua vera vita era di notte dove viveva avventure galanti e faceva gare di destrezza e forza con un gruppo di amici. Si sentiva libero e felice.

Si sporse un po’ dal suo nascondiglio, sicuro di non fare rumore poiché sapeva che le estremità delle sue zampe sono dotate di comodi cuscinetti, al tatto tutto era morbido per lui.

Una delle due donne era rientrata in casa poi aveva detto qualcosa ad alta voce e l’altra l’aveva raggiunta. Era il momento giusto. In pochi attimi balzò sul tavolo, afferrò con la bocca un pesce e se la diede a gambe.

Nascosto sotto la siepe notò che le due donne erano tornate ma non si erano accorte della sparizione del pesce, prese com’erano a preparare la griglia ed accendere il barbecue.

Stabilito così che poteva stare tranquillo, si mise a divorare quella prelibatezza. Decise di lasciare i resti, veramente minimi, sotto la siepe e si avviò verso la cascina camminando quatto quatto rasente al muro. Si sentiva la pelle della pancia tesa e rallentato nei movimenti. Raggiunse il suo solito giaciglio e si concesse un lungo e meritato riposo.

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Clara

 

Lassa star la scala

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Livia si guardò attorno per capire da dove fosse venuta quella voce roca, impastata dal sonno, ma non vide nessuno. Cacciò un urlo e spinse la scala lontano da sé, le caddero le chiavi e i fiori che teneva in mano, e fuggì atterrita.

Correva più veloce che poteva, compatibilmente con i suoi novanta chili di peso, la bora che soffiava forte in direzione opposta alla sua e i sassi che c’erano su quel vialetto leggermente in salita del cimitero di Trieste.

Attorno non c’era anima viva. Finalmente vide il custode che, a quell’ora del mattino, se la prendeva comoda e stava tranquillamente fumando una sigaretta al riparo, sotto una tettoia.

– Italoo,  aiutooo …-

Il forte vento impediva che lui la sentisse e quindi dovette fare un ulteriore sforzo per avvicinarsi muovendo vistosamente un braccio mentre con l’altra mano si teneva il cappello e la sciarpa.

– Italo, aiuto!  – ripeté.

– Cosa c’è? –

– Mio marito ha parlato … imperioso… come sempre… oh Dio, oh Dio… mi sento male, potessi almeno recuperar le chiavi … poi non ci verrò più! –

– Come? come? non ho capito niente! –

Il custode non aveva molta simpatia per quella signora.  Se non ci fosse stata lei, che sembrava controllarlo, sarebbe potuto arrivare con un po’ di ritardo, come faceva prima che lei prendesse la dannata abitudine di presentarsi puntuale alle sette del mattino all’apertura del camposanto.

– Venga, venga, mi segua … ecco ero là – e mostrò la lunga fila di loculi in fondo al cimitero – vede, quello di mio marito è in alto, mi ha raccomandato lui di prenderlo là perché da lassù, secondo lui, avrebbe potuto vedere meglio quando arrivavo … –

– Sì, va bene, vada avanti –

– Su in alto costa di meno, come si sa, e lui era un gran taccagno, per mia fortuna, ora che sono vedova … –

– Vada avanti!  Mi dica cosa è successo! – urlò il custode.

– Dunque, ah, sì…  sono un po’ confusa. Dicevo che per mettere i fiori e pulire la lastra devo salire sulla scala .. la scala era spostata, l’hanno messa là in fondo, dove stanno terminando i lavori, stanno costruendo altri loculi, là …  la vede?

– Sì, vedo, sarà stata appoggiata alla parete, però –

– Certo, l’ho buttata lontano quando, spaventatissima, ho sentito una voce che mi diceva di non toccarla –

– Ma va?  A quest’ora? Pochi minuti dopo l’apertura?  Con la bora che soffia a 100 chilometri orari?  Ma va in mona!–

Italo non si curò dell’effetto delle sue parole, sollevò il bavero del giaccone e si avviò verso la scala, la rimise accanto alla parete, dove la signora gli aveva detto di averla trovata, e fu a quel punto che vide il viso di un vecchio sporgere dal loculo più in alto.

Con gran fatica l’uomo uscì aiutandosi con l’attrezzo che prima gli era stato sottratto. Scese, ringraziò il custode e si avviò malfermo verso l’uscita.

Sulle spalle una coperta sdrucita ed un lacero borsone.

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Clara