Il brodetto…da sogno…

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Tic, tac, tic, il coltello veloce affettava le zucchine, mentre lasciavo scivolare la verdura nel tegame, dove il soffritto di cipolla e aglio allegramente iniziava a dorarsi.

– Lina, attenta al soffritto, dall’odore si sta bruciando ! –

La vipera aveva parlato.

Adele, con il viso coperto da una spessa maschera idratante, si stava avvicinando ai fornelli. La faccia imbiancata, da geisha nostrana, guardava con disgusto l’interno delle pentole sul fuoco.

-Ancora verdure stufate, carne…ma ragazze, non avete fantasia

-Adele, smettila di criticare e dai una mano a preparare il pranzo

-Lo sapete che preparare da mangiare m’innervosisce. Poi rimango contrariata per tutta la giornata e divento intrattabile. Comunque per me le zucchine si stanno bruciando.

Con un sorriso da capo chef Adele rientrò nel bagno: il suo regno. Davo per scontato che sarebbe uscita alle undici per fare la “nuotatina” e rientrare giusto in tempo per il pranzo. Tac, tac, tac, “questa è la lingua della vipera”, pensavo.

Adele era una compagna di Liceo, sezione C.

Eccezionalmente aveva voluto aggregarsi a noi per festeggiare la maturità; che aveva avuto esito positivo per tutti noi. Ci disse che era la giusta conclusione dei lunghi pomeriggi  trascorsi studiando con lei.

Non ci aveva mai seguito nelle vacanze,  preferiva soggiornare negli Hotel oppure nella villa dei suoi, in Liguria. Ma quella volta, aveva deciso diversamente, forse, perché incuriosita dai nostri racconti post vacanze o, per “provare” le ferie spartane, tipiche dei ragazzi figli di  operai, oppure perché veramente desiderava trascorrere un ultimo periodo con noi.

Noi inizialmente eravamo perplessi, conoscevamo il tenore di vita dei suoi genitori ma, dopo le sue ripetute rassicurazioni che si sarebbe adattata e avrebbe condiviso le mansioni, c’eravamo sentiti in colpa; non volevamo applicare la separazione di classe, così l’avevamo accettata in vacanza con noi.

Il nostro  “gruppo vacanze” ormai era consolidato dal tempo delle medie: cinque donne e tre uomini (ora rispettivi compagni di tre di noi; i single eravamo Doriana ed io) e uniti da una lunga amicizia iniziata alla scuola materna.

Da tre settimane  eravamo al mare  e  da quattordici giorni  mi maledivo per avere insistito con gli altri amici perché, anche lei, si unisse a noi. Mescolando velocemente le verdure e controllando lo stufato, ripensai al liceo e al nostro Corso.

Già, la sezione C.

In teoria una scuola “paritaria” è priva di distinzioni sociali, tutti gli alunni sono uguali, nella pratica le distinzioni esistono. La classificazione alfabetica, dei corsi definiva il livello dei professori e la provenienza degli alunni: la A era la migliore, poi seguivano le altre  e più scorreva l’alfabeto e peggiori erano le classi. Questa era sempre stata una mia convinzione e, a tutt’oggi, rimane ancora tale.

Noi otto avevamo frequentato  stesso Asilo, identica scuola elementare e media. Ci ritenevamo fortunati di frequentare la sezione C. Eravamo figli di operai che lavoravano in una grande fonderia nella provincia di Milano e avevamo come compagni  figli di piccoli imprenditori e artigiani. Anche fra le famiglie dei nostri genitori c’erano dei distinguo.

I   genitori di Mario e Bruno appartenevano da due generazioni alla “classe operaia”,  così pure i genitori di Roberto, Maria e Carla erano sorelle, nate al nord,  da genitori provenienti dalla Sicilia, dove avevano abbandonato l’appezzamento di terra per un lavoro sicuro nella fabbrica.

I genitori di Paola e i miei erano nati nelle campagne lombarde, alternavano il lavoro in fabbrica con quello sulla propria terra e la cura di alcuni capi di bestiame.

I genitori di Doriana erano “misti”: il papà, nato nella provincia di Milano, era operaio, la mamma, nata in una cittadina del Veneto, era una sarta con una clientela scelta che lei “per amore” aveva abbandonato,  trasferendosi nell’hinterland milanese, dove la sua abilità non aveva avuto  successo.

Dopo un paio d’anni trascorsi a tagliare e cucire fino a tarda sera per clienti che non riuscivano a capire la differenza fra un abito ben tagliato e confezionato con cura da un “grembiulino” da quattro soldi, decise di lavorare in un’officina meccanica come operaia.

Unico “caso raro” nella sezione C fu l’inserimento al secondo anno di liceo di Adele, figlia di avvocati con uno studio ben avviato in centro città. Con lei arrivammo sino alla maturità, anche ora mi basta chiudere gli occhi e il filo del tempo, lungo quattro anni, si riavvolge in un lampo.

La porta si apre, la bidella entra, seguita da una ragazzina che alza lentamente la testa, guarda la classe per un solo attimo, poi abbassa gli occhi mentre i capelli sottili  biondo miele le scendono come un sipario sul viso.  La bidella spinge davanti a sé la ragazza e la presenta al professore.

– Attenzione ragazzi, questa è la signorina Adele C., nuova compagna nel Corso C.

Il professore d’italiano richiamò la nostra attenzione sulla nuova venuta. Adele, da subito, fu una presenza discreta. Sedeva composta, l’abbigliamento tranquillo nei toni del nocciola o del beige, la voce bassa durante le interrogazioni. Non legava con nessuno, tutto in lei sembrava dichiarare: non voglio apparire, scusate il disturbo.  I suoi quaderni e i suoi libri avevano copertine dai diversi colori, una tinta differente per  ogni materia.

Nell’intervallo rimaneva seduta nel banco e ripassava gli appunti di scuola. Così io decisi, da buona samaritana, che noi ragazzi, dovevamo aiutare Adele ad integrarsi nel nostro gruppo. Non ascoltai i dubbi che Doriana esternava, e il tempo mi dimostrò che lei aveva indiscutibilmente ragione.

La mia Dori era un’assidua lettrice, sin dalle medie, del settimanale Amica e leggendolo con assiduità, e anche grazie anche ai racconti della madre che ricordava le clienti benestanti per le quali lei aveva creato abiti, Doriana deteneva una “visione diversa da noi “ rispetto al modo di vivere altrui.

Naturalmente, non perdeva occasione di farci notare che noi sette avevamo un’apertura mentale solo verso le materie che riguardavano la scuola, mentre escludevamo il mondo di là dal nostro quartiere, degli amici e dei parenti. Continuava a predicare come un trapano che, se volevamo uscire dal nostro ambiente, dovevamo iniziare a interessarci all’altra umanità.

Lei diceva che gli articoli di moda, le lettere al direttore, i servizi giornalistici sulla società italiana e le chiacchiere con la mamma, le avevano permesso di formarsi un’opinione sulle altre classi sociali che formavano la società italiana.

Quando noi brontolavamo che l’unica differenza fra noi  erano i sogni che lei faceva a occhi aperti, ci rispondeva che non era una ragazzina sognatrice e sprovveduta, tutt’altro, e che,  grazie alle quantità d’informazioni acquisite, poteva permettersi di avere opinioni proprie.

Dori leggeva molto, spaziava dai quotidiani ai giornali di pettegolezzi, ai fotoromanzi e poi “scremava” le informazioni.  Diceva che non bisognava prendere per oro colato le realtà viste attraverso gli occhi di quella o quel giornalista. Comunque, quello rimaneva per noi l’unico modo di conoscere la vita e i problemi delle classi più abbienti.

 Osservando le pagine dedicate ai servizi di moda, lei poteva capire se un capo era dozzinale o di qualità, quale arredamento era indicato, mentre, dalle richieste che i giovani inoltravano alla posta del Direttore, si rendeva conto che, per una fascia di adolescenti i problemi importanti esulavano dalla sicurezza di avere un tetto sulla testa, un pasto caldo, una casa pulita, l’orgoglio di frequentare il Liceo.  Per noi  sino ad allora, quello era stato tutto il nostro mondo.

Nel frattempo, imperterrita continuavo la mia “campagna di convincimento” presso gli amici per l’accettazione di Adele, mentre  Doriana continuava a frenare il mio entusiasmo. Lei continuava a osservare la nuova e, puntualmente, ci sottoponeva la sintesi dei suoi ragionamenti, che erano:

– Ma ragazzi, Adele è diversa da noi, come mai non ve ne accorgete? Si esprime in un ottimo italiano, usa  un abbigliamento  discreto ma di ottima fattura, non alza mai la voce; questi sono tutti segnali che indicano la provenienza da una famiglia agiata.

Vi chiedo:  perché una così, insomma,  non è stata inserita nella sezione A?

La faccenda è strana!  Quale genitore “declassa la sua bambina” inserendola tra compagni buzzurri che ne intaccano la “classe”? C’è sotto qualcosa !

– Doriana, sei la solita. Vedi ambiguità e punti oscuri in ogni comportamento  non corrispondente  agli schemi che tu ti sei prefissata.

Qualche mese dopo, avevo raggiunto lo scopo: Adele studiava con noi, o meglio, noi otto studiavamo a casa di Adele, nello studio di suo padre. La mamma di Adele entrava con discrezione nello studio, controllava l’acqua della teiera e la quantità di biscotti; se era il caso, ne portava altri. Ci preparava un tavolino ricoperto da una tovaglia di pizzo, con sopra una scatola di biscottini da pasticceria.

Inizialmente ci sentivamo bloccati dal lusso di quella casa, appartamenti arredati in quel modo li avevamo visti solo sulle riviste che Doriana sottoponeva alla nostra attenzione. Poi la nostra giovanile esuberanza e soprattutto la certezza che,  senza il nostro aiuto negli studi, Adele non avrebbe superato il secondo anno di Liceo,  ci aiutò a vincere  il senso d’inadeguatezza presente in noi.

In fondo Doriana aveva avuto ragione: sulla scelta dei genitori nello scegliere il corso per la figlia, aveva pesato il consiglio del preside  di inserirla nella nostra classe dove eravamo ben amalgamati e meno competitivi degli studenti di altre sezioni.

Adele ebbe sempre bisogno del nostro aiuto negli studi per superare di poco la sufficienza. La casa dei genitori di Adele era elegante, silenziosa, diversa dai nostri appartamenti nel quartiere popolare, ma, frequentandola continuamente a poco a poco la rese normale ai nostri occhi.

Non mi ero mai posta la domanda, se l’arrivo di una persona nuova nel nostro gruppo avrebbe potuto modificare i rapporti esistenti da lungo tempo e ormai consolidati. Inizialmente non mi accorsi che quella speciale alchimia prodotta dell’amicizia creatasi nel corso dell’infanzia, stava cambiando. Adele lentamente aveva modificato i rapporti fra di noi.

Noi ragazze  ci stavamo accorgendo dell’ascendente che lei aveva su Mario e Bruno. Il ciarliero Mario, quando Adele gli rivolgeva la parola, inclinando leggermente la testa da un lato e sorridendogli con la piccola bocca semiaperta, perdeva la “battuta” e sempre, quando lei era nelle vicinanze, smetteva di utilizzare il solito linguaggio sboccato e il suo viso lentigginoso arrossiva violentemente, avvicinandosi alla sfumatura del colore dei capelli.

Bruno invece aveva abbandonato i soliti jeans per dei pantaloni classici – con disperazione della madre che aveva destinato quell’abbigliamento solo ai giorni di festa – e si decise a lasciarsi allungare i capelli;  ora la sua folta chioma, color delle nocciole tostate, era legata dietro alla nuca da un nastrino di velluto nero.

Roberto, il bel tenebroso, come l’avevamo definito noi amiche, sembrava l’unico insensibile al fascino sottile di Adele. La trattava con gentilezza e con una punta di condiscendenza che di solito riservava alle ragazze minori di lui, nonostante lei fosse maggiore di noi.

Qualcosa però cambiò anche fra noi ragazze, iniziammo a vederci attraverso gli occhi di Adele. Notammo la poca classe dei nostri jeans acquistati al mercato, le magliette  sempre classiche, perché cosi non si notava che erano state acquistate in saldo,  d’altra parte i capi dai tagli giovanili subivano troppo la moda e si datavano subito.

La pelle dei nostri visi subiva i danni dei vari brufoli o dei punti neri e grassi, mentre la sua sembrava di porcellana e, ultima ciliegina sulla torta, le nostre capigliature sfoggiavano tagli azzardati; risultato delle forbici di mamme o  di zie.

Adele era sempre gentilissima con noi e anche i genitori ci erano grati per il miglioramento scolastico della figlia, grazie al nostro aiuto nello studio. Lei sembrava contenta del tempo che trascorreva con noi, e dedicandosi allo studio e in nostra presenza non parlò mai delle amiche o di eventuali amici o amori precedenti.

 Adele e i suoi genitori, per il compimento dei suoi diciotto anni, avevano invitato alla sua festa, solo noi otto e nessun altro della classe C. Per farci sentire a nostro agio e per non farci subire la “rassegna” da parte dei suoi amici di sempre, Adele – quella fu la prima volta che lei accennò agli amici di prima- ci invitò a scegliere quello che volevamo all’interno del suo armadio.

Noi ragazze in parte avevamo la stessa taglia e l’altezza di Adele e con stratagemmi vari e abbinamenti scelti con cura, ci vestimmo per la festa. L’unica che preferì rifiutare fu Doriana, a lei , il vestito, l’avrebbe cucito la madre.

Quella festa di compleanno per noi fu memorabile. Ci trovammo a conversare con ragazzi che parlavano a ruota libera di auto sportive, di case al mare in Versilia, o in montagna a Cortina d’Ampezzo. I loro padri erano liberi professionisti o piccoli imprenditori. Dai loro discorsi capimmo che la loro vita aveva una “leggerezza” che noi ragazzi non avevamo pensato fosse possibile.

-Ciao, sei un nuovo amico di Adele?

-Sono un compagno  di liceo

-Ah sì ora ricordo. Mio padre mi ha raccontato che nel nuovo liceo, finalmente Adele ottiene dei risultati. Oh, dovete avere degli insegnanti speciali. Oppure il vostro liceo statale è meno selettivo del nostro… .

Il giovane salutò e veleggio verso altri capannelli di ragazzi.

-Vuoi una bibita?

-Si, grazie. Tu sei amico della famiglia o di Adele?

-Richiesta decisa d’informazioni. D’altra parte una con i capelli di fiamma come i tuoi non può essere una persona timida!

Io lo fissai negli occhi e gli dedicai uno dei miei sorrisi speciali, diceva mia madre che, quando sorridevo, m’illuminavo di una luce speciale, proprio come mio padre.

-Perché, è forse un segreto?

-No! Se vieni con me sul divano, ti racconto tutto.

– Uhm, interessante, mi dispiace, mi stanno chiamando

Passai  vicino a Doriana e udii dei frammenti dei loro discorsi.

-No, per me il rosa è un colore da scartare. Fa troppo signorina bene. Abbiamo una personalità e questa si deve dichiarare anche attraverso l’abbigliamento.

– Hai ragione, non avevo mai pensato all’abbigliamento come qualcosa che facesse parte di me, ma solo come una lampada per incantare le falene. Gli uomini naturalmente

Non aspettai la risposta della mia amica ma svicolai verso uno dei miei amici. Noi “otto” avevamo deciso di non accennare alle professioni dei nostri genitori e anche Adele aveva concordato con la nostra decisione. Ci aveva consigliato di rimanere sul vago a fronte di eventuali domande e di sorridere.

Nel corso della festa, ricevemmo complimenti da parte di qualche “amica” di Adele per il nostro l’abbigliamento e poi, con un sorriso, ci chiedevano in quale negozio avessimo fatto l’acquisto.

Roberto era attorniato dalle amiche di Adele, il suo sorriso ironico, i suoi fitti capelli corvini, la sua figura snella sovrastava di almeno venti centimetri gli altri.  A un certo punto Adele aveva infilato il braccio sotto il suo, sottraendolo alle amiche e l’aveva dirottato verso di noi.

Alla fine di quel pomeriggio, tutti noi avevamo i muscoli della bocca “stirati” a forza di sorridere, però con la consapevolezza nuova che nessuno di noi otto amici avrebbe desiderato fare il cambio con i presenti. Le difficoltà economiche, o meglio, il dovere controllare ogni lira all’interno delle nostre famiglie, ci avevano fatto maturare velocemente e avevamo una visione più realistica della vita. Ognuno di noi si era già prefissato un obiettivo futuro da raggiungere: volevamo migliorare il nostro tenore di vita.

Fu la prima e anche l’ultima festa di compleanno di Adele cui partecipammo. I suoi genitori, ogni anno ci invitavano puntualmente, ma noi riuscimmo sempre a rifiutare senza offenderli. D’altra parte Adele non aveva mai partecipato a nessuna festa di noi otto.

Avevamo capito che i suoi genitori  ci erano grati, perché grazie a noi, la figlia ora si applicava nello studio e superava la soglia della sufficienza in tutte le materie, ma comprendevamo anche che c’era un abisso fra il tipo di vita delle rispettive famiglie. Quindi era preferibile lasciare la casa di Adele come zona franca fra noi.

Il tempo stemperò l’infatuazione di  Mario e Bruno verso Adele. La quotidianità le tolse il “manto” di ragazza irraggiungibile. Il confronto, sottile, fra lei e noi ragazze alla fine finì a favore di tre ragazze del gruppo. L’innamoramento era arrivato lentamente, e l’amicizia rendeva ancora più salde le due coppie, la terza si sarebbe formato solo in quinta liceo.

Roberto rimaneva l’unico “battitore libero”. Continuava a ricevere inviti dalle amiche di Adele e anche ad avere  alcune storie con qualcuna di loro: sebbene mai confessate. Capimmo in seguito che Adele soffriva per questo comportamento: lui aveva amoreggiato con tutte le sue amiche escludendo solo lei.

Lei che consciamente o inconsciamente aveva “regnato” sui cuori maschili dei nostri amici, per Roberto era solo un’amica.U na voce profonda, della stessa tonalità dell’acqua che lambisce i sassi e come un sussurro ritorna al mare, mi riportò alla realtà.

-Uhm, che profumino Lina, cosa stai cucinando?

-Veleno! Scusami Doriana, ma Adele mi ha innervosito.

-La serpe ha colpito ancora.  Preparati, che andiamo al mare, termino io con le verdure per il minestrone, gli altri sono andati alla spiaggia portando anche  i nostri ombrelloni e le nostre sdraio. Quando rientriamo, una frittata, bistecche, prosciutto, zucchine, caponata di melanzane e  il pranzo è servito. Il minestrone cuocerà nel pomeriggio mentre ci riposiamo. Su vai, vai!

Guardavo la testa di riccioli colore delle castagne che  mi aveva sostituito: la figura sottile emanava energia, ogni mossa era veloce e decisa.

-Grazie Doriana ma, vedi sua Maestà è in bagno e non si può disturbare.

– Lina, va bene rispettare gli altri, ma qui si tratta di non farsi sottomettere dalla classe “parassitaria”. Vai! Tanto ha pagato la nostra stessa quota, anzi dovremmo chiederle i danni perché sta rovinando la vacanza a tutti.

Entrai nel bagno, sotto lo sguardo inferocito di Adele.

-Lina, esci. Voi tutti siete a conoscenza che  non voglio dividere la stanza da bagno con nessuno.

La ignorai.  Infilai il bikini bianco a quadretti rosa, raccolsi i capelli con un elastico rosa e,  con un colpo d’anca, mi feci spazio davanti allo specchio  posto sopra il lavandino.

-Non puoi stare qui! C’ero io prima di te, Vattene! –

Adele mi dava dei colpetti per spostarmi, ma io avevo deciso di resistere. Senza parlare mi spalmai la crema di protezione filtro cinquanta sul viso e poi sul corpo. Raccolsi la mia borsa da spiaggia e, senza guardarla, uscii dal bagno.

Nella cucina aleggiavano i profumi delle verdure, cotte al punto giusto, le fragranze del rosmarino, della salvia, del pepe in grani, della marinatura che copriva la carne.  Mi sentii subito in pace con me stessa.

-Sono pronta Doriana.  Ripongo la carne nel frigorifero, tu vai a prepararti per scendere al mare e, grazie !

– Ho già indossato il due pezzi. Quando decidi, andiamo!

Noi tutti, esclusa Adele, eravamo contenti della sistemazione trovata. Il nostro appartamento era inserito in una struttura a parallelepipedo, un lungo e largo corridoio lo divideva a metà; otto appartamenti su un lato e altrettanti sull’altro. Dalla casa accedevamo direttamente alla spiaggia e il mare era a ottocento metri. Eravamo “gli unici stranieri”; gli altri erano famiglie composte da padre, madre e quattro o cinque figli, più qualche nonna. Provenivano dai dintorni di Lecce e probabilmente si conoscevano da anni.

Ogni tre giorni, la sera, organizzavano una tavolata comune dove tutti gli inquilini cenavano insieme e le risate e le chiacchiere resistevano sino a notte inoltrata. Si erano scusati con noi, chiedendoci se ci davano fastidio, in caso affermativo si sarebbero spostati sulla spiaggia.

A noi non interessava. In quelle sere uscivamo a cena, in luoghi consigliati dai nostri vicini, dove il menù era a base di pesce fresco, cucinato in modo perfetto.

-Entrate in acqua. E’ splendida! Forza “lumache”, seguiteci, noi andiamo alla boa !

Avevamo nuotato a lungo e ora, con bracciate lente, ritornavamo alla spiaggia; gli ombrelloni e le sdraio ci attendevano, ma non Adele .

Eravamo stesi al sole, occhiali dalle lenti scure per ripararci dai raggi cocenti del mezzogiorno, libri abbandonati ai fianco delle sdraio e così pure i larghi capelli di paglia e i grandi fazzoletti colorati. Il sole era una sfera abbagliante. Era il momento che noi dedicavamo alla sua “adorazione”; un silenzio “religioso” ci avvolgeva. Una lieve brezza mi solleticava il corpo portando con sè l’odore dei nostri corpi mescolato a quello delle creme, degli oli solari e delle foglie d’ulivo.

Pensavo ad Adele. Non avrei mai immaginato che la nostra amica del Liceo avesse un carattere così invidioso e dispotico. Nel corso degli anni e  sino a prima di partire per le vacanze in gruppo, lei aveva sempre mantenuto i rapporti con noi a un livello di rispetto e di cortesia. Certo aveva altre amicizie, ma lei,  quando doveva studiare, ci aveva sempre preferito agli altri.

In fondo, tutti noi del gruppo, ci eravamo sempre preoccupati per la sua solitudine di figlia unica, per la sua  fragilità da piccola  Barbie. La convivenza mi aveva fatto scoprire invece una persona sgradevole ed egoista.

-Ragazze, dobbiamo studiare qualcosa per dare una lezione ad Adele. E’ insopportabile, non ci aiuta, ha sempre da criticare sul comportamento degli altri e, ormai, sta cercando di provocare noi uomini con ogni mezzo. Anche con Mario e Bruno si è comportata così.

Due sera fa con la scusa di aiutarmi a preparare la tavola continuava a strusciare le “tettine appuntite” sulla mia schiena, in attesa di vedere la reazione di Lucia. Per allontanarla ho dovuto darle una gomitata nello stomaco. Quella si diverte a seminare zizzania . E’ solo una ragazza abituata ad essere sempre  accontentata. Ma ora la storia deve finire -.

Roberto con decisione inforcò gli occhiali da sole e ci guardò in attesa di una risposta. Lentamente Bruno, Mario, Paola, Maria, Carla, Doriana ed io ci sedemmo. Le nostre voci si accavallavano nel rispondere a Roberto.

-Ma Roberto cosa vuoi fare, lascia correre, ormai manca una settimana alla fine delle vacanze. Questa convivenza forzata ci servirà da lezione per il futuro. Prima di accettare uno nuovo nel gruppo vacanze lo sottoporremo a un “preventivo test di rodaggio”.

– No, non deve cavarsela così. Per colpa del comportamento da Barbie, ho litigato con Paola. No, le persone stupide che giocano con i sentimenti degli altri, devono pagare “pegno”. In fondo è quello che vuole Adele, giocare!

Ognuno stava pensando al comportamento di Adele nei propri confronti. Certo, ora che Roberto aveva esposto ad alta voce il suo disagio, noi ci rendevamo conto dello “stupido gioco” che lei ci aveva imposto. Una folla di pensieri si accavallò nella mia mente ma li eliminai  subito. Erano troppo crudeli.

Però Roberto aveva ragione, dovevamo trovare un mezzo per farle capire che non eravamo più disposti a sopportare le sue angherie. I nostri visi giravano a destra e a sinistra per controllare le espressioni degli altri.

-Io avrei un’idea, non è troppo crudele, anzi le darà una lezione e magari la aiuterà a rispettare gli spazi degli altri

Mentre parlava il sorriso di Doriana si allargava sempre di più: nella sua mente aveva già sviluppato un piano e, ridacchiando, ce lo sottopose.

Avevamo deciso che la sera della nostra riscossa sarebbe stata il quarto giorno prima del rientro (avevamo calcolato i tempi tecnici per eventuali strascichi). Ci eravamo accordati di cenare da “Tonino”, una trattoria a una decina di kilometri da noi. Era il posto adatto per la nostra “vendetta”. Il cuoco preparava della zuppetta di pesce eccezionale e sapevamo che Adele ne era particolarmente ghiotta e, soprattutto, eravamo al corrente che nella trattoria c’era un solo bagno.

Prima di cena, a casa, la solita Adele aveva preteso il bagno solo per sé, ma noi  avevamo ignorato le sue lamentele e c’eravamo preparate alternandoci alle docce e allo specchio. Avevamo dovuto avvisare che saremmo arrivati in ritardo.

Finalmente eravamo seduti a tavola in attesa della nostra amata zuppetta. Il profumo delle pietanze ci solleticava il naso, bastava girare la testa e si vedeva su ogni tavolo un tripudio di piatti a base di pesce e, se alzavamo lo sguardo, le stelle luccicavano. In Puglia tutto sembrava avere più gusto, più colore e più calore.

Alcuni dei commensali assaggiavano il dolce, altri erano in attesa di cominciare, come noi.

-Nove zuppette al tavolo cinque

Il cameriere arrivava con i nostri piatti. Soddisfatti, annusammo il profumo “paradisiaco” della zuppa. Lo sguardo di Lina, seduta di fronte a me, mi avvisò che era il momento. “Inavvertitamente” urtai la borsa in pecari bianca di Adele cui in precedenza avevo slacciato la chiusura di sicurezza: con un tonfo piombò sul rozzo pavimento, mentre tutto il contenuto ruzzolava attorno.

-Lina, sei la solita, sta attenta, questa è una borsa Gucci, non un pezzo acquistato alle bancarelle del mercato. Se l’ hai rovinata, dovrai sostituirla con una nuova.

Lanciandomi uno sguardo di puro odio, Adele, si abbassò a raccogliere gli oggetti sparsi in giro. La mano veloce di Roberto spruzzò nella sua zuppa  quindici gocce di Guttalax, ma tutti gli facemmo cenno di abbondare: ne versò mezza boccettina.

Eravamo al dolce e il Guttalax sembrava non fare alcun effetto su Adele. Mentre noi c’eravamo alternati nell’utilizzare il bagno -per sicurezza ci eravamo accordati in precedenza, di tenere sempre il bagno occupato-, lei sembrava non averne bisogno. Era il mio turno, mi alzai e andai alla toilette.

-Lina, Lina, esci. Devi uscire subito

-Adele, ho male di pancia, non posso uscire.

I colpi alla porta diventavano sempre più forti, ormai la nostra Barbie, era incurante delle teste che con curiosità guardavano all’interno della piccola entrata.

-Ti ho detto di uscire! Esci!

Io resistevo e non aprivo.

-Cosa succede signorina ?

Era la voce di Tonino, il proprietario.

-Non vuole aprirmi, ed io devo entrare  assolutamente!

-Signorina apra alla sua amica, dalla faccia direi che è arrivata al limite!

-Mi dispiace Sig. Tonino, ma ho grossi dolori di pancia, non posso uscire.

Il proprietario non sapeva cosa fare, il pesce era freschissimo, ma le due ragazze avevano forti dolori all’addome. Perplesso si grattava il mento e lasciava scorrere lo sguardo sui vari tavoli: no, tutto tranquillo, che stranezza, era capitato solo al nostro.

All’improvviso non sentii più bussare, frenai la tentazione di aprire la porta per vedere cosa era successo. Dovevo seguire le istruzioni, uscire solo dopo che avremmo sentivo bussare con tre piccoli colpi, poi due, uno e poi, ancora tre e infine due.

Dopo qualche minuto, che a me era sembrato un’eternità, sentii bussare in codice. Era Bruno, che stentava a trattenere le risate.

-Doriana ha accompagnato Barbie, all’aperto. Non sono ancora rientrate, no,  nessuno di noi le ha seguite. A tutto c’e un limite.

Bruno aveva risposto alla mia muta domanda.

-Lina mi raccomando, recita ancora per un poco la parte. Sai, Tonino è piombato come un falco al nostro tavolo, per fortuna a Carla è  scivolato  il piatto di Adele che è andato in pezzi. E’ stata previdente, il Guttalax è inodore e insapore, però meglio evitare complicazioni.

Eravamo rientrati a casa. Gli altri dormivano tranquilli nelle proprie stanze, ma  a  noi tre la notte si presentava lunga e “sofferta”.

Adele continuava il suo “pellegrinaggio”, letto, bagno, bagno, letto. Doriana ogni tanto scalciava per svegliarmi. Dormivamo nello stesso letto, mi svegliava sussurrandomi che ormai dovevo sostenere la recita sino alla fine. Volevamo evitare eventuali citazioni per danni da parte dei genitori di Adele.

Rientrati in città, dopo la vacanza, la “dolce Barbie” smise di frequentarci. Noi scegliemmo Università diverse, ma la nostra amicizia rimase immutata nel tempo.

Ancora adesso, quando ci ritroviamo, il ricordo della zuppetta di Tonino è sempre legato al profumo del mare, del rosmarino selvatico, del frizzantino bianco, all’odore degli abbronzanti e a un vago sentore di toilette.

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Daniela
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