Archivi categoria: Raccolta di racconti brevi

i racconti della girandola

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Prefazione

Un rapido movimento impresso dal vento e la girandola, così simile ad una rosa dai tanti petali, comincia a ruotare fino a confondere, in uno solo, i suoi smaglianti colori.

“I racconti della girandola” è parso un titolo appropriato alla raccolta di racconti 2014 /2015 che si presenta in tanti capitoli separati, scritti dai vari partecipanti al laboratorio di scrittura creativa, ma non indipendenti l’uno dall’altro.

Ogni autore ha pensato una storia, l’ha sviluppata a modo suo, però l’ha iniziata collegandosi alla frase finale del racconto precedente. Partendo da lì, ma in tutta libertà, ognuno si è messo in gioco, a volte evocando esperienze personali, altre desideri e aspirazioni, oppure riflessioni e fantasie.

Il risultato è un tutto unico che racconta la vita, in cui immaginazione e realtà si uniscono in un moto circolare infinito. L’immagine della girandola ha risvegliato negli autori la voglia di giocare con le parole e con le immagini, spingendoli a cercare con allegria l’armonia degli elementi che compongono questa raccolta.

 

                                                                                                                                                                  Marilia Paoli

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..Per leggere l’intera raccolta cliccare su sito:
https://www.dropbox.com/s/v0s7s7qxv56bww1/I%20racconti%20della%20girandola.pdf?dl=0

 

 

Trame della memoria

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Prefazione

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Che cos’è la memoria?

E’ la facoltà della mente di richiamare alla coscienza le esperienze passate anche se talvolta ciò che noi ricordiamo è filtrato attraverso quello che noi siamo ora.

Ricordare ci è spesso di conforto e ci fa rivivere il passato come un tempo favoloso, che rimpiangiamo.

Questa raccolta di racconti è scaturita da quello che ogni autore ha desideralo e sentito di dover comunicare, a volte anche con brevi liriche.

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Marilia Paoli

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Le bugie di san Giuseppe

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Nella mia infanzia il 19 marzo è abbinato alla Milano – Sanremo, all’odore della vaniglia e dello zucchero a velo. Sentivo i due profumi appena alzata e li seguivo, sempre più intensi, nel tragitto fra la mia cameretta e la cucina.

Nel mio paese era consuetudine preparare le frittelle in quella ricorrenza. C’era chi le preparava di verdure, chi di riso e chi dolci: quelle ultime si chiamavano bugie. La mia famiglia ha sempre avuto un debole per il dolce, quindi la mamma impastava con impegno un gran numero di bugie che avremmo mangiato a merenda, in attesa di sentire, alla radio, l’arrivo della Milano – Sanremo.

Le frittelle normali (ferscioi) la mamma ce le preparava spesso anche in altri periodi dell’anno, ma le bugie no; quelle si mangiavano solo a san Giuseppe ed erano profumate, friabili e dolci al punto giusto.

Milano – Sanremo e bugie sono ricordi così collegati nella mia memoria che mi è difficile staccarne uno dall’altro.

In quegli anni la festa di san Giuseppe era un giorno festivo e noi bambini potevamo dormire un po’ più del solito. La mattina del 19 marzo 1952, in cucina avevo trovato il gran­de piano in marmo del tavolo in cucina coperto, quasi com­pletamente, dalle sfoglie per le bugie.

La mamma, aveva,  riservato una parte dell’enorme tavo­lo alla mia colazione. Su una tovaglietta in fiandra celeste, c’era una grande tazza bianca scannellata, con bordo blu, piena, fino a due dita dal­l’orlo, di latte fumante già zuccherato. A lato della tazza c’era un pezzo di focaccia genovese, senz’olio, come piaceva a me. La mattina era fresca ed era gradevolissimo tenere tra le mani la tazza calda mentre guardavo la mamma lavorare.

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Il pan di Spagna

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Maggio2012 Michele Tirico

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IL PAN DI SPAGNA

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Non avrei mai pensato di scrivere qualcosa che avesse a che fare con ingredienti, dosi, modalità di preparazione e tempi di cottura di una ricetta gastronomica. Eppure “ho dovuto” farlo, visto che quest’anno anche la gastronomia ha alimentato la nostra creatività.

Ho fatto una gran fatica e me la sono presa con le donne della mia vita (madre, moglie, sorelle) che non mi hanno mai obbligato a collaborare in cucina. Ancora una volta mi ha “soccorso” il ricordo di mia madre e del suo favoloso pan di Spagna, gustoso se inzuppato nel latte e squisito se farcito con abbondante crema pasticcera e al cioccolato.

Mi sembra di vederla in cucina, aiutata dalle mie sorelle, sbattere i tuorli con lo zucchero in una terrina e in un’altra trasformare “i bianchi”, come chiamavamo da piccoli l’albume, in una soffice nuvola, poi mescolare e amalgamare delicatamente i due composti e trasferire quella meraviglia in due teglie da portare subito al forno a legna, proprio di fronte alla nostra abitazione.

Io da quel momento non mi allontanavo da casa, nemmeno per andare a giocare con i miei amici, mi interessava solo l’arrivo trionfale del mio dolce preferito.

Ancora oggi sento il suo profumo che, finché il pan di Spagna era caldo, si sentiva in tutta la casa; ci voleva la determinazione di mia madre per evitare che il fragrante dolce subisse l’oltraggio di essere sbocconcellato prima della farcitura.

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Il frutto della salute

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IL FRUTTO DELLA SALUTE

                                        Antonia De Bernardi

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Peloso, di un peloso un po’ ispido come il manto di un bassotto a pelo ruvido, ha la buccia un poco raggrinzita per non aver subito il freddo di una cella di conservazione. E’ sodo, al tatto, né cedevole né duro. Quindi maturo al punto giusto.

La lama del coltello lo taglia lungo il suo equatore. Un tenue profumo di fresco stuzzica le narici e prepara ad assaporarlo. Ha la polpa verde come il verde dell’olio appena franto.

Attorno al centro, di un verdolino tendente al crema, una corona di numerosi semi, piccolissimi, neri e lucenti come Jais. La mano sinistra ne accoglie una metà mentre la destra impugna il cucchiaino che intacca la polpa il più vicino possibile alla buccia, affonda delicatamente, manovrato con cura e leggerezza, poi si sfila per affondare di nuovo nella polpa liberata e staccarne dischetti succosi.

In mano resta uno scodellino con una sottile patina interna di un verde quasi smeraldino. Simile al raschietto di una pellerossa che concia le pelli, il cucchiaino gratta la poca polpa rimasta, fino a lasciare la sola buccia, trasparente e delicata come una preziosa tazzina di porcellana.

Non una goccia di succo è andata perduta.003 - Copia

I tagliolini dell’Ascensione

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Maggio 2012    Fedora D’Annucci

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I TAGLIOLINI DELLA’ASCENSIONE

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Sto passeggiando lungo il canale Villoresi e mi godo la bellezza delle prime foglie della vegetazione circostante, sollecitate dal tepore della tardiva primavera.

Sento un festoso vocio di bambini provenire dalla fattoria didattica vicina al canale e contemporaneamente il muggito delle mucche, ormai abituate alla presenza e alle carezze dei bambini che ogni anno, tra aprile e maggio, completano nella fattoria il percorso stabilito.

Mentre ritorno con la mente ai miei alunni e ai progetti sull’ambiente realizzati a diretto contatto con la natura, un gradevole profumo di latte appena munto mi investe e mi riporta indietro di molti anni; mi riporta al giorno dell’Ascensione, alla tradizionale processione che attraversa le stradine periferiche dove il mio paese finiva e i campi prendevano il posto delle case,  soprattutto mi riporta al piatto tipico di quella giornata la cui ricetta le nonne avevano trasmesso alle nostre mamme: i tagliolini fatti a mano, cotti nel latte zuccherato e profumati con tanta cannella.

Mi sono rivista bambina salire su un panchetto con mia sorella e mio fratello ad osservare, curiosi, mia madre impastare la farina con le uova fresche delle nostre galline, farne dei panetti e ricavarne per ognuno una sfoglia, resa poi trasparente come un velo, usando braccia e matterello.

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Le chiacchiere

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002 - Copia

Maggio 2012    Franca Giuseppina Rossi

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LE CHIACCHIERE

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Dalla finestra attraverso il vetro osservo i fiocchi di neve che scendono fitti. Che incanto il giardino ammantato di bianco! Questa nevicata, con la sua suggestione, trasporta i miei pensieri altrove; ai luoghi dell’infanzia… Al camino scoppiettante e al profumo delle frittelle e delle chiacchiere che si associa nella mia mente al periodo festoso del Carnevale. Si materializzano gesti, persone e situazioni richiamate dal passato.

Nella grande cucina con le piastrelle bianche e blu e le pentole di rame appese alle pareti, voci infantili s’inseguono tra allegre risate, mentre il cane tranquillo dorme davanti al fuoco. La mamma dispone sulla spianatoia la farina a fontana. Io, felice di poter partecipare, aggiungo con manine grassottelle lo zucchero e il sale. Poi sul bianco cratere piovono le uova, il burro liquefatto e un bicchierino di grappa.

Le mani della mamma lavorano con energia l’impasto finché diventa una palla giallo-dorata, morbida e liscia. Delicatamente viene avvolta in un tovagliolo e lasciata riposare. L’orologio a muro scandisce lentamente i minuti, mentre con ansia attendo lo spostamento della lancetta più lunga sul numero 6. E’ quello il segnale di “tempo scaduto “come mi è stato detto. A quel punto spargo la farina facendola scorrere tra le dita e la spianatoia si copre di neve bianca.

“Ecco è come la nevicata fuori” dico allegra e poi esulto:

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La zuppa Parmentier

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LA ZUPPA PARMENTIER

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Gli ospiti dovrebbero essere qui tra un’ora e in quest’ora ho ancora alcune cose da fare.

Tutto è già pronto per la cena, dall’antipasto al dolce, manca solo la zuppa Parmentier, che, a mio parere, per questa serata invernale è semplicemente perfetta.

Natale è passato da poco, ma le abbuffate sono già state dimenticate. L’appetito, si sa, riemerge immancabilmente, così posso rimettere in scena la speciale arte dell’accoglienza puntando sull’eccellenza del cibo e sull’estetica della tavola. La creatività mi guida nella sceneggiatura di questo evento. Prima cosa: qualità nei dettagli. Voglio che tutto sia perfetto, senza neppure una nota stonata che guasterebbe il ricordo di questa festa di compleanno. La tovaglia della nonna, di lino bianco con inserti di pizzo, è stata stesa, e le posate d’argento di famiglia, con le iniziali incise, sono state accostate ai calici di cristallo e ai sottopiatti dorati. Nel complesso la tavola ha un aspetto elegante e ricercato. L’ambiente è accogliente perché le pareti della zona pranzo, di un tenue color albicocca acquistano, alla luce delle lampadine accese, una tonalità più calda, simile a certi tramonti estivi, dolci e teneri. Osservo con occhio critico l’insieme. Qualche piega dispettosa è ancora visibile sulla tovaglia, nonostante la stiratura, ma vi poserò sopra un piatto di portata, così nessuno la noterà.

Cucinare non è tra le attività creative da me preferite perché mi colpisce sempre sfavorevolmente l’idea che il prodotto di tale sforzo avrà vita breve. Una poesia, un dipinto, un lavoro a maglia potrebbero resistere per decenni, secoli persino, se qualcuno ne avesse cura. Ma i cibi cucinati verranno divorati più o meno nel giro di un’ora, lasciando solo fastidiosi avanzi.

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La pizza

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008 - Copia

Maggio 2012                 Cristina                      Bianchini  Massoni

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LA PIZZA

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La pasta giaceva sonnecchiando nella terrina, coperta da un panno umido ed avvolgente.

Si godeva il suo meritato riposo, morbida, vellutata ed elastica; aveva superato la fatica impegnativa e sfibrante di essere amalgamata, manipolata, sbattuta, tirata al punto che l’acqua, la farina e il lievito avevano ormai perso i loro connotati originari e si fondevano ora in un elemento compatto e omogeneo.

La bianca materia si concesse un sonno ristoratore, ma, al risveglio, scoprì di essere cambiata: cresciuta nella consistenza ariosa, aumentata di volume, gonfiata a dismisura, debordante dalla cima della terrina e appiccicata al panno dal quale si distaccava a fatica.

Ma non si trattava di un trauma. Le mani del cuoco erano veloci e la afferravano con sicurezza, con movimenti decisi ma non violenti, e lei si lasciava accarezzare e plasmare con piacere e docile sintonia. Assecondava le sue dita e si stendeva con sensualità sulla teglia unta con un po’ d’olio d’oliva, godendo di ogni singola carezza per essere spianata.

Attendeva poi di essere rivestita di un bel rosso pomodoro, rifinita con ghirigori di olio lucente, ricami di origano stuzzicante e un candido mantello di tenera mozzarella a dadini.

Le mancava ora solo una nicchia di tepore, un nido caldo, un forno accogliente in cui sprigionare il suo aroma intenso e invitante e pavoneggiarsi come una bella donna, conscia della sua disarmante bellezza, del fascino inebriante che emanava, del forte appetito che risvegliava.

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Meeting

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giugno 2013 001 - Copia

Maggio 2012   Daniela Casellato

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MEETING

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Dalla sala da pranzo dell’Hotel Palace i camerieri entravano e uscivano silenziosamente, ma, una volta superato l’arco d’ingresso alla sala, era una esplosione di voci, uno sfavillio di luci, una miriade di colori. Le signore sfoggiavano abiti che avrebbero fatto invidia alla creatura più dotata, in natura, di sorprendente eleganza: il pavone.

La stupenda vetrata della grande sala circolare permetteva la visione del mare da ogni tavolo: il cielo stellato, le luci dei natanti agli ormeggi, le tremule lampare delle barche uscite per la pesca notturna erano uno scenario affascinante. Luisa, con un sorriso di circostanza stampato sul volto, spostava lo sguardo con apparente indifferenza da un tavolo all’altro, ma era invece attenta a tutto quello che le accadeva attorno.

Certo che l’azienda, quando organizzava le cene di lavoro, non badava a spese. Anche questa volta la scelta si era rivelata ottima. Riportò l’attenzione sui commensali del suo tavolo, che bene rappresentava il suo mondo: era dal lavoro che traeva  le migliori soddisfazioni. Lo sguardo si fermò sulla persona che le era accanto: suo marito Gino. Come al solito, mangiava con voracità i tagliolini all’astice e non degnava di uno sguardo la raffinata signora bruna, splendida nell’abito di candida seta che dall’inizio della cena tentava inutilmente di avviare con lui una conversazione.

Luisa pensò: “S’accorgerà che è fatica sprecata. Per Gino un piatto di pasta è più interessante di qualsiasi conversazione”.

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Risotto con la zucca

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giugno 2013 002 - Copia

Maggio 2012         Marinella Praderio

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RISOTTO CON LA ZUCCA

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“Questa sera si fermano a cena Claudia e Marco con i nostri figli.” le annunciò il marito mentre aveva appena messo un piede in casa e non aveva ancora chiuso l’uscio. Lei borbottò tra i denti emettendo qualcosa di simile ad un grugnito e disse: “Mai una volta che si degnino di avvisare per tempo.”

“Non preoccuparti, ho già affettato io i salumi e il pane, ho tagliato e lavato il radicchio… sono stato bravo?”

“Bravissimo!” confermò schioccandogli un sonoro bacio sul naso camuso e proseguì: “Apparecchia in sala così non verranno a curiosare in cucina.” Tolse dal freezer una confezione di frutti di bosco, che sarebbero serviti per decorare le coppette di gelato a fine pasto. “Se non dovessero sgelarsi a dovere le metterò nel microonde per qualche secondo.” pensò, mentre decideva cosa avrebbe potuto cucinare come primo piatto.

Fino a poco prima non si aspettava di avere quattro ospiti in più a tavola: “i Famelici”, che raccontavano di pranzare e cenare solo con il primo o il secondo piatto e della frutta, nei giorni lavorativi, per non appesantirsi; mentre nei fine settimana, soprattutto quando venivano invitati, lasciavano giusto le gambe del tavolo e i piatti da lavare, ripuliti con cura maniacale da montagne di “scarpette” di ogni misura.

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Le crocchette dell’ipocondriaco

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012 - Copia

Maggio 2012               Ginetta Ravera

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LE CROCCHETTE DELL’IPOCONDRIACO

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E’ sabato.

Mio marito è andato a Milano.  Prima d’uscire mi ha detto che non potrà tornare per pranzo.

Non mi dispiace avere una giornata tutta per me. Rimando al pomeriggio la spesa per la cena e m’immergo nei piccoli impegni sempre accantonati: una ceretta in santa pace, un bagno più lungo e schiumato del solito, una maschera tonificante, un buon libro e tutto quello che serve per coccolarmi un po’.

Alle 12 e 30, Enrico mi telefona:

– Ho cambiato idea. Vengo a casa per pranzo. Arriverò tra un ‘ora o forse prima, o magari dopo. – Questo genere di precisione è una delle caratteristiche salienti di mio marito. Sarebbe inutile insistere, quindi mi limito a chiedere:

– Cosa ti preparo? –

– Non preoccuparti per me.  Mi basterà un pezzetto di caprino e dell’insalata…-

– Non sono andata a far la spesa, oggi.  Formaggio di capra in casa non ce n’è più e l’insalata l’hai finita ieri sera. Hai qualche altra idea? …-

Con tono dimesso che sottintende la tristezza consapevole di sapersi malato, Enrico dice sospirando:

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Tiramisù

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014 - Copia

Maggio 2012 Maria Elisabetta

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TIRAMISU’

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Per me fare il tiramisù è un rito oltre che un dolce piacere.

Inizio con il caffè che ho già preparato, lo metto in una ciotola a raffreddare e subito il suo aroma si spande per tutta la casa come veicolato da una dolce brezza primaverile. Adesso tocca alle uova, separo i tuorli dagli albumi e li metto in due diverse ciotole. Poi con il frustino elettrico comincio a lavorare l’albume.

Che meraviglia! Quella piccola massa incolore, sotto la sollecitazione del frustino, si trasforma in una densa, bianchissima schiuma, cresce a vista d’occhio fino a riempire la ciotola. Faccio la stessa operazione con i tuorli, dopo aver aggiunto lo zucchero, anche qui il miracolo si ripete, pur se in modo meno evidente.

Li metto poi insieme come in un morbido, tenero abbraccio in una ciotola più grande, li lavoro ancora un po’ e aggiungo il mascarpone che, trepidante, aspetta per unirsi finalmente anche lui al dolce abbraccio; lavoro il tutto ancora un po’ con il frustino e alla fine ottengo una crema vellutata e dolcissima che lascerò riposare per qualche minuto.

Tocca adesso ai savoiardi, che impazienti aspettano di fare un bel tutto nel nero laghetto di caffè. Ad uno ad uno li bagno nel caffè, con loro grande gioia, poi li sistemo perfettamente in fila in una teglia fino a ricoprire tutta la superficie della stessa; qualche savoiardo per l’emozione si rompe, lo ricompongo con delicatezza e lo posiziono vicino agli altri e lui, anche se un po’ rotto, è felice. Ricopro poi il tutto con metà della crema.

Ripeto la stessa operazione con i savoiardi fino ad ottenere uno strato perfettamente uguale sovrapposto al primo, ricopro il tutto con la crema rimasta che funge da morbida coperta; un’abbondante spolverata di cacao amaro, come un leggero, soffice mantello, va a coprire il tutto, ed il tiramisù è pronto.

Lo metterò nel freezer per qualche giorno, avendo cura di tirarlo fuori tre o quattro ore prima che sia consumato. Vi assicuro che i palati che avranno la fortuna di gustarlo, ne rimarranno pienamente deliziati.

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Still Life con fragole

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STILL LIFE CON FRAGOLE

Tiziana Gironi

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A casa parlo con la mia gatta, ma anche con gli oggetti, che  a volte sembrano possedere una vita propria. Non mi è mai successo, invece, di colloquiare con patate, carote e affini. Magari hanno anche loro un’anima e aspettano solo che io me ne accorga.

Le fragole mi sembrano già più vivaci, forse perché sono il mio frutto preferito. Le preparo così: loro se ne stanno ammonticchiate nel cestello, una sull’altra. Non ne possono più di allargarsi un po’, di respirare. Le accontento subito.Le rovescio piano in un piatto, stacco con cautela la loro cimetta verde e spero che si rendano conto di quanto sono delicata con loro. Ho preparato una grossa ciotola piena di acqua fresca.

“Pronte piccoline?  Adesso un bel bagnetto” e le tuffo gioiosamente nell’acqua.

Mi pare di sentire i loro gridolini di gioia e mi sembra di vederle sgambettare, come se fossero dei personaggi dei cartoni animati. Dopo che si sono rinfrescate, le passo nel colapasta e le sciacquo sotto l’acqua corrente, che per loro dev’essere come per noi umani stare sotto una cascatella di acqua sorgiva. A questo punto le adagio su un foglio di scottex per asciugarle un po’ e loro mi sembrano belle rilassate.

Prendo una ciotola che fuori è rossa come loro e dentro bianca: ci stanno benissimo, un accordo di colori perfetto. Proprio mentre tutto sembra procedere per il meglio, avviene un piccolo dramma: una fragolina non ne vuole sapere di andare nella ciotola rossa con le altre, non vuole finire mangiata. Con uno scarto fulmineo mi sfugge dalle dita e si butta nel vuoto.

Si spiaccica sul pavimento senza nessun rumore e diventa una piccola macchia rossa. La raccolgo, povera creaturina ormai poltiglia e la metto nella pattumiera. Le altre forse non si sono accorte di nulla, nella ciotola rossa aspettano le mie cure.

Le spruzzo con un po’ di limone e le cospargo di zucchero candido: ancora il rosso si alterna al bianco. Nient’altro, per gustarle.La ciotola sul tavolo, un raggio di sole che illumina i piccoli frutti attraverso la tapparella rada: due colori, una luce, un profumo.

Un attimo di perfetta felicità.

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013 - Copia

Cuoco per una volta

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Maggio 2012        Raffaele Baroffio

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CUOCO PER UNA VOLTA

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Un piatto come si deve. Era quello che volevo farmi a pranzo. Qualcosa di diverso, appetibile, gustoso.

Avevo deciso che dovesse essere: spaghetti, aglio, olio e peperoncino. Lo avevo appena apprezzato in una recente vacanza, solo che non sapevo come procedere. Ingredienti: in che quantità? Tempi di cottura: quanti minuti?

Misi la pentola con l’acqua sul gas e mi ricordai che andava anche aggiunto il sale. Almeno l’inizio era salvo. Quando il coperchio incominciava a ballonzolare, lasciando che la pentola emettesse sbuffi intermittenti di vapore, aprii un pacchetto di spaghetti: quanti ne dovevo buttare?

Mi venne in mente che una volta avevo trovato, in una confezione, un aggeggio di plastica, con fori di varie misure, che permettevano il passaggio di diverse quantità di spaghetti, proporzionati al numero di commensali. Ma non sapevo più dov’era finito e non c’era tempo per cercarlo: l’acqua bolliva e reclamava la pasta. Dovevo improvvisare.

E come andavano buttati gli spaghetti: a “shanghai”, in piedi belli diritti per poi vederli afflosciare gradualmente nell’acqua bollente? Oppure dopo averli spezzati in due o tre parti? Il dilemma sembrava più complesso di quello amletico.

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Timballo di mezze zite con polpetti

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TIMBALLO DI MEZZE ZITE CON POLPETTI

Giuseppe Olgiati

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-C’era una volta…-

<Un re! > — diranno subito i miei piccoli lettori.

<No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un principe >.

Non è tanto vero che fosse un principe: non aveva il sangue blu, ma gli italiani affermavano che fosse un principe, perché era ricchissimo e si comportava da principe; viveva in un gran castello in una località amena. Ebbene, quel gran signore si occupava di molte cose: automobili, calcio, finanza, assicurazioni, giornali, donne, ecc… ecc.

Un bel giorno decise che la sua cameriera, ovvero il capo delle sue cameriere, fosse troppo vecchia e malandata per ricoprire quel ruolo e che quindi si dovesse licenziarla in tronco. D’accordo con la moglie, preparò un biglietto con l’ordine di licenziamento che avrebbe poi consegnato all’ufficio delle “risorse umane”, ma ebbe la malaugurata idea di appoggiarlo su un tavolo in cucina.

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L’inverno in campagna

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Maggio 2012   Ada Faggionato

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L’INVERNO IN CAMPAGNA

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Ho vissuto a lungo in campagna.

La mia esistenza era semplice, ma non facile, così come quella di tutti gli abitanti del mio paese. Gli inverni erano freddi e le case mal riscaldate. Quando le donne stendevano la biancheria e gli abiti all’aperto, sulle siepi, gli indumenti si irrigidivano, data la temperatura sottozero, e prendevano le forme più disparate. Le maniche piegate male, i colletti fuori posto, i pantaloni diritti come fossero indossati da una persona congelata.

Noi bambini, così ricchi di fantasia, a vedere quelle forme, ridevamo divertiti. Solo quando compariva il debole sole invernale che un poco scaldava, gli indumenti riprendevano la forma originaria. Allora noi, rendendoci conto che la temperatura si stava addolcendo, potevamo uscire a giocare, ma scivolavamo sul ghiaccio con relative cadute, talvolta pericolose. Per fortuna ci andava bene e ci salvavamo sempre, perché così sanno fare di solito gli agili bambini.

Benché la nostra esistenza fosse davvero difficile e piena di rinunce, c’era qualcosa che scaldava il cuore: i cibi che le nostre madri cercavano di rendere appetitosi anche se si trattava quasi sempre di minestre fatte con la verdura dell’orto: patate, fagioli, cipolle e poco altro.

Solo nelle occasioni importanti compariva sulla tavola qualche pollo, oppure un coniglio o, molto raramente, un’oca che, grassa e candida da viva, lasciava sciogliere il suo grasso nella pentola di cottura, diventando molto più piccola.

La mia casa era a due piani, ma al piano superiore andavamo solo a dormire perché le stanze erano fredde. Tutta la vita della famiglia si svolgeva in cucina, l’unico locale riscaldato, dove non solo si cucinava ma si faceva di tutto, compresi i compiti. La legna era l’unico combustibile che veniva usato.

Anche se noi bambini cercavamo di concentrarci sullo studio, c’erano dei momenti in cui ci distraevamo perché ci arrivava un profumo invitante dalla griglia rovente su cui qualche pentola misteriosa aveva il coperchio coperto di braci rossastre. Sapevamo che, di lì a poco, la mamma l’avrebbe scoperchiata e avrebbe diviso tra di noi un dolce cotto a puntino.

Credo di non aver mai più gustato niente di tanto buono in tutto il resto della mia vita.

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Petti di pollo all’arrabbiata

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002

Maggio 2012               Camillo Mauri

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PETTI DI POLLO ALL’ARRABIATA

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Era un’afosa sera estiva quando Laura lasciò l’ufficio dopo l’ennesima discussione col suo nuovo capo e, benché le piacesse molto quel che faceva, pensò per la prima volta che forse sarebbe stato meglio cambiare lavoro.

A quell’ora la strada verso casa era un percorso ad ostacoli e, se fosse stato possibile, questo l’avrebbe resa ancora più nervosa. Mentre con la sinistra controllava il volante, con la destra si tormentava i lunghi capelli neri e si asciugava col dorso della mano i grandi occhi scuri umidi di pianto.

Quando giunse a destinazione, dovette frugare un bel po’ nella borsa prima di trovare le chiavi di casa e poi, finalmente entrata, si appoggiò con la schiena alla porta, chiudendola lentamente per non far rumore; non voleva che suo marito la vedesse in quello stato. Col dorso della mano si asciugò le poche lacrime di rabbia che ancora le rigavano le guance: se Sandro si fosse accorto del suo pianto l’avrebbe incalzata con domande alle quali non aveva proprio voglia di rispondere. Buttò la borsa sul tavolino dell’ingresso ed entrò nello studio dove il marito era così concentrato nella lettura di alcuni documenti da non accorgersi del suo arrivo.

“Hai preparato da mangiare?” gli chiese col tono di chi impartisce un ordine.

“Da mangiare?”, chiese sorpreso Sandro, “non è troppo presto?”

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Neve e crespelle

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NEVE E CRESPELLE

Maria Teresa Colombo

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Passai davanti ad un negozio e vidi esposto un cestello pieno di uova. Il primo pensiero fu quello di una bella frittata con cipolla e zucchine, ma poi pensai:

“Chi avrà il coraggio di mangiarla? Una persona con una buona digestione, forse. Ma non io”.

Lungo il tragitto per tornare a casa, gli alberi stavano già imbiancandosi, una farina bianca e leggera scendeva dal cielo. Pensavo ancora alle uova e guardai nel frigo: ne avevo sei ben allineate nel loro contenitore. Come avrei potuto utilizzarle? Forse per delle crespelle? Chiusi lo sportello e mi voltai verso la finestra. Vedevo la neve scendere a grossi fiocchi, quello spettacolo mi attirava, uscii di casa a capo scoperto, sentivo quel tocco leggero che mi sfiorava il viso, erano come carezze fredde che liberavano la mia mente.

Tornai in casa e decisi di fare le crespelle.

Preparare un cibo appetitoso nella cucina calda, al riparo dal freddo e dalla neve, è sempre piacevole. Allineai sul tavolo gli ingredienti per la mia ricetta. Per fortuna avevo in casa tutto l’occorrente: farina, latte, uova, prosciutto e grattugiai un bel pezzo di formaggio grana.

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Risotto alle erbe

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RISOTTO ALLE ERBE

Maria Luisa Meraviglia

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Quella sera ero felice e per di più volevo sfoggiare la mia vena culinaria.

Come primo piatto avevo deciso di preparare un “risotto alle erbe”. A grandi linee conoscevo i gusti della persona che si era autoinvitata, ed ero fermamente convinta che con quel primo piatto avrei fatto centro. L’avevo gustato pochi giorni prima in un ristorante cinese e mi era piaciuto molto, per il sapore insolito e delicato, tant’è che avevo fatto il bis e poi mi ero fatta dare la ricetta per replicarlo sui miei fornelli.

Decisa sulla scelta, indossai il mio grembiule bianco con la scritta: “da domani mi metto a dieta” e mi misi all’opera. Preparai tutti gli ingredienti che servivano danzando tra tavolo e fornello, mentre ascoltavo la vivace canzone di Biagio Antonacci: “No signora no…no signora no, non vivo più senza te anche se, anche se…” Seguendo il ritmo canticchiavo, mi divertivo e lavoravo.

Misi sul fuoco la pentola con abbondante acqua versandovi poi una manciata di sale grosso, mentre a parte tagliuzzavo gli ingredienti. La scelta del riso andò sul pregiato “Carnaroli”. Dalla scatola feci cadere una scrosciante cascata bianca riempiendo la metà del piatto e quel gesto mi fece ricordare quando da piccola mi piaceva affondare le mani nel riso con il pretesto di aiutare la mamma a pulirlo. Oggi non è più necessario, però mi piacque che quel pensiero remoto fosse riaffiorato, distraendomi per un attimo.

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Creativi a tavola

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-….scrittura creativa 3

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Prefazione

Di cucina e di cibi hanno scritto cuochi, gastronomi, grandi autori che si sono divertiti a descrivere pranzi ricchi di ghiottonerie e suggestioni gustative di ogni tipo.

Oggi la nostra vita si svolge tra cemento e asfalto, con orari scanditi dalle nostre occupazioni giornaliere, spesso impegnative e logoranti, per cui ci resta poco tempo da dedicare allo stare a tavola rilassati e intenti a gustare una cucina piacevole e distensiva. Spaghetterie, self service, McDonald’s, locali cinesi e giapponesi promettono di nutrirci evitandoci ogni fatica e facendoci risparmiare tempo e denaro. Sono affollati, quindi riscuotono successo.

Ogni tanto qualcuno, magari segretamente, viene però assalito dai ricordi di un tempo in cui tutti si radunavano nelle abitazioni e insieme accoglievano e consumavano con appetito le pietanze preparate con cura dalle donne di casa C’è anche chi va oltre e, con spirito battagliero, dal rimpianto passa all’azione: si infila un grembiule, sceglie gli ingredienti e comincia a dare sfogo all’istinto creativo.

I risultati contano fino a un certo punto, l’importante è poter alla fine ottenere una pietanza, a volte unica e irripetibile, che gratifichi chi ha mescolato e cotto gli ingredienti.

Il cibo non può essere solo nutrimento indispensabile del corpo, è qualcosa di molto più complesso e profondo.

Basta ricordare le emozioni e le suggestioni che risvegliano le madeleines di Proust, Garden party della Mansfield, il pranzo descritto da Virginia Woolf in Gita al faro, Il pranzo di Babette della Blixen e così via.

Che dire poi della costante presenza del cibo nella fiabe più celebri?

Anche noi abbiamo cercato di rendere sulla pagina, le emozioni che abbiamo provato realizzando le nostre creazioni in cucina, oppure partecipando a riunioni conviviali o, ancora, sbirciando tra i fornelli di personaggi importanti o riportando alla memoria il ricordo sopito dei piatti della nostra infanzia. Perciò la lettura del nostro libretto potrà forse avere anche su di voi l’effetto di farvi rivivere qualche momento intenso che pensavate di aver dimenticato.

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Marilia Paoli maggio 2013

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