Le sigarette dell’assassina

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La casa adagiata sulla verdeggiante collina, sembrava dominare il paesino sottostante.  Come un’altera regina che, bella e raffinata, guardasse con distacco le casette sottostanti.

L’abitazione era utilizzata nel periodo estivo e poi saltuariamente nei fine settimana.

Davanti alla costruzione, una distesa di erba rasata rendeva il prato simile al tappeto verde di un tavolo da biliardo, mentre il secolare castagno delimitava l’inizio del bosco. Era in quel punto che le precedenti proprietarie avevano fatto scavare una profonda buca.

La fossa serviva da contenitore per il compostaggio dei ricci e delle foglie degli  innumerevoli castagni e delle betulle che in autunno punteggiavano il terreno circostante.

In quella notte di fine settimana la proprietaria era all’interno della casa,  seduta nella poltrona di pelle nera.

Con una mano si scompigliava i folti capelli corvini con l’altra si portava alle labbra  l’ottava sigaretta.

Sprofondata nella posizione di riposo, tra una tirata e l’altra, guardava le falangi della sua mano destra ingiallite dalla nicotina e pensava a come stonava lo smalto blu delle unghie, macchiate di sangue.

Era esausta, ma non poteva lasciare a metà quello che aveva iniziato, non poteva mollare, non era da lei lasciare le cose incompiute.

La vendetta era quasi completata, ma ora doveva terminarla.

Solo fumando in continuazione aveva trovato la calma necessaria per valutare le prossime mosse.

Prima che la paura e l’indecisione s’impadronissero di lei e facessero vacillare la sua sicurezza, le rimaneva solo una cosa da fare: alzarsi e guardare per l’ultima volta quell’uomo che l’aveva più volte abbagliata e ingannata.

Dopo averlo ferito, lo aveva Lasciato riverso sul pavimento. Ora il meschino gemeva.

Pensò che l’unica cosa da fare fosse porre fine alla sua vita.

-Sì! Doveva ammazzarlo subito affinché smettesse di soffrire-.

Con decisione gli tagliò la carotide, premurandosi però, di stare alle spalle del  corpo: non doveva sporcarsi e poi sarebbe stato un peccato essere costretta a bruciare il completo Armani.

Era un regalo del suo compagno.

Con un sorriso di perdono guardò il cadavere.

– Con il tempo ti sei rivelato una carogna! Ma per quello che riguardava il tuo gusto per l’abbigliamento non ti si poteva fare nessun appunto. Apprezzavi le cose belle! –

Con questo pensiero si appisolò nella poltrona.

Si svegliò quando il blu della notte stava stingendo. L’alba fra breve avrebbe inondato di rosea luce tutta la campagna circostante.

Doveva concludere subito quello che andava fatto.

Si sentiva piena di energia e soddisfatta per avere fatto la cosa giusta, avvolse il tappeto attorno  al corpo dell’uomo e trascinò il tutto sino alla buca dietro al castagno.

Il corpo rotolò, sprofondando nella poltiglia del fondo. Lei prese una vanga e ricoprì   tutto con circa un metro di terra. Si riservava di decidere con calma in seguito, se lasciarlo lì a decomporsi, oppure trasportarlo in qualche altro luogo.

Avrebbe chiesto consiglio alle Sorelle.

C’era sempre il rischio che, alla fine, qualcuno si accorgesse che le ossa non erano di animali bensì umane.

Comunque sinora quella buca aveva soddisfatto le esigenze delle proprietarie precedenti e tutto era filato liscio.

Trascinò il tappeto sino alla catasta di sterpaglie, preparate per essere bruciate; lei la utilizzò per eliminare potenziali indizi.

Il fumo proveniente dal rogo non avrebbe insospettito i suoi vicini, distanti almeno una decina di chilometri.

Inoltre cosa c’era di strano se,  in autunno inoltrato, si bruciano i  rovi ?

Più tardi uscì di casa, dopo avere controllato con attenzione che non vi fosse nessuna macchia di sangue o  qualche traccia che potesse tradirla.

Lei era una persona precisa, diligente.

Anche in ospedale, quando vi erano operazioni problematiche, il capo chirurgo prenotava sempre lei, Amelia, per l’assistenza; diceva che averla al fianco gli permetteva di operare in tutta tranquillità, perché lei era in grado di affrontare velocemente ogni emergenza, in perfetta autonomia.

Proprio per non compromettere la sua reputazione, lei aveva chiesto una decina di giorni di ferie  che ormai erano agli sgoccioli.

Aveva calcolato che quello fosse il tempo necessario perché l’ecchimosi attorno all’occhio sbiadisse e i punti di sutura che Gabriella, la “Sorella”, le aveva dato all’interno della guancia le permettessero di parlare senza storcere la bocca.

Si stava lavando il corpo con acqua e candeggina, bruciava un poco, ma quel lavaggio la faceva sentire sterilizzata.

Amelia sentiva l’acqua che le scorreva sul corpo e la leggera brezza che la solleticava: si sentiva rinascere, era come se le brutture vissute non la toccassero più. Aveva scelto di lavarsi all’aperto per evitare di lasciare indizi; eventuali tracce di sangue si sarebbero disperse nel terreno e poi, ora, sentiva il suo corpo finalmente libero: l’incubo era finito.

La cenere degli indumenti e del tappeto era stata seppellita a ridosso del recinto dei suoi due suini.

Aveva guidato l’auto di Marzio per chilometri, abbandonandola in una cava dismessa. Grazie al lieve chiarore dell’alba era rientrata a casa pedalando velocemente: il suo equipaggiamento da ciclista l’aveva mimetizzata agli occhi di passanti mattinieri.

Ora che tutto era sistemato, sentiva il bisogno di parlare con Virginia oppure con Gabriella.

Aveva indossato il giaccone blu e inforcato di nuovo la mountain bike e  ora pedalava con energia verso la casa di accoglienza gestita dalle “sorelle” .

L’edificio rettangolare di mattoni ocra svettava sulla cima della collina, le finestre erano spalancate al freddo sole e, dal portone centrale, uscivano delle coppie di donne che tenevano per mano dei bambini e gruppetti che chiacchieravano vivacemente fra loro.

Amelia osservava sorridendo quel quadro di umanità  quasi totalmente femminile, mentre il pensiero di quanto aveva fatto, piano piano le riaffiorava nella mente.

Aveva bisogno di aiuto: si sentiva svuotata di ogni energia. Le sembrava che il cervello ragionasse staccato dal resto del corpo. Quando ripensava alla crudezza del suo delitto non provava nulla, nessuna emozione, come se l’uccisione l’avesse eseguita un’altra persona.

Eppure si ripeteva: sono io che ho ucciso un uomo, ne ho occultato il cadavere e ora sono qui per avere… che cosa? L’assoluzione, la comprensione? Che cosa voglio da loro? Ho commesso un delitto, ma non sento nessun senso di colpa per ciò che ho fatto. Che razza di persona sono diventata?.

Coinvolgere le altre “Sorelle”, voleva dire compromettere “l’istituto per l’aiuto alla donna” e screditare  un’istituzione che aiutava  le donne maltrattate, che pensava anche all’inserimento nella società di quelle malcapitate perchè, avendo trovato il coraggio di ribellarsi, avevano a loro volta commesso un crimine. Scontata la loro pena, le donne arrivavano alla casa d’accoglienza, dove venivano inserite in gruppi seguiti dallo  psicologo.

Per l’ennesima volta si ripeté che non era giusto coinvolgere l’Istituto nel suo errore privato; doveva farsi coraggio e andare alla polizia a denunciare il delitto,  ma il suo cervello rifiutava questa soluzione.

Persa nei suoi pensieri quasi travolse “Sorella” Virginia, la direttrice.

-Amelia, stai attenta con quella bicicletta! Ho già abbastanza dolori senza che tu li moltiplichi! –

-Amelia… Amelia cos’hai? Sei pallida come Biancaneve!  Ti danno ancora fastidio i punti all’interno della guancia?  Sai, Gabriella mi ha raccontato del tuo incidente … Non capirò mai che cosa trovi di attraente in un uomo così violento!

Sì!  Sono a conoscenza che non è la prima volta che alza le mani su di te.

Lascialo! Lascialo, prima che sia troppo tardi per uno di voi due.

Un uomo così lo trovi dappertutto!

Da te non mi aspettavo una scelta del genere, ma soprattutto mi stupisce che continui a frequentarlo.

Di uomini sbagliati, tutte noi ne abbiamo conosciuti, e ne abbiamo subite le conseguenze: le ragazze che recuperiamo  ne sono la dimostrazione.

Proprio tu, una donna forte, frutto di generazioni di donne indipendenti. Donne che hanno sempre aiutato le altre e soprattutto hanno fondato questo Istituto e hanno continuato a sovvenzionarlo nel corso degli anni …

No! Non riesco proprio a capirlo!  Non comprendo la tua perseveranza nel continuare un rapporto dove il rispetto per la donna non esiste !-.

-Virginia … lasciami parlare. Sei sempre la solita, un fiume in piena!

Su, controllati e respira con calma, lascia che ti spieghi …

Sono qui perché per Marzio ormai è troppo tardi. Ed io ho bisogno d’aiuto. Devo parlare con qualcuno che mi sia amico, devo chiarire a me stessa come comportarmi… -.

-Che cosa hai fatto?-

-L’ho ucciso!… Ho nascosto il corpo nella buca del compostaggio -.

-Mio Dio! –

– Perché non l’hai lasciato? Perché arrivare sino al delitto? –

– Tu! dovresti capirmi! Tu non sei un’assassina perché non avevi abbastanza forza da uccidere il tuo uomo e lo hai solo ferito gravemente … aiutami, ti prego! -.

– Hai ragione.  Ma non riesco a pensarti come un’assassina. Il delitto è un’azione che non si  adatta a una personalità come la tua. ..forte, indipendente…-

– Anch’io pensavo di essere forte e soprattutto diversa dalle altre donne che abbiamo aiutato.

Oh, Virginia, Virginia, lui non accettava di essere lasciato. Io ero sua, dovevo essere solo sua.  Solo con il tempo ho intuito che aveva bisogno di me, come un essere  dipendente da lui,  per sentirsi potente.

Lo avevo già lasciato altre volte, ma poi lui tornava un “tenerone” con me e la storia fra noi due riprendeva. Sino a un mese fa circa quando, dopo l’ennesimo litigio, lui si è presentato a casa e … le conseguenze del suo “amore”  ha dovuto sistemarle Gabriella.

Avevo taciuto con tutti. Perché avevo paura per me stessa e poi temevo che si vendicasse con le donne dell’Istituto.  –

-Come sei potuta cadere nella sua rete? E si che nel nostro ambiente, puoi vedere a quali risultati portano questi rapporti malati.-.

-Quando si vive in prima persona un amore totale, esclusivo, qual era il suo per me, si perdona quelli che sembrano solo  scatti di nervosismo.

Dai la colpa allo stress dovuto al lavoro eccessivo; perché lui è una persona importante che deve dirigere aziende di tutto il mondo, in un ambiente competitivo come il settore della moda.

Con il tempo  gli scatti d’aggressività diventavano più frequenti, anche se poi lui ritornava un agnello e mi offriva dei fine settimana fantastici, durante i quali si dedicava solo a me. Sorrideva e mi chiamava la sua dama nera, mi guardava con quegli occhi verdi muschio sussurrando che ero tutto il suo mondo.

Allora incolpavo me stessa di essere troppo esigente con lui, potevo ben sorvolare sui suoi momenti di  aggressività, mentre, ne  ero certa per lui esistevo solo io . –

– Ero a casa per “l’incidente”, ma, per tutti ero in ferie.

Approfittando dei giorni di riposo forzato, avevo finalmente iniziato a mettere ordine nel solaio della casa, smaltendo vecchi mobili e cianfrusaglie che si erano accumulate nel corso di un secolo.-

Amelia chiuse gli occhi e tacque. Virginia rispettava il suo silenzio mentre attendeva il proseguo della confessione.

-Ieri sera, entrambi eravamo accoccolati sul tappeto, stavamo leggendo la documentazione  della fondazione.

Rovistando nel solaio, in precedenza, avevo trovato parecchi fascicoli inerenti alla fondazione dell’Istituto: quando la mia ava Maria Teresa aveva aperto la casa rifugio per ragazze maltrattate.

In un piccolo cofanetto, in fondo alla cassapanca, c’erano il suo diario e una serie di foto risalenti ai primi del ‘900.

Tenevo il diario accanto alle gambe, con l’intenzione di  leggerlo in seguito, mentre la mia attenzione era stata catturata dalle persone delle foto: donne e bambini che sembravano guardarmi risoluti e fieri, nei loro vestiti eguali fiduciosi nel futuro.

Un nodo di commozione mi strinse la gola, pensai a quante persone Maria Teresa, la mia ava, aveva dato la possibilità di rifarsi una vita.  In quel momento mi sembrò di sentire le loro voci che, attraversando lo spazio temporale,  arrivavano sino a me.

Guardavo le foto di quelle donne e pensavo alla loro forza interiore nell’affrontare i casi di violenza maschile in un mondo dove questo era allora, la norma.  Pensavo alla mia ava,  che aveva investito tutte le sue ricchezze nella sua fondazione,  sostenendola per tutta la vita e vivendo lei stessa con i suoi tre figli in quella comunità: sicuramente una scelta controcorrente per l’epoca.

Senza accorgermene, espressi il mio pensiero ad alta voce tanto ero immersa nel passato. –

La voce di Marzio mi  scosse dalle mie riflessioni.

-Secondo te, la tua ava ha fatto una bella azione? Se quelle donne erano state picchiate, vi era senz’altro un buon motivo.

Tutti quei poveri uomini, che dovevano impegnarsi per mantenere la famiglia, si consumavano nel duro lavoro e poi tornavano a casa e trovavano delle arpie che non li consideravano, figli che si lamentavano, condizioni di vita dure, nessuna speranza di un futuro migliore. Se per mantenere il rispetto per se stessi dovevano alzare la voce o le mani in famiglia, qual era il problema?

Ognuno aveva il proprio ruolo. La tua antenata e le donne come lei sono state degli errori nella vita sociale. Hanno voluto capovolgere delle situazioni dove gli uomini avevano, giustamente, riportato l’ordine!

Che cos’ è … quello ?-

Marzio aveva allungato una mano tentando di afferrare il diario, ma io velocemente mi spostai coprendolo con la gonna.

Non volevo che lui s’intromettesse nel passato della mia famiglia. Lo raccolsi e me lo portai al petto, erano ricordi al femminile, lui non avrebbe capito, lo strinsi al seno. Il diario rilegato in pelle apparteneva alla mia ava, volevo leggerlo con calma.

Marzio si era avvicinato e tentava di togliermelo dalle mani. Opposi resistenza facendolo infuriare. Lui mi colpì sulla testa dicendomi che ero una puttana come tutte le donne-.

Amelia fissò Virginia e abbassò la testa.

-Virginia a quelle parole tutta la mia rabbia repressa è esplosa e si è riversata su di lui: il suo modo malato di amarmi, per poi in seguito umiliarmi. Ero arrivata al limite.

Non  so come, ma mi sono ritrovata sotto la doccia a lavarmi dal sangue di Marzio e solo in quell’attimo ho iniziato a rendermi conto di quello che avevo fatto.

Avevo  agito come un automa, come se dovessi portare a termine un lavoro improrogabile.

Virginia, sono colpevole … ma ho paura … non sono pronta a costituirmi … non voglio andare in prigione … ho già pagato prima … perché devo subire ancora !-.

-Amelia, Amelia…

Siamo tutte persone che hanno affrontato le conseguenze delle loro azioni, pagando il loro debito alla giustizia.

Comprendo le tue paure… ma se verrà la polizia a interrogarci, come posso mentire e mettere in discussione tutto il lavoro fatto per e con le altre donne?

Rifletti, se vai a costituirti,  con un buon avvocato, i nostri sono ottimi, potresti avere una pena lieve!

-Devo pensarci.  Non so cosa fare. Ho paura, mi spaventa la pena che dovrò scontare … Lasciami del tempo.

Ciao Virginia, salutami Gabriella –

Era trascorso un mese.

Amelia aveva ripreso il lavoro in ospedale: tutto era rientrato nella normalità.

Lei era uscita un paio di volte con delle colleghe, le aveva informate che Marzio era assente per i suoi giri di lavoro.

Era rientrata nella casa in città.

Dopo quel fine settimana, non era più ritornata nella casa sulla collina.

Spesso lei si chiedeva se il tutto non fosse stato che un incubo. Poi, bastava aprire l’anta dell’armadio, vedere i completi Armani, regali di Marzio, appesi sulle grucce per risentire la sua presenza attorno a sé.

Altri giorni erano trascorsi e naturalmente di Marzio nessuna notizia.

Amelia continuava a comportarsi come se nulla fosse accaduto. Anzi, aveva fatto partecipe le colleghe dell’ospedale, della sua inquietudine, per la mancanza di notizie da parte del suo uomo.

Su loro consiglio aveva telefonato alla sede della multinazionale chiedendo notizie alla segretaria di Marzio. Con l’altra donna aveva espresso dubbi e turbamenti, ritenendo però che fosse preferibile attendere ancora un po di tempo.

Alla fine avevano concordato che lei, Amelia, avrebbe segnalato la scomparsa alla polizia della cittadina, mentre la segretaria avrebbe avvertito dell’assenza la Direzione.

La segretaria di Marzio lo aveva coperto sino a quel momento  pensando che avesse allungato la pausa ferie senza avvisare nessuno.

Venuta a conoscenza che anche Amelia non sapeva nulla dei movimenti dell’uomo e soprattutto, che non era partita in vacanza con lui, la segretaria era entrata in agitazione.

Amelia aveva compilato la denuncia di scomparsa di Marzio al distaccamento di polizia, lasciando le sue generalità.

La responsabile, il tenente Marta Corti, non era in sede, perché impegnata in un sopralluogo con alcuni agenti.  L’appuntato la rassicurò che al suo rientro, la responsabile l’avrebbe chiamata.

Quel fine settimana Amelia era rientrata nella casa sulla collina.

Nel pomeriggio, il tenente Marta aveva telefonato, chiedendole se era disponibile per alcuni chiarimenti,  circa la denuncia di scomparsa da lei compilata.

Alla risposta affermativa di Amelia, la poliziotta le aveva chiesto dove potevano incontrarsi e lei aveva risposto che si trovava nella casa sulla collina.

– Benissimo, sono a una trentina di chilometri da lei, per un sopralluogo in una cava, arriverò entro una ventina di minuti.

Sprofondata nella poltrona di pelle, Amelia fissava il tenente, pensava di avere risposto in modo esauriente alle domande della poliziotta. La donna le aveva chiesto che tipo di relazione avesse con Marzio e, sul perché avesse sporto denuncia.

Parlando, avevano scoperto che la mamma dell’agente era stata una delle ragazze aiutata dall’Istituto per donne maltrattate.

Il tenente Marta, era curiosa di tutto ciò che riguardava la madre: continuava a chiacchierare ponendo domande sull’istituto e su quante ragazze si erano riscattate  grazie al lavoro delle Sorelle; donne dedite alla salvezza di altre.

Fra le chiacchiere e le domande, Amelia si era concessa una sigaretta, controllandosi per non fumarla avidamente.

Quel continuo parlare la stava agitando. Lei non doveva né voleva mostrarsi stressata, solo che attendeva sempre più in ansia un cenno di commiato da parte del tenente.

L’attesa era snervante.

Finalmente il forte trillo di un cellulare, la cavalcata delle Valchirie, interruppe la conversazione.

– Tenente, la polizia stradale la rivuole sul luogo del ritrovamento –

– Bene, qui al momento ho finito. Avvisali che arrivo –

Si alzò, porse la mano ad Amelia, si guardò in giro per l’ennesima volta, e uscì.

Finalmente Amelia, dopo vari calici di spumante e infinite sigarette, si era rilassata e aveva deciso di pernottare lì.

Era la prima volta che si fermava a dormire nella casa dalla notte dell’omicidio.

Sdraiata sopra il copriletto di acetato rosso cardinale, non aveva voglia di infilarsi fra le lenzuola; la serata le sembrava mite e, mentre sorseggiava l’ottavo bicchiere di Carpenè  che le dava un piacevole senso di calore in tutto il corpo, leggeva il diario di Maria Teresa.

Nel torpore, si chiedeva se la cava dove era ritornato il tenente, per successivi accertamenti, non fosse quella dove c’era l’auto di Marzio…

Scosse la testa, non voleva che pensieri spiacevoli turbassero la lettura del diario che si stava rivelando intrigante.

Amelia aveva scoperto, in Maria Teresa, una donna della fine dell’ottocento giovane ma determinata.

Sinora il diario aveva raccontato la vita di Maria Teresa giovane  che appena diciottenne, aveva sposato un amico di suo padre, un uomo importante, di circa cinquant’anni, con un patrimonio solido.  Il loro non era stato  un matrimonio d’amore, almeno da parte della ragazza, ma un contratto  fra due ricche famiglie.

Lei era soddisfatta dell’autonomia che il marito le aveva lasciato nel gestire la loro grande casa, disposta su tre piani, e il personale di servizio giornaliero.

Amelia pensò: già la casa veniva sempre ereditata dalla figlia maggiore dei discendenti dell’ava.

Nel corso di cinque anni erano nati tre figli: due bambine e infine il maschio, l’erede.

Lei, nel dormiveglia aveva sfogliato velocemente le pagine che parlavano del tranquillo tran-tran della vita familiare.

Maria Teresa descriveva le due figlie, come due future bellezze, anche se la beltà era solo accennata nelle due bambine.

Emilia, bionda dodicenne con gli occhi azzurri, come il padre, e Norma un’undicenne dai capelli corvini con occhi scuri dalla forma insolita, mentre il maschietto Matteo, di quattro anni, era l’incrocio fra le bellezze dei genitori.

Amelia, fra le righe leggeva l’orgoglio della madre verso i propri figli, tranquilli, ubbidienti e belli. Girò la pagina e si trovò davanti a dei fogli bianchi e alla traccia di pagine strappate.

-Perché si è interrotta, perché ha strappato le pagine? Che cosa era successo? –

Appoggiò la sigaretta nel posacenere e rigirò il diario. Lo capovolse, lo agitò ma le pagine strappate non c’erano.

Riguardava la scrittura ordinata della sua ava con le lettere arrotondate, nessuna cancellatura, la scrittura scorrevole e poi … più nulla.

Non capiva.

Rigirando il diario fra le mani per l’ennesima volta, si appisolò.

Nel dormiveglia percepì l’acre odore emesso dall’involucro  delle sigarette che bruciava nel posacenere e iniziò a tossire.

Si svegliò, svuotò il contenuto del portacenere nel water e ritornò a letto.

Perplessa,  guardava la spessa copertina di cuoio del diario, poi allungò una mano ed estrasse dal cassetto del comodino la limetta per le unghie.

Con delicatezza fece scorrere la lama nello spessore del cuoio e trovò una fessura; lentamente fece entrare la limetta, muovendola con circospezione. Dopo qualche tentativo a vuoto, riuscì ad agganciare qualcosa che trascinò all’esterno.

-Ecco dove erano nascoste le pagine mancanti!-

Dolcemente aprì i fogli ripiegati e iniziò a leggerli.

… la serata era terminata come al solito e tutti eravamo a letto. Mi ha svegliato un colpo secco, era il tuono, seguito dal rumore tamburellante della pioggia.

La camicia da notte era intrisa di sudore e il caldo incombeva su di noi: tutto sembrava immobile nella camera.

Mi girai verso Attilio.

-Per favore va ad aprire le imposte, preferisco rischiare di bagnare il parquet della stanza ma che entri un poco d’aria…non riesco a riprendere sonno. –

Allungai la mano oltre la mia spalla, Il letto era vuoto.

Mi sedetti chiamandolo a voce bassa, non volevo svegliare i bambini: nessuna risposta mentre un lampo illuminava la stanza completamente deserta.

A piedi nudi la attraversai e uscii nel corridoio, avanzavo a piccoli passi nel chiarore del canfino che tenevo davanti a me.

Aprii la porta della stanza di Emilia: la tenue luce della lampada illuminò il letto vuoto.

Affrettai il passo verso la camera di Norma e sentii dei bisbigli.

-Oh mio Dio, speriamo che non sia successo nulla –

Ora i bisbigli erano suoni inarticolati, soffocati.

-Sta zitta! E tu Emilia smettila! Se continui a mordermi, un manrovescio, non te lo toglie nessuno! Smettila di agitarti,  Norma, sta  ferma. Vedrai che bel gioco t’insegna papà!  Emilia, basta!

Uhm!  La mia bambina è gelosa delle attenzioni che ora rivolgo a Norma. Non ti preoccupare … poi gioco ancora con te…!-

-Papà, sei cattivo, lasciala, lasciala, non fare male anche a lei..-

Aprii la porta, illuminando, con il cono di luce, il letto.

Il corpo di Attilio, sovrastava mia figlia, mentre Emilia  disperatamente colpiva a pugni chiusi le spalle del padre.

Rimasi immobile, fissavo tutti e tre e non capivo, non volevo comprendere. Poi Attilio con il viso contratto si girò verso la luce.

-Cosa ci fai nella camera di nostra figlia! Vattene… –

 Mi apostrofava con durezza mentre tentava di introdursi fra le gambe di Norma.

-Attilio! Che cosa stai facendo?-

-Vattene, donna…sei solo una stupida donnetta…Le figlie sono mie e le uso come voglio!-

Mi trovai sopra di lui intenta a colpirlo con il canfino, mentre il petrolio usciva e scintille di fuoco precipitavano sui corpi.

Ora era una lotta fra me e lui, usai denti, pugni, calci contro Attilio. Aiutata da Emilia che lo morsicava ai polpacci mentre Norma ripresasi, soffocava le fiamme sulle lenzuola.

Eravamo un turbinio di corpi.  Nel corridoio continuavo a colpirlo all’inguine mentre lui mi tirava i capelli, lo spingevo senza sosta, volevo allontanarlo dalle stanze dei miei figli. Emilia ed io lo colpivamo senza sosta.

-Siete delle femmine isteriche ora vi sistemo io –

Attilio si erse dinanzi a noi: Emilia ed io  all’unisono gli demmo una spinta con tutte le nostre forze. Fu un attimo, Attilio sembrò per un momento sospeso nell’aria, poi precipitò in fondo alle scale, dove giacque inerte.

Ci guardammo: era tutto finito, almeno lo speravo. Il silenzio fu interrotto dai singhiozzi provenienti dalla stanza di Matteo.

Mi precipitai.

-Cosa c’è tesoro? Hai fatto un brutto sogno ?-

– Stai vicino a me mamma! Ho paura! Ho sognato dei mostri !–

-Tranquillo caro. Ora ci sono io, vedrai che i mostri non torneranno! –

Le mie  figlie mi guardavano dalla soglia della stanza tenendosi abbracciate.

-Mamma è finita! Ora dovremmo chiamare il medico! –

-State qui con Matteo, io vado a telefonare al dottore! –

Matteo chiese

-Cosa è successo… perchè tanto rumore… –

– Papà è scivolato dalle scale e si è fatto molto male…, no! Non andare Matteo, aspetta che torni la mammma. –

-Stai fermo Matteo! Su caro, fatti forza, non piangere. Papà cadendo dalla scala  ha picchiato la testa , se lo vedi, ti spaventi. Aspettiamo il medico…Vieni…-

I fratelli si strinsero in un abbraccio rassicurante.

All’arrivo del dottore, il corpo di Attilio era già stato rivestito parzialmente. Avevo badato a infilargli le mutande e le braghe del pigiama, stando attenta a lasciarlo nella posizione di morte e a non sporcarmi di sangue. Avevo fatto volare il canfino giù dalle scale e poi l’avevo posto vicino al corpo, spostando i frammenti di vetro vicino a lui.

-Signora mi dispiace, ma per suo marito non c’è più nulla da fare. Devo compilare il certificato di morte. Probabilmente,  arrivato in cima alla scala, ha perso l’equilibrio ed è caduto sulla schiena… Poveri ragazzi, così giovani sono già orfani e lei signora ancora così giovane, si trova ad affrontare questa disgrazia!.

Venite in cucina con me… vi preparo una tazza di te… Venite poveri cari… Meglio avere il ricordo di vostro padre vivo e pieno di forza e non di quel corpo inerte.

Su..su bambini venite in cucina!-

Alle parole del medico noi tre scoppiammo in un pianto dirotto, mentre Matteo cercava di consolarci.

Seppellimmo Attilio con un funerale degno del posto che rivestiva nella società. Dopo un anno, con le mie proprietà e i proventi finanziari ero divenuta una vedova ricercata. Però non aveva nessuna intenzione di sposarmi ancora.

Scelsi di costruire una casa di accoglienza per  ragazze maltrattate o giovani donne abbandonate dai loro uomini.

Io e i miei tre figli ci trasferimmo nell’accogliente edificio, dove iniziammo una nuova vita.

Per me ed Emilia fu molto difficile. Lei, povera cara,  aveva cercato conforto presso il confessionale, ma aveva trovato un prete  insensibile che l’aveva sottoposta a una serie di domande personali, facendola sentire sporca e colpevole. L’aiutavo facendola partecipe dei problemi delle donne maltrattate, così si sentiva meno sola. Norma stava superando lo choc di quella notte… ma l’unico uomo da cui accettava i baci e gli abbracci era Matteo.

Per fortuna mio figlio non aveva nessun ricordo di quella notte e cresceva sereno in un ambiente al femminile. A lui non mancherà mai l’affetto di tutte noi.

Avevo scelto il personale, che mi doveva aiutare nella gestione della casa, fra le donne che lavoravano  in fabbrica oppure negli uffici, disposte a collaborare con me. Persone dal pensiero indipendente e dal cuore grande: scegliemmo di chiamarci sorelle; eravamo donne laiche che aiutavano le altre.

E’ ironico che da un delitto io sia uscita indenne. Anzi ero  portata ad esempio in tutto l’ambiente da me frequentato.

Caro diario, non ho più bisogno di te… Anzi la mia confessione, se letta, potrebbe rovinare i miei figli, però qui è descritta la mia parte di anima nera, che non devo e non voglio dimenticare.

Addio.

 

Amelia lasciò scivolare i fogli sul pavimento e si accese l’ennesima sigaretta, mentre i cerchi di fumo salivano verso il soffitto a baldacchino del letto, rifletteva … era già accaduto… tutto era iniziato da un incidente e lei ora aveva commesso un delitto.

Chissà com’era stata la vita delle altre inquiline della casa, tutte donne della sua stirpe.

Una risata ironica  le chiuse la gola… no…doveva stare calma. Nessuno doveva sapere del contenuto del diario, lo avrebbe fatto sparire al suo risveglio.

Con questo pensiero scivolò nel sonno.

Nel buio della notte, la figura snella si avvicinava rapidamente all’ingresso della casa. La luce esterna sulla soglia le illuminava il percorso.

Erano le tre circa, ma al tenente Marta non importava, anzi voleva  interrompere il sonno di Amelia.

Gli accertamenti alla vecchia cava avevano confermato che l’auto ritrovata apparteneva a Marzio, il fidanzato “scomparso”: la signora aveva molti chiarimenti da darle.

Il trillo del campanello interruppe  inutilmente il silenzio.

-Quella sta dormendo beata, ed io devo fare gli straordinari –

Seccata, girò attorno alla casa mentre chiamava Amelia al cellulare … Inutilmente.

Era arrivata sul retro, un refolo di vento le portò un odore acre d’indumenti bruciati. Seguendolo  vide le fiamme uscire dalla finestra del secondo piano.

Fece saltare la serratura  e si precipitò al piano superiore, mentre chiamava i vigili del fuoco.

Le fiamme lambivano il corpo riverso di Amelia, i capelli neri iniziavano a bruciare. Senza pensare Marta si sfilò la giacca della divisa coprendosi la testa e trascinò il corpo della donna dal letto sino al corridoio.

Tossendo e boccheggiando, avvicinò il viso alla testa di Amelia: troppo tard,i era morta, soffocata dal fumo.

Le fiamme proseguivano la loro danza avvolgendo ogni cosa all’interno della camera.

Marta si appoggiò la donna ad una spalla e traballando riuscì a scendere le scale e a uscire all’aperto, dove depose il corpo senza vita di Amelia.

Il suono di una sirena in avvicinamento rompeva la tranquillità.

I vigili del fuoco avevano domato l’incendio e i suoi colleghi del distretto stavano stendendo un rapporto.

Marta ai margini del bosco, fra i castagni, osservava con particolare   attenzione la buca del compostaggio.

.

 Daniela Casellato

 

 

 

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