La voglia di mare di Gino Sghira

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“Cià fiuriti, pianté lì da giugà al compiutèr, lasé perdi la televisiùn e demi trà: incoeu va cùnti la storia dul Gino Sghira, c’al vurea vidé ul mar.”

 Nonno Pino era alle prese con la sua maggiore occupazione da pensionato, la gestione pomeridiana, quotidiana, dei suoi tre nipoti, Matteo, Mattia e Marco, di dieci, otto e sei anni.

“Che raza da nom – si era lamentato più di una volta con la moglie – ma scunfundu sémpar! Pudevan non ciamàj Mario, Giuàn e Togn, tamé ca sa useva ‘na voeulta?”

“Te a ves mudernu – rispondeva la donna – e capì i rasùn di giùin, e sei fortunato che non li hanno chiamati Kevin, Johnatan e Nicholas, alura sì ca te stasevi fréscu!”

“Chi è Cino Schira?” chiese Marco, il più piccolo.

“Non Cino Schira, ma Gino Sghira – lo corresse il nonno – il suo nome vero era Schirato Luigi Domenico, la mamma lo chiamava Luisìn, il papà Ginetto, ma per tutti noi era Gino Sghira, ul strascé dul burgu di maragàsc.”

“E perchè dici era? – intervenne Matteo, il più grandicello dei tre – non c’è più? è partito? è morto?”

“Sti ‘tenti ca va cùntu la storia e alùra capiré tuscos – ribatté il nonno e iniziò a raccontare: – tutto comincia nel 1946, finita la guerra. Gino Sghira faceva parte di una famiglia numerosa, aveva sette od otto tra fratelli e sorelle, non ricordo più, proveniente dalla provincia di Treviso.” – Là  no ghe jèra pan par tuti – diceva il padre – qua se fadiga e se lavora, ma, almanco, se magna. –

“Io – riprese il nonno – me lo ritrovai in classe e poi nel banco, quando frequentavo la quinta elementare alle De Amicis. Una mattina di novembre la maestra mi aveva chiamato alla cattedra e mi aveva detto: – Pino, c’è un ragazzo nuovo, viene da lontano, parla poco e male l’italiano, lo affido a te, aiutalo a inserirsi. –

“I primi tempi sono stati difficili, parlava in uno strano modo, specialmente quando eravamo a tavola in mensa e faceva ridere molti dei miei compagni. Chiamava ‘piròn’  la forchetta, ‘sculmièro’ il cucchiaio, ‘bicère’ il bicchiere e ‘carèga’ la sedia, ma poi, a poco a poco, ha imparato a parlare come noi e a capire anche il nostro dialetto.

Siamo rimasti in banco fino alla fine dell’anno scolastico, poi, io mi sono iscritto alle professionali, lui ha smesso di andare a scuola. Non so se ne avesse voglia, di certo il padre era stato categorico e irremovibile. – Non spèndo mìa schèj par far studiare i fioj, i va a loaràre – e il piccolo Gino Sghira aveva cominciato il suo apprendistato: prima garzone di un fornaio, poi aiutante di un fruttivendolo, quindi giovane di bottega di un barbiere. E così per anni, sempre passando da un padrone all’altro. Con il tempo aveva trovato la sua strada: si era messo a raccogliere stracci, li andava a cercare nelle tessiture della zona, li lavava, li sistemava e poi li rivendeva alle massaie. Faceva, insomma, quello che all’epoca si chiamava ‘ul strascé’, lo straccivendolo, mestiere oggi scomparso e impensabile.

Dapprima girava su di una bicicletta recuperata chissà dove, in seguito si era procurato un furgoncino a pedali e, infine, un motocarro con il quale girava Legnano, sempre alla ricerca di stracci, anzi, con il passare del tempo, aveva cominciato anche a vendere la ‘conegrina’, la candeggina, che le donne usavano quando facevano il bucato.

Da adulto, passati i quarant’anni, era diventato famoso in città per certi suoi comportamenti un po’ strani: in pieno inverno, a volte, girava con scarpe da tennis, pantaloncini e maglietta a mezze maniche; spesso infastidiva i clienti dei bar, cercando di farsi offrire un bicchiere di vino; ogni tanto prendeva ‘in prestito’ la bicicletta di qualcuno per spostarsi da un posto all’altro, senza mai rubare niente, però. Insomma, per tutti era ormai, ‘quel matocu dul Gino Sghira’.

Ma aveva un sogno: vedere il mare, fare un tuffo, una nuotata in quell’acqua blu, provare l’effetto della salsedine sulla sua pelle, così come aveva sentito raccontare da chi in spiaggia c’era stato. E così, una mattina di giugno, Gino Sghira, aveva ormai superato la cinquantina, prese il treno per Milano e poi partì  per Genova. Arrivato in Liguria, scese dal treno, salì su un taxi e si fece portare sul luongomare più vicino.

– Brutta giornata, oggi, per andare al mare – commentò il tassista – è agitato, c’è aria di burrasca, potrebbe gonfiarsi da un momento all’altro. –

– Grazie – rispose il Gino – ma non c’è problema, io voglio solo vedere la marea, guardare le onde andare avanti e indietro, raccogliere qualche conchiglia. Mica devo fare la traversata! –

Scese dalla macchina, pagò la corsa e, vestito come spesso gli capitava, scarpe da tennis, pantaloncini e maglietta, entrò in acqua e cominciò a camminare verso il largo.

Camminò … camminò … camminò…

Lo ripescarono il giorno dopo, su un fondale, a circa duecento metri dalla riva.” 

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Ivano Bressan
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