La disfida di Sant’Anna

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Serata  loffia al Bar Buffa il giovedì, al solito, sono tutti in casa a sciropparsi Mike Bongiorno ed i suoi quiz. Neanche un cane in giro, solo un paio di ragazzini attaccati al videogame, la Maria dietro il banco che divora il suo fotoromanzo-a-colori-numero- speciale e due morosi che sgranocchiano patatine e succhiano coca cola in attesa di andare in camporella.

Però c’è il Riccardo, che da solo gioca a biliardo. Non sono ancora le nove ed è già sull’allegro andante. Puzza di pesce e di vino, il primo lo vende, mentre il secondo …..

Si dice che tenga una media di una ventina di calici al giorno: due trote e un bicchiere, un’anguilla e un bianco … e va’ la che che vai bene. Se non fosse per lui la Maria avrebbe già chiuso bottega da un pezzo. Mi scruta con il suo caratteristico sguardo appannato, aggrappato alla stecca come un naufrago al salvagente e mi propone di giocarci il caffè.  Non ho di meglio da fare e accetto.

Un paio di filotti, un giro e un angolo venuti bene e mi prendo quaranta punti di vantaggio.

– Cristo – sbotta il Riccardo – sembri il Pilade!

– Sembro chi ? – chiedo distratto.

– Il Pilade – mi risponde – non ne hai mai sentito parlare? –

– Mah, vagamente – traccheggio, con l’aria di chi vuole indurre l’altro a sbottonarsi.

– Se mi offri un bianco ti racconto la storia delle sue imprese – mi stuzzica – e la sua gara contro Jimmy Senzadio, quella che tutti chiamano la disfida di Sant’Anna.

Ci sediamo a un tavolo, dico alla Maria di portare una bottiglia di pinot e il Riccardo attacca:

– Il Pilade era di Castano e faceva il rappresentante di scarpe, ma la sua vocazione era il biliardo; allora di andava al bar dell’Avanti, in Via Liberazione, dove adesso ci son dentro i cinesi: al Banco c’era il Natale e in cucina la moglie. Il Pilade passava le mattine in giro per i negozi, a combinare affari, poi mangiava un boccone e dalle due fino a sera giocava a biliardo. I soldi che ha vinto! Le legnate che ha dato! Ricordo, c’era uno che veniva tutti i giorni da Gallarate per sfidarlo, avesse vinto una volta, mai! Ha dovuto lasciar perdere.

Questo per dirti che razza di giocatore fosse il Pilade.                                                     

Ma quella che ha fatto epoca è stata la sua sfida con Jimmy Senzadio. –

Fa una pausa per bersi un bicchiere tutto d’un fiato e riprende:

– Jimmy Senzadio, una parola e tre bestemmie, era il re di Legnanello, dettava legge dalle sue parti. Mancino puro, andava a frizzantino, più ne beveva e meglio giocava. Impugnava la stecca come un’alabarda e diceva:

“Con questa stecca sistemo gli uomini e con l’altra” e si toccava in quel posto, “accontento le donne!” Quand’era su di giri, cioè quasi sempre, lo sentivi cantare:

                                                    “Sono Jimmy Senzadio,

                                                     dalle Alpi al Po ci sono solo io.”

Ma veniamo alla sfida. Sai come vanno queste cose: la gente parla, le voci girano, si fanno confronti, finché qualcuno propone di organizzare una sfida tra i due. Partono i padrini, si prendono i contatti, si decide: la sfida si fa sabato 26 luglio, giorno di Sant’Anna, ore due pomeridiane, al bar dell’Avanti. Il locale, già un’ora prima della gara, era pieno zeppo, c’era gente venuta dai paesi vicini, qualcuno da fuori provincia.

Il Natale aveva fatto la scorta di panini e di bottiglie, aveva anche assunto due ragazzotti per l’occasione, per farsi dare una mano. Il fumo che c’era! I soldi che sono girati! Ognuno dei due giocatori si era portato il suo gruppo di amici fidati, che gli segnavano i punti e gli davano consigli sui tiri da fare. Arbitro era stato nominato Felice il macellaio, che quel giorno aveva chiuso il negozio, al diavolo le bistecche e gli ossibuchi.

Si era deciso che i due avrebbero giocato a oltranza, finchè uno avesse ceduto o riconosciuto la superiorità dell’altro, tempo massimo dieci ore, dopo di che si sarebbe concordata la pari e patta. –

– E poi ? – chiedo incuriosito.

– E poi – continua il Riccardo – cominciarono a giocare. Ma non c’è niente da bere? –

Ordino un’altra bottiglia, è la seconda, il Riccardo fa onore alla sua fama, la puzza di pesce è quasi sparita, soffocata dall’altra.

– Giocarono per ore – riprende – e la sfida si manteneva in bilico. Una partita la vinceva il Pilade e una il Jimmy, e così fino a sera. –

– Chissà che noia – sproposito.

– Al contrario – s’inalbera il Riccardo – fu la più bella partita che abbia mai visto. Ad ogni tiro riuscito scrosciavano gli applausi, cambiavano le quote, fiorivano scommesse. Il Natale si fregava le mai, la macchina sparava caffè in continuazione, le bottiglie venivano svuotate in un amen. Non aveva mai visto tanti soldi in vita sua.

Verso le dieci di sera il Felice ebbe l’idea geniale, quella che fece entrare la sfida nella leggenda. Vista la sostanziale parità tra i due avversari, propose loro di giocarsi tutto in una partita secca, all’italiana, ai centoventi punti. Lo  sconfitto avrebbe pagato da mangiare ai presenti e avrebbe …. baciato il culo all’altro, in segno di riconoscimento della sua superiorità.

Il Jimmy era ciucco tradito, il Pilade sudava come una fontana e fumava una sigaretta dopo l’altra. Si consultarono con i propri secondi e accettarono la proposta. –

– E come finì ? – lo sollecito.

– Finì che ci ritrovammo tutti a mangiare e bere dal Cesarino, che allora aveva il ristorante in Corso Italia e che, adesso, ce l’ha sul lago. Che mangiata, gente! Che mangiata! Me la ricordo ancora, c’era di tutto, per tutti i gusti.

Solo al Jimmy non riuscì di mandar giù neanche un boccone. Se ne stava seduto in disparte, sputava continuamente per terra e diceva:

“Sal giùga ul Pilade – ragazzi – sal giùga ul Pilade!” –

… 

Ivano Bressan
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