Archivi categoria: Raccolta di racconti brevi

i racconti della girandola

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Prefazione

Un rapido movimento impresso dal vento e la girandola, così simile ad una rosa dai tanti petali, comincia a ruotare fino a confondere, in uno solo, i suoi smaglianti colori.

“I racconti della girandola” è parso un titolo appropriato alla raccolta di racconti 2014 /2015 che si presenta in tanti capitoli separati, scritti dai vari partecipanti al laboratorio di scrittura creativa, ma non indipendenti l’uno dall’altro.

Ogni autore ha pensato una storia, l’ha sviluppata a modo suo, però l’ha iniziata collegandosi alla frase finale del racconto precedente. Partendo da lì, ma in tutta libertà, ognuno si è messo in gioco, a volte evocando esperienze personali, altre desideri e aspirazioni, oppure riflessioni e fantasie.

Il risultato è un tutto unico che racconta la vita, in cui immaginazione e realtà si uniscono in un moto circolare infinito. L’immagine della girandola ha risvegliato negli autori la voglia di giocare con le parole e con le immagini, spingendoli a cercare con allegria l’armonia degli elementi che compongono questa raccolta.

 

                                                                                                                                                                  Marilia Paoli

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..Per leggere l’intera raccolta cliccare su sito:
https://www.dropbox.com/s/v0s7s7qxv56bww1/I%20racconti%20della%20girandola.pdf?dl=0

 

 

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Trame della memoria

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Prefazione

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Che cos’è la memoria?

E’ la facoltà della mente di richiamare alla coscienza le esperienze passate anche se talvolta ciò che noi ricordiamo è filtrato attraverso quello che noi siamo ora.

Ricordare ci è spesso di conforto e ci fa rivivere il passato come un tempo favoloso, che rimpiangiamo.

Questa raccolta di racconti è scaturita da quello che ogni autore ha desideralo e sentito di dover comunicare, a volte anche con brevi liriche.

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Marilia Paoli

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Le bugie di san Giuseppe

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Nella mia infanzia il 19 marzo è abbinato alla Milano – Sanremo, all’odore della vaniglia e dello zucchero a velo. Sentivo i due profumi appena alzata e li seguivo, sempre più intensi, nel tragitto fra la mia cameretta e la cucina.

Nel mio paese era consuetudine preparare le frittelle in quella ricorrenza. C’era chi le preparava di verdure, chi di riso e chi dolci: quelle ultime si chiamavano bugie. La mia famiglia ha sempre avuto un debole per il dolce, quindi la mamma impastava con impegno un gran numero di bugie che avremmo mangiato a merenda, in attesa di sentire, alla radio, l’arrivo della Milano – Sanremo.

Le frittelle normali (ferscioi) la mamma ce le preparava spesso anche in altri periodi dell’anno, ma le bugie no; quelle si mangiavano solo a san Giuseppe ed erano profumate, friabili e dolci al punto giusto.

Milano – Sanremo e bugie sono ricordi così collegati nella mia memoria che mi è difficile staccarne uno dall’altro.

In quegli anni la festa di san Giuseppe era un giorno festivo e noi bambini potevamo dormire un po’ più del solito. La mattina del 19 marzo 1952, in cucina avevo trovato il gran­de piano in marmo del tavolo in cucina coperto, quasi com­pletamente, dalle sfoglie per le bugie.

La mamma, aveva,  riservato una parte dell’enorme tavo­lo alla mia colazione. Su una tovaglietta in fiandra celeste, c’era una grande tazza bianca scannellata, con bordo blu, piena, fino a due dita dal­l’orlo, di latte fumante già zuccherato. A lato della tazza c’era un pezzo di focaccia genovese, senz’olio, come piaceva a me. La mattina era fresca ed era gradevolissimo tenere tra le mani la tazza calda mentre guardavo la mamma lavorare.

Usava il matterello con destrezza e stringeva le labbra per fare più forza. A volte si mordicchiava il labbro inferiore come se questo gesto potesse darle ancora più vigore. Ogni tanto sollevava con soddisfazione le sfoglie ormai sottili da cui filtrava la luce della finestra. Doveva averle lavorate molto a lungo per renderle così unifor­mi e far inglobare loro tutta l’aria necessaria per favorire il rigonfiamento nell’olio bollente.

Cantava felice:

–   Fiorin, fiorello l’amore è bello vicino a te…-

Prendendo ad una ad una le sfoglie, iniziò a ritagliare tanti rettangoli quasi perfettamente uguali. Io, come sempre, ci mettevo molto a far colazione.

Mi piaceva sentire il calore della tazza fra le mani ma odiavo il sapore del latte caldo e zuccherato.

–   Vuoi farlo diventare freddo quel latte? -, mi aveva già ripe­tuto molte volte la mamma, a voce sempre più alta.

Come ogni mattina, avrei voluto risponderle semplicemente: -Sì! –

Non lo facevo per non sembrare maleducata.

Già allora il latte mi piaceva senza zucchero e freddo, ma la mamma, che amava bere bevande caldissime, magari accom­pagnate da un “che prù !”* che pareva uscirle proprio dal cuore, non avrebbe capito e avrebbe di certo considerato im­pertinente la mia risposta.

La mamma parlava sempre in italiano con me e mia sorella ma quando doveva esprimere qualcosa che sentiva veramente, ricorreva al dialetto.

Non aveva torto.

In effetti, spesso il dialetto è più incisivo dell’italiano.

Prù e maprù perdono molto nella traduzione in piacere e dispiacere. Hanno una valenza  che l’italiano non sa rendere.

Come ogni mattina, avevo fatto uno sforzo e avevo bevuto tutto il latte, evitando di fare i capricci. Ormai era diventato tiepido!

La mamma, dopo qualche minuto di silenzio, aveva iniziato a cantare:

–   Ma se ghe pensou, alloua mi vedo o ma, vedo i me monti e a ciassa da Nonsià, rivedo o Righi e me s’astrenze o chèu…- Probabilmente stava già pensando alla Milano – Sanremo, per­ché, poco dopo, aveva detto:

–   Sembra una bella giornata. Speriamo che tenga … Poveri ragazzi… che fatiche devono affrontare … –

La mamma trattava i corridori come ragazzi che dovessero partire per il fronte e forse, allora, era in parte così.

Le strade non erano sempre asfaltate e le biciclette non per­mettevano la velocità, né i rapporti, né la facilità di pedalata di oggi e molti dei ragazzi che correvano, durante il resto del­l’anno facevano altri mestieri.

Correre in bicicletta, poteva davvero essere un’impresa. Inevitabilmente la mamma aveva iniziato a raccontarmi le pro­dezze dei corridori di quando era ragazza:

–   Negrini, quello che adesso ha un distributore di benzina con officina a Molare, era un vero campione: ha vinto addirittura un Giro di Lombardia, e Binda? Binda era bravissimo, ma Gi- rardengo, quello è stato il migliore in assoluto -.

Io ascoltavo un po’ incredula.

Avevo incontrato più volte, d’estate, la nipote di Girardengo, Costanza, che aveva la mia età, in giro per il paese con la sua famiglia. Facevo fatica a pensare che Costante Girardengo fosse stato uno sportivo ineguagliabile.

L’avevo visto bene e da vicino: era un nonno.

Mentre con la rotella incideva due tagli nei rettangoli di sfoglia per poi incrociare la pasta, la mamma mi raccontava aneddoti sulla corsa. Alcuni li avevo sentiti già un sacco di volte ma ogni anno mi sembravano più particolareggiati.

Quel giorno mi raccontò che la corsa era nata addirittura pri­ma che lei e papà nascessero e che, già nel 1910, i ciclisti se l’erano vista davvero brutta.

– La corsa era stata fissata il 3 aprile. Il mese di marzo era stato tiepido e sembrava non ci potessero essere sorprese, invece quell’inizio d’aprile fu glaciale. La pioggia e il vento non ave­vano mai abbandonato i corridori per tutto il tratto fra Milano e Novi Ligure. Quando quei poveri ragazzi erano arrivati ad Ovada, avevano trovato i primi fiocchi neve. Sai che, dopo la Volpina di Ovada, dove c’è quell’acqua che dici sempre che puzza di uova sode, ma che fa tanto bene, c’è Gnocchetto e poi Rossiglione e Campoligure, che papà chiama “campo freddo” perché c’è quasi sempre il vento? Ti ricordi che, dopo, c’è Masone, che non è certo più calda di Campo? Bene, prose­guendo verso il passo del Turchino i corridori avevano trovato sulla strada …tren-ta cen-ti-me-tri di ne-ve”-.

La voce della mamma, che era un’attrice mancata, era diven­tata a questo punto bassa e le parole erano volutamente scan­dite in modo da creare suspense.

Il gioco con me era facile perché credo di essere stata tra le poche bambine che abbiano urlato di terrore assistendo ad uno spettacolo di burattini, in cui Gianduia diceva con voce tonante: – Gerolamo, mio Gerolamo, vieni fuori! –

Ma questa è un’altra storia.

La mamma aveva appoggiato, una dopo l’altra, le bugie già pronte per la cottura sul piano infarinato del tavolo ed aveva ripreso il racconto:

–   Era stata una corsa avventurosa in cui i corridori erano stati considerati a lungo dispersi. Si era persino temuto per la loro vita. Erano partiti in sessanta e all’arrivo ne erano arrivati solo sette e neanche tutti in gruppo, ma a distanza di ore l’uno dall’altro. Per fortuna, qualche corridore che si era accorto di non farcela più, aveva chiesto aiuto nelle case. C’è sempre della buona gente in giro. –

-1 primi d’aprile, mamma? Ma la Milano – Sanremo non si fa il 19 marzo? –

–   No. Allora no. Non mi ricordo da quando hanno scelto questa data. Forse è stato nel 1937, l’anno dopo che Binda si è rotto il femore, proprio durante la “Sanremo”-.

A Ovada la corsa era attesa per tutto l’anno, sia perché molti dei più grandi corridori erano nati in paesi poco lontani dal nostro, sia perché quasi tutti gli ovadesi conoscevano almeno un gregario dei più noti ciclisti.

Il mio paese si trovava in un punto strategico della corsa.

Lì, si eseguiva il controllo dei numeri dei corridori e veniva distribuito il rifornimento. Subito dopo, iniziava l’Appennino. Era come se da noi finisse la prima parte della corsa, quella in pianura, e iniziasse la seconda in cui s’affrontava il Turchino. Oggi il passo del Turchino non fa più paura ma, quando le bici non erano leggere e le strade erano quelle tipiche dei passi, quel dislivello era una prova piuttosto dura.

Mio padre sapeva bene quanto fosse difficile percorrere il Turchino, dato che negli anni del dopoguerra, quando il mio paese non possedeva ambulanze a motore, aveva fatto per anni, come volontario della Croce Verde, la staffetta per portare con la lettiga a mano i malati da Ovada a Genova.

In genere quando i ciclisti passavano nel nostro paese erano più o meno le 12.30. Quasi sempre, arrivati da noi, la fuga per affrontare il Turchino era iniziata e c’era già qualche “nome” davanti al gruppo che, inoltratosi nella Valle Stura, pedalava tra ali di folla plaudente che sapeva facilmente riconoscerne il volto.

Anche chi doveva lavorare, all’ora del “passaggio” cercava di essere in strada e, secondo me, c’erano davvero tutti gli ovadesi in quel giorno, dislocati uniformemente per tutto il tragitto del percorso. Anch’io andavo spesso, con il mio papà, a veder passare i cor­ridori ma … non sono mai riuscita a vedere niente.

Ascoltavo chi avevo vicino urlare dei nomi; osservavo le per­sone sbracciarsi per inneggiare a qualche beniamino, li senti­vo brontolare perché il loro campione preferito non era fra i primi, ma io, al massimo, riuscivo a leggere i nomi delle mar­che di bicicletta sulle maglie, quando i corridori erano già passati. Mi facevo largo tra le gambe di chi avevo davanti per vedere meglio, ma non riuscivo mai a riconoscere un corridore.

Quel giorno, a tavola, la mamma aveva chiesto:

–   Bartali è fra i primi? –

Per fortuna papà aveva risposto al posto mio:

–   Macché … Sembra che abbia forato già a Basaluzzo. –

–   E Kubler? E’ un bravo corridore. Vincerà lui, quest’anno? …-

–   Figurati! E’ caduto vicino a Pavia. E’ risalito in bici, ma non ce la farà di certo a finire nei primi posti… –

Papà sapeva chi era in testa, aveva notato se sembrasse fresco o affaticato, era in grado di formulare ipotesi sul possi­bile risultato finale e raccontava tutto quello che era probabil­mente successo tra Milano e Ovada.

Io, che pure ero stata con lui, ascoltavo il suo racconto, ricco di particolari, meravigliata di scoprire quante cose interes­santi mi fossero sfuggite.

Mi sembrava di aver perso l’occasione di vivere una storia meravigliosa, irripetibile. Era così. Mai nessuna Milano Sanre­mo era stata uguale alla precedente.

Quell’anno avevo deciso di fare il tifo per un corridore che aveva un nome simpatico e, a parere mio, divertente: Loretto Petrucci. Lo avevo visto ritratto nei cartoncini inseriti nei tap­pi a corona delle bottiglie (noi le chiamavamo “grette”) che i bambini usavano per fare le corse su piste tracciate col gesso sull’asfalto della strada, e che usavo anch’io quando, stanca di giocare da sola con la bambola, andavo a giocare coi maschi (nel mio cortile ero l’unica femmina, piccola).

Me l’avevano rifilato come corridore da poco, tenendo per sé Bartali, Coppi, Kubler, Kobler, Geminiani (con l’accento sul­l’ultima i), ma io ne ero stata felice perchè quel corridore mi era sembrato quasi bello come il mio papà.

Quel 19 marzo ero certissima che avrebbe vinto lui.

Dopo pranzo, mentre i miei ascoltavano la radiocronaca, ero scappata sul balcone e mi ero messa ad urlare come un’os­sessa con le mani a conca davanti alla bocca:

– Cor- ri, cor- ri, cor- ri… Lo-ret-to, Lo-ret-to -, come se avessi potuto essere sentita da lui. Non era il corridore preferito dai miei, ma … inaspettatamen­te … vinse. Solo anni dopo, lessi che era riuscito ad arrivare primo perché aveva saltato il rifornimento di Savona.

Aveva programmato la tattica giusta: alla partenza si era riempito le tasche della maglia con panini svuotati della molli­ca e riempiti con carne trita cruda.

Un modo abbastanza sano di “doparsi”.

Ero felicissima per la vittoria del mio idolo, come se il risultato fosse anche merito mio e mi fiondai sulle bugie.

Quella notte Petrucci ed io abbiamo certamente dormito poco. Lui, credo, per l’emozione della vittoria ed io per la quantità esagerata di bugie che avevo mangiato per festeggiare. Non bastò una notte intera per pentirmene.

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Ginetta
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*Prù – un piacere riferito soprattutto a cibi particolarmente ghiotti

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Una festa…. un destino

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La scatola si aprì di scatto e tutto il contenuto si sparse sul letto. Erano piccoli oggetti, biglietti… Ogni cosa era legata ad un fatto, ad un ricordo …

Vera estrasse una busta che spiccava fra le altre per il suo colore. Era verde e conteneva un biglietto che si apriva a soffietto.Su ogni pagina c’era una sola parola scritta:

“Tanti- auguri-per-il-tuo-compleanno-in-spirito-di-amicizia”. “In spirito di amicizia”… Un’ondata di ricordi la sommerse …

Il suo pensiero tornò ad una festa di compleanno di molti anni prima. Si rivide in abito da sera con attorno gli amici che la festeggiavano, la sala illuminata, persino le candele accese! Un flash: Nicola che le stava parlando …

Erano presso una consolle dorata sul cui ripiano erano depositati i cotillon e vedeva le loro immagini riflesse nel grande specchio. Quanto oro! Tutto sembrava inondato di lu­ce … Lei indossava una gonna di voile dorato a più strati ed un golfino di lamé che scintillava, mentre Nicola era in abito scuro e diceva: “..ci sarà da aspettare … abbiamo davanti ancora molti anni di studio …” Ma lei era frastornata, non dall’alcol perché non beveva alcolici, ma piuttosto dalla gente attorno, dal rumore, dal dovere di intrattenere gli ospiti … dalla necessità di rispondere a tutti nel modo più adeguato possibile … Desiderava che tutti si divertissero, che la sua festa riuscisse alla perfezione.

Ma … Nicola, cosa voleva dirle? Lei non aveva capito e, non capendo, aveva cambiato discorso, parlando del più e del meno. Il viso di lui era bianco, emozionato, accorato. Cosa intendeva dirle? Dopo qualche giorno aveva ricevuto da lui il biglietto verde con la frase che si concludeva con ” in spirito di amicizia”.

– Cosa significa? – Si era chiesta – Ma certo che siamo amici! Lo siamo da sempre! C’è bisogno di ribadirlo? – Finalmente aveva capito. Solo ora poteva comprendere, ora che era passato del tempo e poteva ricostruire i frammenti della vicenda: Nicola in quel momento si era dichiarato e lei non aveva inteso. Per questo lui aveva scritto “in spirito di amicizia”, per sottolineare una condizione che non si sarebbe evoluta.

In seguito Nicola si era allontanato dalla città per motivi di studio e la cosa era finita lì. E tutto perché lei non aveva compreso e lui aveva interpretato il suo cambiare discorso come un diniego. Ora era tutto chiaro.

Aveva sentito recentemente, da conoscenti comuni, che lui si era sposato. Vera avvertì una fitta al cuore … chiuse gli occhi per un istante, poi ripiegò accuratamente il biglietto e lo inserì nella busta. Raccolse tutti i ricordi nella scatola e la rimise al suo posto. Una festa aveva avviato le loro esistenze verso strade diverse…

Si alzò e scese di corsa le scale come per scappare da un dolore.

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Valentina

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Il gallo e la luna nera

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Il nonno Serafino, per noi nipoti, era sempre stato una fonte di racconti appassionanti.

Aveva attraversato l’oceano Atlantico all’età di dodici anni. Certo non era solo: erano sedici tra fratelli, sorelle e genitori, lui era l’ultimo. Una numerosa famiglia, in cui gli uomini ammazzavano e macellavano i bovini e gli equini, ma non le pecore; nella “bassa Padana” non si usava mangiare l’agnello o la carne di pecora, se non nel periodo della Pasqua.

Le donne giravano le campagne con i loro uomini per sce­gliere il bestiame, oppure mandavano avanti la casa e alle­vavano i figli. La famiglia del nonno aveva un cognome usuale per il grosso paese che “sonnecchiava” beatamente a pochi chilometri dal­le rive del maestoso Po, così, per distinguerla dagli altri con lo stesso cognome, era stata soprannominata “Batacci”, per via del suo lavoro.

Ma perché “Batacci “ ?

I   “batacci” sono le campane di ottone appese al collo delle mucche che dondolano dolcemente accompagnando il loro passo lungo la strada. Quelli suonano sempre a ritmo caden­zato ad ogni movimento, anche quando gli animali sono talmente stipati sul carro che a malapena riescono a muovere il collo.

I vicini dei nonni erano partiti per il Brasile un paio d’anni pri­ma. Quando giungevano notizie ai parenti rimasti al paese, le novità erano sempre positive: si lavorava duro, ma chi non temeva la fatica poteva “fare dei bei soldi”.

Sei mesi prima avevano informato i parenti in Italia che, dove si trovavano loro, nel Brasile meridionale, erano richiesti degli abili macellai. Gruppi consistenti di uomini, quelli che erano emigrati in pre­cedenza, lavoravano al disboscamento di terreni all’interno della foresta, per la coltivazione del caffè su larga scala: questi erano pagati regolarmente, ma era un lavoro duro e gli uomini richiedevano la carne da mangiare per lavorare meglio.

Alcuni si arrangiavano a cacciare, ma occorrevano i macellai per trattare le carni e conservarle. Così, dopo un periodo d’indecisione e di valutazioni, un gior­no del 1888, la famiglia “Batacci” al completo aveva deciso di tentare la “fortuna” nella terra brasiliana.

Dopo circa cinque anni di permanenza nella parte meridionale del Brasile, possedevano una casa in muratura in una piccola città ai margini della foresta, un mattatoio, dove macellavano in proprio e per conto terzi, grandi carri per il trasporto del bestiame su qualsiasi tipo di terreno.

Mamma Rosa e le sorelle avevano deciso di seguire gli affari nel paese: allevavano pollame di diversi tipi, vendevano le uova e parte delle bestie da loro cresciute. Nonno Serafino, il più piccolo e più giovane dei fratelli, doveva tenere pulite le stie del pollame, dar da mangiare a polli, oche, tacchini. Ma era un giovanotto ormai e le sue ri­chieste di seguire il padre e i fratelli nei loro viaggi all’interno del Brasile erano sempre più pressanti.

–   Serafino, non brontolare, sei l’unico uomo che rimane quan­do noi siamo lontani; mamma Rosa e le tue sorelle hanno bisogno del tuo aiuto.-

–   Papà, ormai ho diciassette anni, voglio venire con voi almeno una volta, può rimanere a casa uno dei miei fratelli, per esempio Ottorino. Mi dice sempre che la mia occupazione è interessante, che voi fate un lavoro duro e pericoloso, che io sono protetto da tutti. Sarà contento di sostituirmi! – Giovanni, il padre, lasciò in sospeso la richiesta per alcuni giorni, ma alla fine decise di dare una possibilità a entrambi i figli.

–   Va bene, al prossimo viaggio all’interno della foresta, ti porto con noi –

Avrebbe accompagnato il padre Giovanni e i fratelli maggiori, quando il gruppo destinato a lavorare al disboscamento della foresta almeno per un paio di mesi, fosse stato richiesto. Serafino, nell’attesa, si era prodigato al massimo nel lavoro quotidiano; non sognava altro che di stare lontano dalle “grinfie” delle donne.

Il piccolo Serafino era un “Batacci” anomalo, con i capelli biondi come il grano non ancora maturo e gli occhi azzurri come il cielo del Brasile quando era privo di nuvole, mentre in tutti gli altri membri della famiglia i colori dei capelli e degli occhi variavano dal nero profondo al nocciola chiaro, e la statura degli uomini e delle donne era mediamente alta per l’epoca.

Nella foresta aveva lavorato sodo con i fratelli, aveva guardato e ascoltato con attenzione tutto quello che accadeva attorno a lui, e poi aveva “scelto” come “maestra” la bruna e procace Luana che seguiva sempre gli uomini all’interno dei campi di lavoro. Era abilissima in tutti i tipi di magia: lui l’aveva capito perché tutti gli uomini, anche i suoi fratelli, e le donne del campo la temevano.

La donna, Luana, aveva preso in simpatia il pulcino biondo e così con enorme pazienza aveva risposto a tutte le domande, in pratica inesauribili, del ragazzo. Al nonno era piaciuta quella donna alta con la pelle ambrata e sempre sorridente, le aveva chiesto di raccontargli la storia delle piante, dei fiori e lei l’aveva accontentato.

– La natura la devi amare, e lei lo sente. Se ascolti, ti racconterà i suoi segreti. Sono cresciuta nella foresta e conosco quello che può uccidere e quello che può salvare: io la rispetto e lei rispetta me-.

Serafino, nelle soste dal lavoro, l’aveva seguita e da lei aveva imparato a conoscere la flora e la fauna locale. I fratelli e il padre avevano sorriso e avevano lanciato battute “pesanti” sulla sua passione per la donna, ma lui non se n’era curato.

Al rientro dal viaggio nella foresta brasiliana, Serafino aveva deciso che doveva diventare adulto presto e che la forza della giovinezza gli avrebbe permesso di “crearsi” una vita inte­ressante e appagante. Era sicuro che il futuro poteva essere modificato, bastava avere volontà e non temere l’ignoto. Memore dei racconti davanti ai fuochi dei bivacchi nella foresta, dove le indigene raccontavano e praticavano la magia “bianca” e “nera”, lui aveva deciso di fare un patto con il dia­volo.  Così aveva scelto il luogo e la notte, dove avrebbe venduto l’anima al maligno in cambio della fortuna.

Per Serafino, finalmente, era arrivata l’agognata sera. Aveva scelto con cura il luogo, la notte, il dono da offrire.  Non aveva parlato con nessuno dei suoi, né con i fratelli né con le sorelle, né tantomeno con i genitori. Nessuno doveva conoscere il suo segreto, soprattutto mamma Rosa, che nel caso l’avesse scoperto, avrebbe accesso decine di candele davanti all’altare della Madonna nella piccola chiesa del paese, e li avrebbe costretti tutti a recitare “cen­tinaia” di rosari.

Anche lui credeva in Dio, ma a modo suo, infatti non aveva mai bestemmiato; rispettava tutti, cristiani e non, ma non temeva né i preti, né il racconto “masochista” sull’Inferno, né il Diavolo.   Per evitare reazioni Serafino aveva deciso di mantenere il silenzio e preparare tutto in segreto.

Era la notte prescelta, la luna era nera, e quindi non avrebbe brillato nel cielo oscuro. Serafino aveva avvolto dei teli di juta intorno alle zampe del mulo; all’interno del sacco appeso al dorso della bestia c’era, imbavagliato, un gallo nero con un’alta cresta rossa, e un corto machete era appoggiato in diagonale tra la testa e il dorso del mulo davanti a lui.    Aveva indossato una giubba scura e calda perché nella notte la foresta era molto umida.

– Non ragliare Piero, su da bravo, così –

Con circospezione era scivolato fuori dalla casa e s’era inol­trato nella foresta, diretto alla roccia brulla: una spianata di pietra con al centro un albero enorme. La spianata distava circa un chilometro dal margine della foresta dove lui sapeva che si svolgevano tutti i riti propiziatori della magia nera e bianca.

Serafino aveva sgozzato il gallo nero a mezzanotte, aveva cal­colato il tempo mentalmente, intriso l’indice della mano destra nel caldo sangue del pennuto e l’aveva appoggiato sulla grande pietra piatta tracciando un cerchio,  poi era salito sull’alta pianta a fogliame largo e aveva atteso.

Aveva vegliato tutta la notte, cercando di non appisolarsi, ma probabilmente aveva ceduto a un breve sonno, eppure a un certo punto nel silenzio aveva avvertito una presenza: subito il corpo aveva risposto, attento e teso.  Ma non c’era nessuno né animali, né la bestia divina.

Il primo chiarore dell’alba lo aveva ridestato e,  scivolato ve­locemente giù dall’albero, non aveva più trovato il gallo.

Fu deluso e si trovò arrabbiato con se stesso: aveva perduto l’occasione della sua vita.

Questo raccontava a noi nipoti, con un piccolo sorriso ironico, diceva che il gallo era stato senz’ altro mangiato da qualche fiera della foresta e che lui aveva perso l’occasione di fare “fortuna”.

Nel corso della mia infanzia guardavo il nonno con i fitti e corti capelli bianchi, tagliati a spazzola, che camminava diritto e parlava con voce forte tenendo “testa” ai suoi figli con luci­dità.  Lui non era vecchio, lo confrontavo spesso, mentalmente, con i nonni dei miei amici, loro sì che sembravano dei “vec­chi”.

Poi anche la sua vita giunse alla fine.

Era stato ricoverato nell’ospedale del paese da un paio di settimane e aveva capito che era arrivato il “ suo momento”, ma aveva continuato a rifiutare anche in punto di morte di essere confessato e di avere la comunione.

“Confesso “ che, qualche volta, nel corso della mia ado­lescenza, mi ha sfiorato il dubbio che quella notte nella foresta del Brasile il gallo non sia stato mangiato da una fiera.

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Daniela

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Festa in famiglia

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Il vocio e l’eccitazione nella casa dei nonni Lorenzo e Battista contrastava con il silenzio ovattato del paese sotto la neve: le strade quasi deserte, solo i passeri saltellavano in cerca di ci­bo. C’era un’atmosfera festosa quel giorno, tutta la famiglia e i vicini di casa si erano radunati dalla mattina presto, per partecipare al rito che ogni anno, nella settimana tra Natale e Capodanno, li vedeva insieme per festeggiare l’uccisione del maiale. I nipoti più piccoli erano tenuti a casa dai loro genitori affinché non intralciassero i preparativi e arrivavano più tardi trafelati e infreddoliti, con le guance rosse, i guanti e le scarpe bagnate per aver giocato a palle di neve in strada.

Le donne si dividevano i compiti: alcune, in uno degli ampi lo­cali posto al di sotto del piano stradale, alimentavano con grossi pezzi di legno il fuoco del camino e della grande cucina economica che occupava un’intera parete piastrellata di bian­co e di blu; altre preparavano grosse pentole, padelle, paioli lucidati nei giorni precedenti, grembiuli bianchi e tovaglie quadrettate di lino grezzo, strofinacci di cotone, piatti e col­telli, di cui alcuni lunghi e ben affilati.

Ai più piccoli tutto era permesso in quel trambusto, ma quan­do, dopo essersi infilati furtivamente sotto il lungo tavolo posto al centro della stanza, riuscivano ad alzarsi e a fare capolino tra grembiuli, piatti e posate:

“Se non fate i bravi tornate tutti a casa!”, minacciavano mam­me e zie, ottenendo un po’ di silenzio e calma per qualche minuto.

Nella stanza adiacente, adibita a magazzino e dispensa, inten­so era il profumo di mele, pere e mele cotogne, appese in filze su fili di ferro agganciati in alto tra due pareti. Proprio in quel paradiso dei desideri per i bambini, gli uomini collocavano al centro della sala un lungo tavolo inclinato che aveva un bordo su tre lati ed una grossa apertura sul davanti, nella parte più bassa. A fianco sistemavano una panca di legno, tozza e molto robusta.

“Siamo pronti”, gridava Michelino, dopo aver indossato un ca­mice di panno bianco.

“Va bene, arriviamo”, gli rispondevano tutti gli altri dal porci­le.

All’improvviso il vocio veniva interrotto dai forti grugniti di uno dei due maiali destinati alla macellazione, il quale sem­brava aver capito la sorte che gli sarebbe toccata e, puntando le zampe per terra, non si sarebbe mosso se più uomini, ben piazzati, non lo avessero tirato per la corda stretta intorno al collo e spinto con la forza. Spaventato, anche l’altro maiale, rimasto temporaneamente nel porcile, cominciava ad agitarsi e ad emettere brontolii simili a disperati lamenti.

“Andiamo, andiamo a vedere come ammazzano il maiale”, di­cevano i più grandi ai più piccoli che non ricordavano quello che era accaduto l’anno prima.

“Allontanatevi, state attenti, è pericoloso”, esortavano le mam­me, mentre il maiale, tenuto stretto per le zampe da più perso­ne, gridava disperato e Michelino, il genero del nonno, macel­laio, procedeva nell’operazione.

“Zio, il maiale non si fa male con quel lungo coltello infilato nel collo? E perché esce tanto sangue? Quando mangeremo la carne e la salsiccia?”, chiedevano eccitati i più piccoli. 

Ma, nonostante l’insistenza, non arrivavano risposte, anzi, poco dopo, quando dalla cucina portavano con cautela un grosso paiolo con dell’acqua bollente, per togliere le setole al maiale ormai morto e sistemato a pancia in giù sul tavolo inclinato, venivano tutti allontanati.

Intanto in cucina il sangue ancora fumante, raccolto in un reci­piente smaltato, veniva a lungo mescolato e privato degli  eventuali grumi, affinché non coagulasse, poi una parte con | destrezza veniva versata in bottiglie da regalare a parenti ed amici, quel giorno non presenti, l’altra, arricchita con latte, zucchero, cacao e aromatizzata con cannella, chiodi di garo­fano e buccia di mandarino arrostita, veniva lungamente cotta e trasformata in una gustosissima crema, “il sanguinaccio”, che era la gioia dei grandi e dei piccoli.

“Carmela, Genoveffa, venite a prendere le interiora e prepa­ratele per mezzogiorno, siamo stanchi ed abbiamo fame!”, gri­davano più volte gli uomini dal magazzino dove il primo dei maiali uccisi era stato issato in alto, sostenuto da un robusto as­se di legno.

In cucina alloro, cipolla, fegato alla griglia, interiora soffritte, cannella e vin cotto emanavano un profluvio di odori che face­vano crescere sempre più l’acquolina in bocca a tutti.

Finalmente, intorno al tavolo apparecchiato, si sedevano solo i nonni e gli uomini, brindando e mangiando di gusto le prime delizie che il maiale offriva, serviti dalle donne che gustavano in piedi quanto preparato.

L’allegria esplodeva in risate e complimenti, il caldo del cami­no, l’attesa del sanguinaccio, da consumarsi per ultimo come dolce, scatenava i più piccoli che si rincorrevano nella stanza o andavano curiosi nel magazzino adiacente per toccare il maiale ancora caldo e a testa in giù, che sembrava aspettasse il compagno a cui, dopo il pranzo, sarebbe toccata la stessa sorte. 

Insieme, il giorno successivo, sarebbero stati spezzettati da Michelino e trasformati in salami, prosciutti, lardo e sugna dalle mani esperte delle donne della famiglia.

Per i nipoti più piccoli la festa continuava tutta la settimana, perché le mamme e le nipoti più grandi erano impegnate ad insaccare i vari tipi di salsiccia, a sistemarli a spirale in larghi canestri rivestiti di tela bianca, perché cominciassero ad essic­carsi, prima di appenderli sulle corde in alto a completare l’ asciugatura.

Da allora sono passati molti anni, ma l’atmosfera gioiosa di quei giorni, le risate, le voci, i profumi ritornano nitidi nei miei ricordi di bambina ormai cresciuta. Con i nonni se ne sono an­dati zii e zie, se ne sono andati Michelino, mio padre, Carmela, mia madre e Gloria, mia sorella, che era allora la più piccola della famiglia e la più vivace, con i suoi grandi occhi neri che brillavano furbi ad ogni marachella e disarmavano i miei genitori, i quali, anziché rimproverarla, facevano a fatica la faccia cattiva.

Con zia Genoveffa, l’ultima rimasta della famiglia e con i cugi­ni, io e mio fratello Tonio, quando ci incontriamo ricordiamo con nostalgia quei giorni e ci par di vedere i due maiali appesi nel magazzino, la tavola imbandita in cucina e il camino scoppiettante, e di sentire ancora voci serene e “antichi”, pro­fumi.

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Fedora

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michele foto

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I polli di Vituccio

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Mi capita spesso di ricordare alcuni episodi della mia giovi­nezza, tra questi l’avventura di una serata particolare trascorsa con gli amici.

Uno di questi, Vituccio, abitava in una casa alla periferia del mio paese: era una casa colonica che dimostrava tutti i suoi anni. L’intonaco ocra era caduto quasi tutto, rivelando parte del muro in mattoni sottostante e, a terra, ne rimanevano dei frammenti mai rimossi e pietre sconnesse. Rivelava, insomma, l’inesorabile passare del tempo.

Il pianoterra, a causa di sconsiderati ampliamenti avvenuti nel corso degli anni, era composto da quattro locali, oltre a un ripostiglio mal sistemato nel quale c’era di tutto: forme di for­maggio su una mensola in alto da cui pendevano ragnatele polverose e grappoli di peperoni secchi appesi alle pareti con chiodi arrugginiti, mentre a terra ingombravano il passaggio damigiane di vino e giare di olio, vecchi indumenti da lavoro e attrezzi.

La porta del ripostiglio era sconnessa e non si chiudeva bene, per cui ne uscivano odori diversi che si mescolavano e si diffondevano nelle altre stanze. Con la massima indifferenza vi circolavano tre gatti che non si curavano dei topi, sempre all’erta, anche se non limitavano di certo le loro incursioni in quell’ambiente a loro così congeniale.

 Il cortile della casa colonica, recintato da una rete metallica facilmente scavalcabile, era popolato di polli, conigli, galline e maiali ed aveva il pavimento coperto di escrementi, in con­trasto con la campagna circostante che, specialmente in prima­vera, ci inebriava con i profumi delle erbe aromatiche che crescevano disordinatamente lì intorno. La vegetazione, poi, assumeva varie sfumature con il passaggio delle stagioni e le piccole rogge scorrevano allegramente lungo i campi, produ­cendo un lieve rumore che animava la tranquillità della cam­pagna.

La puzza che ci colpiva ogni volta che andavamo a chiamare Vituccio, era motivo di derisione verso di lui che, già timido e impacciato per sua natura, lo diventava ancor di più alle nostre frecciate su di lui e sulla sua casa. Si era, infine, reso conto che quell’odore nauseabondo gli impregnava i vestiti, perciò, alle nostre crudeli allusioni, si richiudeva a riccio.

Qualcuno aveva addirittura inventato : “Uccio, Uccio, sento odore di Vituccio”. Lui, però, pur restando zitto e fingendo di nulla, non ne poteva più e cominciò a meditare la vendetta.

La sua famiglia si era trasferita da poco da Bella, un paesino di montagna molto arretrato e Vituccio incontrava difficoltà ad inserirsi nel nuovo ambiente. Sembrava che camminasse sulla punta dei piedi e la mattina, se era in ritardo e correva per prendere l’autobus, veniva notato anche per la sua andatura particolare. Viaggiavamo ogni giorno insieme sulla corriera che da Atella ci portava a Rionero, dove c’erano la Scuola Media e la Scuola di Avviamento Professionale che lui frequen­tava con risultati scadenti.

Il resto della compagnia scaldava invece i banchi delle medie, che si trovavano nello stesso edificio, sul fronte del quale avrebbe dovuto incutere un certo timore (e a me aveva davvero intimorito, il primo giorno di scuola) una diffida, voluta dal preside, scritta in nero e a lettere cubitali: “IMPARA O VATTENE”.

Solo alla fine del primo anno di scuola, Vituccio venne accet­tato e considerato quasi nostro amico e cominciò a partecipare alle riunioni che spesso tenevamo nella sartoria del padre di Domenico: una grande stanza a pianoterra con una vetrina af­facciata sulla strada. L’arredamento consisteva solo in un tavolo da lavoro, uno scaffale con gli accessori del mestiere ed un paravento, posto in un angolo, dietro il quale i clienti potevano cambiarsi. Rimaneva quindi spazio sufficiente per i nostri incontri senza che questi disturbassero il lavoro del sarto.

Dalla vetrina, che si affacciava sulla piazza, sbirciavamo tutte le donne e le ragazze che passavano, facendo commenti salaci e impietosi.

Un pomeriggio, Vituccio, forse per approfondire la nostra amicizia, ci propose una cena che animasse le lunghe e noiose serate invernali.  L’idea piacque a tutti e si stabilì che ciascuno di noi avrebbe portato qualche cibaria ma, per quanto riguardava la casa che avrebbe dovuto ospitarci, eravamo in alto mare e l’iniziativa sarebbe fallita subito se io non fossi intervenuto dicendo:

“Chiederò a mia madre di ospitarci, sono sicuro che riuscirò a convincerla. Fate conto di essere già con le gambe sotto il tavolo”.

“Un sabato sera sarebbe l’ideale”, propose Domenico,” il mattino dopo non c’è scuola e si può rimanere a letto fino a mezzogiorno”.

La discussione, però, si impantanò nuovamente quando cer­cammo di stabilire che cosa ciascuno avrebbe portato. Poiché quasi tutti si mostravano refrattari, adducendo motivi generici o  guardando nel vuoto con indifferenza come se la cosa non li riguardasse, Peppino, il nostro capobanda, strappò il foglietto su cui aveva annotato i nomi dei partecipanti e, buttandone in aria innervosito i frammenti, esclamò:

“Non se ne fa più niente. Non si riesce a combinare nulla con voi!”

Ognuno di noi guardava i pezzetti di carta che volteggiavano per poi posarsi sul pavimento, ma nessuno sembrava disposto a raccoglierli. A questo punto, fu proprio il tanto deriso Vituccio, a venirci in soccorso per risolvere la situazione.

“Potrei sottrarre qualche pollo dal mio cortile; sono così tanti che nessuno se ne accorgerà. Ho bisogno però del vostro aiuto. Chi si offre?” L’idea ci piacque, anche perché solleticava il nostro spirito d’avventura.

“Quando avremo deciso il giorno, saremo tutti con te”, disse Domenico.

A questo punto Clemente, la cui famiglia gestiva un negozio di generi alimentari, si sentì in dovere di assicurarci:

“Ogni giorno mi riempirò le tasche con fave, ceci e semi di zucca tostati. Per quella sera ne avrò abbastanza per tutti”. Intervenne anche Nicola, sicuro del consenso del padre, per­ché il vino della sua cantina era lì da troppo tempo e stava inacidendo.

“Io mi occuperò delle bevande. Nelle botti di mio padre c’è un vinello che aspetta solo di essere bevuto. Una decina di bottiglie basteranno?”

Come previsto mia madre si rese disponibile ad ospitarci, a cucinare i polli e ad arricchire la cena con pane, mortadella e provolone. Il progetto sulla carta era ormai completo, compreso il giradischi che Peppino si sarebbe fatto prestare da un amico: un vecchio grammofono a tromba con relativi dischi un po’ rigati, ma pur sempre funzionante.

Mancavano solo le ragazze, ma per quelle avremmo dovuto attendere ancora qualche anno. Il venerdì precedente la serata fissata per il banchetto, nel buio della sera cominciò l’avventura. I genitori di Vituccio erano rientrati dalla filanda, mentre il fratello e la sorella sarebbero tornati a sera tardi poiché preparavano il lavoro per il giorno dopo; il cane, un incrocio di tutte le razze, che avrebbe potuto vincere la mostra del “cane fantasia” era rinchiuso nel suo recinto, però bisognava muoversi con cautela perché non abbaiasse insospettendo i genitori che erano in casa.

Vituccio aprì la porta sgangherata del pollaio, ci fece entrare con circospezione per aiutarlo a individuare e isolare i polli che già dormivano e, afferratine tre: due al primo assalto e il terzo al secondo, torse loro il collo senza che emettessero alcun suono e li mise in un sacco, mentre noi soffocavamo le nostre risatine nervose.

Il cane, forse un po’ sordo a causa dell’età avanzata, non diede segno di averci udito e noi, con il nostro prezioso bottino, sod­disfatti per l’impresa ben riuscita, ci dirigemmo a passo spe­dito verso casa mia, dove mia madre, già avvertita del nostro arrivo, era pronta a spennare la refurtiva.

Il giorno seguente, all’ora convenuta, ci ritrovammo a casa mia e, mentre aspettavamo con ansia che terminasse la cottura dei polli, che già mandavano un odorino invitante, apparec­chiammo la tavola con suppellettili di fortuna, per non rischiare di rompere qualche pezzo del servizio buono.

Quel vivace banchetto procedette in allegria, annaffiato dal vinello un po’ inacidito ma pur sempre inebriante, allietato dai suoni gracchiami del grammofono, cui facevano eco battute, risate e barzellette piccanti e sarebbe terminato in bellezza se Vituccio, ormai sazio e sdraiato sul sofà, chiamato in causa più volte con continui sfottò, indispettito dai troppi attacchi o forse mosso da spirito di vendetta, non avesse reagito, rivelandoci che ci aveva preso in giro.

“Voi credete di saperla lunga, ma anch’io ci so fare. Vi ho fatto correre un bel rischio a vostra insaputa. Il furto avrebbe potuto finire a fucilate. Se mio padre avesse anche avuto il minimo sospetto, avrebbe fatto partire una scarica di pallettoni dal fucile che tiene sempre carico, per ogni evenienza, dietro l’uscio di casa. Non sarebbe la prima volta…” concluse sod­disfatto. In un attimo scese il silenzio tra noi, la tensione divenne palpa­bile e, complice la sbornia generale, stavamo per litigare.

Mia madre, che in quel momento stava sparecchiando, venne così a sapere di essere stata complice involontaria del furto e, furibonda, spedì tutti a casa, anche perché si erano fatte le due. Benché la serata avrebbe potuto concludersi meglio, fu comun­que un incontro piacevole che servì se non altro a far nascere un sentimento di rispetto nei confronti di Vituccio che, da allo­ra, venne considerato da noi un vero amico.

Non si seppe mai se tutti riuscirono a trovare la strada di casa. Si seppe però dal diretto interessato, Vituccio, che sua madre, poiché a mezzogiorno non si era ancora alzato, andò nella sua stanza, tirò indietro le coperte e quando si rese conto che suo figlio era ancora del tutto vestito e con le scarpe ai piedi, lo svegliò bruscamente e chiese sospettosa:

“Perché non ti sei spogliato? Dove sei stato stanotte?”

Vituccio, ancora intontito dal sonno, farfugliò:

“Ma sì che mi sono spogliato. Non vedi il cappotto sulla sedia?”

In quel momento gli tornò in mente l’avventura della sera prima e la spavalderia mostrata nel rubare i polli, si trasformò in senso di colpa e paura di essere scoperto.

Promise a se stesso di non combinare più guai in futuro ma non si sa se riuscì a mantenere i buoni propositi.

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Michele

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maria luisa foto.

Le prime nebbie

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Ai primi di novembre le giornate si erano visibilmente accor­ciate e, verso sera, il freddo cominciava a farsi sentire. Le prime nebbie invadevano silenziose le vie del paese, restringendo gli orizzonti e riducendo le distanze.

Noi bambini che, fino a pochi giorni prima, giocavamo ancora nel cortile, avvertimmo subito quel primo freddo e, in modo del tutto naturale, abbandonammo i giochi all’esterno, trasfor­mando velocemente le nostre abitudini.

La famiglia, nei mesi invernali, era veramente compatta ed io capivo meglio l’importanza dei ruoli. Chi si occupava di me erano l’amorevole nonna e il sempre allegro nonno. Mamma e papà lavoravano fuori casa per provvedere al sostentamento della famiglia.

Il nonno che, fino a pochi giorni prima, aveva fatto alcuni lavori in un suo terreno, restava anche lui in casa per la maggior parte del tempo. Lo sentivo dire alla nonna che in campagna vi era ben poco da fare se non legare in fasci i rami di robinia accumulati a terra durante l’estate, ripulire la siepe o tagliare qualche ceppo di legna in più per il camino, in previsione di un inverno rigido oppure spostare alcune pietre ai margini dei campi, utilizzandole poi per una rudimentale pavimentazione attorno alla baracca degli attrezzi. Dopo l’intenso lavoro estivo, l’arrivo dell’inverno gli serviva per ritemprarsi e per stare più a lungo con noi nipoti.

Anche a noi piaceva molto stare con lui.

Viso bonario, alto, piuttosto magro, folti capelli, occhi espressi­vi incorniciati da marcate sopracciglia, naso tendente al rosso che contrastava con i vistosi baffi bianchi appena ingialliti dal fumo dell’inseparabile pipa..

Le numerose rughe su quel viso simpatico mi ricordavano Capitan Nemo, l’eroe di “Ventimila leghe sotto i mari”.

A quei tempi le serate invernali erano veramente lunghe, la televisione non c’era ancora e la radio veniva accesa rara­mente, perciò avere un nonno prodigo nel raccontare fatti reali arricchiti da interpretazioni di fantasia, era stimolante e mi faceva trascorrere ore piacevoli, piene di mistero e suggestio­ne.

Sorprendenti le introduzioni alle sue storie: con poche parole, prendendo spunto dalle stagioni, dalle condizioni del tempo o da piccoli fatti di per sé insignificanti, riusciva a rendere visibi­le anche quello che non c’era, sottolineando ed enfatizzando le situazioni. Fondamentale la sua voce armoniosa che passava, quando l’avventura lo richiedeva, dai toni più profondi a quelli più acuti. Ora voglio raccontare una sua storia di nebbia, che mi ha col­pito in modo particolare.

Tre sono i protagonisti: due uomini e la nebbia.

E’ scesa la prima nebbia della stagione.

I rumori sono attutiti, le sagome dei passanti imprecise, gli occhi sembrano non vedere bene. Tutti si ritirano presto in casa, dove nel camino arde un fuoco allegro, ma un contadino si attarda nel suo campo, perché non ha paura della nebbia e dell’umidità.

E’ abituato a ben altro e, dopo aver fatto un giro attorno al suo fondo, decide di sedersi su una catasta di legna appoggiata alla baracca in cui tiene gli attrezzi, ben chiusa da un lucchetto.

Potrà fumarsi in pace un sigaro, senza che sua moglie assuma quell’aria disgustata che gli rovina il piacere del fumo. Tira due boccate, lascia vagare i pensieri, che si perdono nell’oscurità che ha ormai invaso la campagna e che sembra ancor più profonda a causa della nebbia.

Ma la sua tranquillità dura poco: un’ombra è sbucata dal boschetto di robinie e sembra muoversi verso di lui. Il contadino aguzza lo sguardo, ma non è facile distinguere i particolari in quell’ambiente senza più confini precisi. Si stropiccia gli occhi, guarda di nuovo e si rende conto che c’è proprio qualcuno ai margini del boschetto: è una figura nera, alta, con un cappellaccio a larghe tese.

Il contadino non è superstizioso, ma ha sentito troppi racconti di esseri soprannaturali comparsi all’improvviso, di streghe e gnomi usciti dal nulla, di animali mai visti prima e, quindi, sente un leggero brivido percorrergli la schiena.

Si alza di scatto, spegne il sigaro, poi, essendo un uomo di buon senso, scaccia i fantasmi e si chiede se non si tratti, invece, di un malintenzionato o semplicemente, di uno che si è perso. Lui non è un tipo pauroso, butta per terra il mozzicone per avere le mani libere nel caso l’altro lo aggredisca e decide di affrontarlo.

A gran voce chiedo:

“Chi siete e qual è il motivo che vi ha spinto a calpestare il mio campo?”

La figura che, fino a quel momento, avanzava incerta, fa un balzo e si arresta di botto. Sembra ché anch’essa sia impaurita, si gira verso il bosco di robinie come se volesse fuggire, ma, a quanto pare, non si sente più di rientrarvi.

Il misterioso uomo non sa più che cosa fare e resta lì, impalato, appena visibile nella nebbia sempre più fitta, che gli bagna il mantello in cui è avvolto. Il contadino, che ha anche senso pratico, comincia a provare dei brividi di freddo e, tolto con cautela un pezzo di legno solido dalla catasta su cui sedeva, si fa avanti.

L’altro non fa nulla, sembra aspettarlo e, quando sono a pochi passi l’uno dall’altro, si decide a parlare:

“Non mi fate del male. Non sono del posto e ho perso la strada. Mi potreste aiutare a orientarmi?”

Ha una voce piuttosto tremante e, facendo un lieve inchino, si presenta.

Il contadino non si sente del tutto rinfrancato, ma fa buon viso a cattiva sorte. D’altra parte gli sembra strano che un malvivente si sia spinto in un campo a quell’ora, in mezzo alla nebbia, sperando di trovare una vittima proprio in quel posto deserto. A meno che… si tratti di un diavolo o qualcosa di simile e lo voglia castigare per tutti i peccati che ha compiuto.

Ma no, pensa subito dopo, neanche un diavolo si scomoderebbe in questa serata da lupi.

Allora si decide a mostrarsi ospitale e dice:

“Venite con me. In pochi minuti arriveremo all’Osteria del Carlin”.

Si incamminano, uno di fianco all’altro, in silenzio. Appena fuori dal campo, intravvedono una luce che, pur essendo debole e giallastra, permette al contadino, che si gira, di vedere meglio il suo compagno. Da sotto il cappello a larghe tese spuntano delle ciocche bionde e due orecchie a sventola arrossate dal freddo. L’uomo è abbastanza giovane, potrebbe essere sulla quarantina. Una volta che sono dentro l’osteria, al caldo, davanti a un bic­chiere di vino, l’uomo comincia a parlare. Il Carlin convince i due a mangiare un bel piatto di pasta e fagioli fumante. Il contadino guarda negli occhi il giovane che sembra non reggere il suo sguardo. Alza il cucchiaio, inghiotte in fretta un boccone, ma l’altro, ora vuol sapere, ha intuito che il viandante è entrato nel suo campo con uno scopo
preciso.

“Allora”, chiede, dopo aver fatto cenno al Carlin di portare ancora del vino, “qual é la verità vera?”

Lo sconosciuto esita, poi dice:

“Eh, siete furbo, voi. La verità è che io, un po’ di tempo fa, ho lavorato come bracciante qui attorno, in una grande fattoria” e fa il nome del proprietario, che il contadino conosce bene.

“Poi il lavoro è finito e non ho trovato nient’altro da fare. Ho girato tanto, poi ho pensato di tornare qui e di chiedere in giro, ma mi sono perso. Voi non avete bisogno di aiuto, per caso? ” Guarda il commensale con due occhi chiari, dallo sguardo innocente e supplichevole. Intanto il fiasco è quasi vuoto e il contadino comincia a intenerirsi.

“Ci penserò”, dice dando una pacca quasi affettuosa al giovane, poi aggiunge:

“Per stanotte restate qui. Il Carlin una stanza vuota ce l’ha di sicuro”.

Fuori è buio e la nebbia si è fatta ancor più fitta, non si vede nulla a un metro di distanza. Il contadino se ne va a casa e intanto continua a pensare allo strano incontro nella nebbia. Non è del tutto convinto della sincerità del giovane ma, una volta entrato nella calda cucina di casa sua, dove lo aspetta un piatto di zuppa ormai fredda, la moglie lo aggredisce rimproverandolo per il ritardo e lui, dimenticando le sue riflessioni, se ne va diret­tamente a letto.

Durante la notte la nebbia silenziosamente si dirada e le stelle, che sembravano essersi spente, riprendono a brillare nel blu profondo del cielo. Il contadino si sveglia all’improvviso e balza a sedere sul letto. Anche nella sua mente la nebbia è scomparsa e l’uomo comincia a borbottare tra di sé:

“Eppure io quello lì l’ho già visto”.

Si rimette giù, ma continua a girarsi e rigirarsi, finché anche la moglie si sveglia e, dandogli uno spintone, protesta.

“Hai fatto il pieno all’Osteria del Carlin e adesso, dopo aver russato tutta la notte, vuoi smetterla di agitarti?”

Si gira tirandosi dietro tutte le coperte. Ormai incapace di riprendere sonno, il contadino si alza e, spinto da una specie di presentimento, si avvolge nel suo tabarro, si copre la testa con un cappellaccio ed esce, deciso a ritornare nel suo campo. Albeggia, la nebbia si è di nuovo infittita e ha un colore lattigi­noso. Si stende sui tetti, si infila nei vicoli, si allunga sui campi.

Ci vuol poco ad arrivare al capanno degli attrezzi e il contadino si rende subito conto che il suo lucchetto nuovo è stato divelto e giace a terra, mentre la porta è socchiusa. Dentro qualcuno ha spostato gli attrezzi e rovesciato una cassa pesante, che era rimasta lì per mesi senza che a nessuno venisse in mente di frugarvi dentro. A terra ci sono stivali, sacchi vuoti, piccoli attrezzi, un portafogli e un cofanetto vuoto.

Ormai il contadino ricorda tutto: c’è stato un furto di denaro e anche di gioielli nella fattoria poco lontana ma, quando i braccianti sospetti sono stati fermati, non si è trovato nulla. L’osteria del Carlin non è lontana e il contadino vi si dirige di corsa. C’è un gran silenzio; ormai è chiaro, ma solo un gallo solitario canta. I colpi bussati alla porta sbarrata e i richiami del contadino svegliano il Carlin che si affaccia ad una finestra del piano superiore con gli occhi gonfi di sonno.

All’inizio sembra non capire che cosa gli chiede il contadino, poi, seccato, gli risponde:

“Se ne è andato quasi subito quel tale, dopo che tu l’hai lasciato. Ha detto che un suo amico lo aspettava e che ormai non si sarebbe più perso nella nebbia. Ti ha rubato qualcosa?”

“Già”, fa il contadino sottovoce, “mi ha rubato la fiducia” e riprende a camminare nella nebbia.

“Proprio nel mio capanno era nascosta la refurtiva. Ecco perché era tornato qui, ieri sera, quel mascalzone. E io che gli ho dato retta”.

A questo punto la storia del nonno si interrompeva e, sorri­dendo sotto i baffi, lui ci assicurava che prima o poi ci avrebbe raccontato il seguito, E noi, ancora incantati, cominciavamo a muoverci e, avvicinandoci alle finestre, cercavamo di capire che cosa succedeva fuori. Ci aspettavamo che ci fosse la neb­bia, perché è proprio quando è più fitta, che avvengono fatti misteriosi.

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Maria Luisa

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maria teresa foto.

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La trippa di nonno Luigi

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Quando penso alla vecchia casa dove sono cresciuta, sento una terribile nostalgia.

Era stata costruita dal nonno e strutturata per viverci con una grande famiglia: c’erano dieci locali dagli alti soffitti, uno dei quali finiva con un grande terrazzo. Ma la cosa più bella era il grandissimo terreno tutt’intorno che nonno Luigi coltivava.

Lui era cassiere al Credito Italiano, in piazza San Magno. Durante l’estate andavo spesso ad aspettarlo davanti alla banca, guardando con ansia la porta a vetri, da cui uscivano molte altre persone e mi sembrava che il nonno fosse sempre ultimo.

Saltellavo sotto il sole e qualche persona, vedendomi così pic­cola e carina, mi faceva una carezza. Finalmente appariva la figura del nonno, alto e imponente nell’abito scuro, con la cravatta di colore pastello.

Lo salutavo e poi gli chiedevo sempre:

“Nonno, com’è andata oggi? Raccontami qualcosa, qualche cliente ti ha fatto arrabbiare?”

“Bambina”, mi rispondeva sorridendo, “è andato tutto bene, nessuno mi ha fatto arrabbiare, sei contenta? Ora però andia­mo a casa. Sai cosa ci aspetta, vero?”

Per mano saltellavo al suo fianco sempre chiacchierando; gli volevo molto bene, era per me runico nonno che avessi. La nonna era morta giovane e lui viveva in casa con la mia fami­glia, mamma, papà e i miei due fratelli.

Coltivare il suo giardino – così lo chiamava lui – non era un lavoro, ma un hobby; ricordo che per preparare le aiuole si aiutava con dei paletti, che sceglieva tutti uguali, ben diritti e con una corda robusta. Io lo aiutavo a tenere i paletti, lui tirava le corde, poi mi chie­deva:

“Sono ben dritti o no?”

Lo prendevo un po’ in giro, dicendogli:

“Questo è un po’ storto.”

Ma non era vero.

Lui sorrideva rispondendomi:

“Sei una birichina.”

Oltre alle aiuole ben squadrate dove coltivava ogni tipo di i verdura, nel suo terreno c’erano moltissime piante da frutta. Iniziavamo in primavera con le fragole per poi finire in autunno inoltrato con le nespole. Quell’immenso frutteto e quell’orto erano il suo orgoglio, e anche il mio.

Ho trascorso con lui momenti indimenticabili: è sempre stato il perno della nostra famiglia.

Accadeva spesso che in occasione delle festività la nostra fa­miglia si riunisse: dato che il nonno aveva quattro figli e nove nipoti, eravamo in tanti. Mia madre preparava una grande tavolata elegante; lei aveva il gusto del bello e mi diceva:

“Vai in giardino e cogli un po’ di fiori che siano quelli profu­mati e mettili in tavola”

Ne coglievo sempre un po’ di più e li posavo vicino al posto del nonno.

Papà era felice di avere a pranzo i suoi fratelli e con loro discu­teva di ogni argomento.

Un giorno accadde una cosa strana.

Dalla cucina, dove diverse pentole erano sul fuoco, arrivò un odore che non avevo mai sentito. Non era per niente gradevole ed io chiamai la mamma e le dissi:

“Non senti che strano odore esce dalla quella pentola?”

“Ma no, è il profumo dell’arrosto, e non sta bruciando”

“No, no”, risposi, “quell’odore strano non proviene dall’ar­rosto.”

Guardai con attenzione un’altra pentola che sobbolliva sul fornello. Era alta e lucente ed era proprio da lì che uscivano degli sbuffi maleodoranti.

“In quella pentola cosa stai cucinando?” Chiesi io insospettita. Lei mi guardò con aria seccata, come per dire: “Ma cosa ne capisci tu?”

Alzo il coperchio, affondò un grande cucchiaio nella pentola, agirò il contenuto, poi l’assaggiò. Sputò subito quel brodo denso nel lavello ed esclamò disgustata:

“Che schifo. E’ dolce. Non è possibile che abbia messo lo zucchero invece del sale. Ora cosa faccio?”

Avevo ragione io. Mi alzai sulla punta dei piedi e misi il naso sulla pentola scoperchiata. Non si poteva rimediare al danno, almeno salvare la faccia.

“Mamma, dissi, non dire che hai sbagliato, piuttosto che la colpa è del macellaio, che ti ha dato la trippa non perfetta­mente pulita, e quindi, cuocendola, ne è uscito questo cattivo odore.”

La mamma buttò via quella brodaglia e si giustificò con i com­mensali.

“Per oggi accontentatevi dell’arrosto e dello spezzatino con polenta.”

Loro, rassegnati, dissero:

“Peccato, ci eravamo già preparati la bocca, pazienza”.

Ma non era così facile imbrogliare nonno Luigi.

Con un sorrisetto, ironico ma benevolo, la sera guardò il mio visetto dall’espressione innocente e disse:

“Tu e tua madre ci avete imbrogliati per bene, ma per peni­tenza questa settimana rifarete la trippa senza lo zucchero”.

Lui l’aveva assaggiata di nascosto e aveva capito tutto.

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Maria Teresa

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giuseppe foto.

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California Connection

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Ricordo molto bene quella mattina a scuola.

C’era l’interrogazione su Platone. Colombo e Marinoni, i primi della classe, erano stati interrogati già troppe volte e l’influenza stagionale aveva decimato i compagni dei primi banchi, quindi troppi erano i varchi perché potessimo, come spesso facevamo, nasconderci dietro le loro teste.

Pensammo allora alla solita scusa del sangue da naso, ma era assente anche Giovanni, detto “Golaccia” in considerazione del suo formidabile appetito, che, abitando in campagna, si procurava facilmente del sangue di animale e lo portava in una boccetta a scuola, mettendolo a disposizione dei compagni per  evitare l’interrogazione. Quel giorno mi sentii inchiodato al muro: l’interrogazione de professore era inevitabile. E fui infatti interrogato.

Ormai è passato tanto tempo da allora e la paura dell’interrogazione è scomparsa ma è rimasto invece il ricordo dell’insegnamento del professore sul significato simbolico del cerchio, la corona con la quale sono incoronati re e regine e simboli religiosi come l’anello del pescatore quando viene eletto il papa. Ma quello che più mi aveva colpito in quella lezione è ciò che Platone aveva scritto: l’anima è un cerchio e il simbolo più im­portante del cerchio è l’anello nuziale. E l’anello nuziale porta inevitabilmente a pensare al matrimonio.

Che cosa si può dire di un matrimonio?

Che  proprio alla fine di quella settimana era previsto il matrimonio di mia cugina Elisabetta. Quando c’è un matrimonio tutti, in famiglia, si danno un gran daffare: partecipazioni, confetti, lista dei regali, vestito della sposa e dello sposo, addobbi per la chiesa, fiori e ancora fiori e, naturalmente, le fedi nuziali.

Ma ciò che rimane di più nella memoria di quel giorno è la festa che segue la cerimonia. Per noi, che abitiamo nei pressi della valle del Ticino, è tradizione organizzare la festa di nozze in uno dei numerosi ristoranti posti sull’argine del fiume.

Anche quella volta il ristorante scelto ci accolse con i profumi e i colori del giardino: dell’erba, della terra umida e dei fiori della primavera. Il vialetto che portava all’ingresso era lastricato di ciottoli colorati. Gli invitati arrivarono alla spicciolata.

Il parcheggio, posto a lato del ristorante, sembrava suddiviso per classi sociali: da una parte automobili di lusso, dall’altra vecchie carrette. Erano stati invitati tutti i parenti delle due famiglie, anche quelli che venivano  da più lontano, e molti amici. Si incontrarono così parsone che non si vedevano da tempo e che divergenze e distanze avevano allontanato. Si rividero amici e parenti perduti di  vista che, scrutandosi, si stupivano di scoprirsi tanto invecchiati.

Tutti sostavamo all’ingresso del ristorante: le auto arrivavano veloci fino alla scalinata, e qui si fermavano di colpo. La gente scendeva stiracchiandosi e, con un respiro profondo, si guardava attorno, soffermando lo sguardo sul fiume e sulle montagne dello sfondo, ancora innevate.

Sembravano attori in un teatro dove si può recitare una parte diversa dalla propria realtà e dove non è necessario essere se stessi. Molti fingevano di essere ricchi (con l’auto a noleggio) persone di successo vestite alla moda, intellettuali con la puzza sotto il naso, cittadini altolocati.

Con i famigliari assumevano, in quell’occasione, il ruolo del compagno innamorato, del genitore generoso, del figlio rico­noscente. Le ragazze, quasi tutte in abiti chiari, civettavano con uomini più grandi, sperando di passare per ventenni.

La sposa, di tanto in tanto, inciampava nell’abito un po’ troppo lungo. Si fermava, lo tirava su e, con le mani guantate, toglieva i fili d’erba e gli aghi di pino, mentre lo sposo cercava di ese­guire gli ordini del fotografo.

D’un tratto le ragazze, in abiti color pastello, corsero sul prato verso l’edificio del ristorante. Si fermarono davanti all’ingresso. Per un attimo, per la durata di un respiro, si diffuse una ventata di profumi e parve sprigionarsi dai colori dell’arcobaleno. Davanti a me c’era Lei. Mi sembrava che tutti quei profumi pro­venissero proprio da Lei.

I nostri sguardi si incontrarono. Mi sentivo confuso, non sapevo da che parte girarmi; tanta era l’emozione che mi chiesi se ci fosse qualcosa di sbagliato nel guardarla.

“Lasciala stare” mi disse alle spalle il Golaccia. “Quella ragaz­za appartiene ad un altro mondo”.

Mi appoggiai al muro.

Che dire? Fui colto da una specie di vertigine.

“I ricchi sono diversi”, continuò il Golaccia, “Fare il ricco pei noi è troppo difficile. Nessuno ci crederebbe. Lascia perdere”. Mi prese per un braccio e mi spinse verso il buffet, mentre io a  capo chino rimuginavo sulla sfortuna di non essere ricco.

Nel giardino erano disposti tavoli con vassoi contenenti anti­pasti multicolori. Dietro i tavoli, in divisa bianca, i camerieri proponevano aperitivi preparati con lo shaker o spumante in coppe da champagne.

Ad un altro tavolo camerieri con la parananza ricevevano gli invitati servendo canapè di caviale, alla nizzarda, tartellette, conchiglie, crocchette, crostate, fondenti.

Si avvertivano rumori provenienti da chissà dove: scricchiolii, fruscii, sussurri e grida, anche se, in apparenza, la scena era idilliaca. Gli invitati facevano capannello intorno ai tavoli, i bambini correvano nel giardino.

All’interno del ristorante, grandi confezioni di fiori e bouquet di rose, dalie, garofani, astri erano disposti sulle scale, mentre sai davanzali delle finestre e sui mobili, altri vasi di fiori colo­ravano l’ambiente. Lampadari a goccia, applique sulle pareti, candelabri emana­vano una luce diffusa; soffici tappeti proteggevano il legno dei pavimenti.

Guardando quelle tavole imbandite, come al solito i miei pensieri hanno cominciato a vagare. Immaginavo una ricca casa rinascimentale, nella quale, ogni giorno, si serviva ai numerosi convitati il vino migliore, mentre la madre controllava con lo sguardo attento le cameriere che, dalla cucina, portavano, su vassoi d’argento, fumanti zuppiere di porcellana, selvaggina, formaggi, dolci. Il padre, seduto a capotavola, tagliava con solennità il pane, mentre intratteneva le persone più vicine a lui con i suoi cor­diali discorsi.

La sala da pranzo era fastosa, la tavola apparecchiata con tasche suppellettili: tovaglie di lino damascato, bicchieri di cristallo, fiori e candelabri d’argento. L’atmosfera era primaverile. C’erano anche ragazzi e fanciulle e, in mezzo a tutte le altre, c’era Lei, vestita di un abito rosso scuro scollato, da cui emergeva il suo viso un po’ pallido, con gli occhi neri e profondi che, in quel momento, fissavano invi­tanti proprio me, seduto di fronte a lei.

Si udì all’improvviso un boato:

“Viva gli sposi!” e la visione di quel banchetto esplose come una bolla di sapone. Nella sala del ristorante le chiacchiere ritornarono a rimbom­bare tra i lustrini e i gioielli delle signore.

In fondo al salone c’era il buffet dei dolci: meringhe, creme in tazzette, gelatine, soufflés, composte di frutta, pasticcini.

Al centro della tavola l’impressionante costruzione della torta nuziale, composta da vari piani con attorno corone di bignè e, in cima, due pupazzetti dolci raffiguranti gli sposi. Dalla scala arrivava il vocio ammirato delle signore, eccitate dai regali che gli sposi stavano aprendo e mostrando orgo­gliosi.

Seduto di fronte a me, c’era mio cugino Arturo.

Mio cugino girava sempre con macchine di lusso e con quelle rimorchiava ragazze sfacciatamente belle. Nei primi anni di un suo nuovo e misterioso lavoro tornava al paese con quei bolidi, sempre nuovi, sempre diversi e con una nuova ragazza. Noi amici del bar del centro ci sentivamo depressi.

La cosa durò per alcuni anni, e noi ci limitavamo ad ammirarlo e invidiarlo anche perché non avevamo la possibilità di pedi­narlo per scoprire che lavoro facesse. Anche il giorno del matrimonio ostentava di essere in perfetta forma: con i capelli neri impomatati e un farfallino rosso al posto della cravatta, era convinto di fare colpo su tutte le ragazze che lo guardavano di sottecchi con un leggero sorriso. Io lo avevo invidiato in passato, ma ormai lo vedevo sotto ben altra luce, visto che conoscevo la verità del suo stato.

Infatti il mistero della sua apparente ricchezza era stato svelato il giorno in cui mio cugino era stato accompagnato a casa dai carabinieri. In realtà, Arturo faceva il posteggiatore in un albergo di lusso del centro di Milano, così aveva la possibilità di girare con macchine fuoriserie, naturalmente all’insaputa dei proprietari. Ma un giorno accadde che, a causa di un piccolo incidente con una Ferrari California, dovette portare di nascosto e rapidamente l’auto dal carrozziere per rimediare all’ammaccatura. Ma il carrozziere scoprì, nascosti in un doppio fondo, soldi, droga, armi e, poiché era un tipo che non si faceva i fatti suoi, denunciò la scoperta, così i carabinieri riuscirono ad arrestare i delinquenti alloggiati al Grand’ Hotel.

Poi i carabinieri fecero una conferenza stampa, con alle spalle un enorme cartello che presentava la brillante operazione di polizia con tanto di foto dei trafficanti e con la scritta a grandi lettere “CALIFORNIA CONNECTION”.

In realtà le indagini si riducevano alla scoperta del contenuto della Ferrari incidentata da mio cugino. Mio cugino, di cui i trafficanti avevano saputo l’identità, per ragioni di sicurezza venne allontanato dal paese e confinato provvisoriamente in una località turistica segreta, in Sardegna. Nessuno aveva saputo più nulla di lui fino al giorno di quel matrimonio ed ecco che me lo ritrovavo davanti con tutta la sua sfrontatezza.

Cominciò a raccontare, mentendo, le sue esperienze di lavoro all’estero e qualcuno sembrò credergli. Il Golaccia, al contrario, è sempre stato un tipo alla mano e si sentiva un po’ a disagio in quell’ambiente così diverso dal suo. Lo disturbava anche avere il cameriere sempre alle spalle, sempre lì presente.

Se mi portano le lumache, cosa faccio?” chiese a mio cugino.
“Come faccio a toglierle dal guscio? E poi ho visto che nel menu ci sono altre cose strane: Canapè, Mornay, Parmentier… ”
“Non ti preoccupare” rispose con sicurezza mio cugino, “faremo esattamente come faranno gli altri”.

Tutto funzionò a dovere fino a quando il cameriere annunciò. “Vol-au-vent”.

Il Golaccia, colpito, scattò in piedi, suscitando la curiosità degli altri commensali,” … alla finanziera” concluse il cameriere e il mio amico ricadde stremato a sedere.

La festa continuò fino a sera.

I commensali, quando erano stanchi di star seduti, andavano a passeggiare nel prato del ristorante, a giocare nella zona in cui c’erano altalene e altro per i bambini, poi rientravano e si ri­mettevano a tavola.

Feci un cenno a mio cugino in direzione del fiume per invitarlo a raggiungere la spiaggia. In realtà avevo notato la ragazza vestita di rosso che mi aveva tanto colpito, appoggiata ad un parapetto di legno, che guardava scorrere l’acqua con aria distratta.

Da solo non avrei mai avuto il coraggio di rivolgerle la parola, ma speravo che Arturo, con la sua esperienza, mi aiutasse a rompere il ghiaccio.

Lui mi seguì, aveva già capito le mie intenzioni e, lisciatosi i capelli, si avvicinò a Lei, facendo un’osservazione sul tramonto, che a me parve banale. La ragazza si girò e lo guardò divertita con i suoi occhi scuri. Io annaspavo cercando disperatamente di inserirmi nella conversazione. Ma non mi veniva in mente niente e, dopo pochi minuti i due, ignorandomi comple­tamente, conversavano fitto, fitto e lei rideva di un riso argentino. Io allora mi girai e, avviatomi a capo basso e a passo lento verso il ristorante, rientrai nella sala.

Un cameriere stava passando con un vassoio su cui c’erano ancora dei bicchieri pieni di spumante ed io ne afferrai uno e bevvi d’un fiato, ma quel vino proprio non mi piacque..

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Giuseppe

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camillo foto

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Fra le cose che ho più care vi è un ritratto di donna

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Era una giornata d’autunno fredda e nebbiosa, una di quelle giornate tristi in cui ti ripieghi su te stesso e ti assale la malinconia.

Tanto per far qualcosa rovistavo nella scatola dei ricordi per cercare senza convinzione una mia foto tessera; sfogliavo distrattamente le immagini di una vita: il matrimonio, i bam­bini, le vacanze al mare, le gite in montagna quando, inaspet­tatamente, sei apparsa tu.

Strano; ero certo di aver distrutto ogni tuo ricordo.

                        Avrei voluto proseguire nella mia ricerca ma non ci riuscii, mi avevi preso, come allora. Avevo scattato io quella foto, eri seduta su una panchina del lungomare. Il tuo sorriso ed i tuoi occhi esprimevano intensa­mente la felicità di chi ama e sa di essere amato. Ci eravamo conosciuti casualmente, una sera, al porticciolo. Ero a Rapallo da pochi giorni per le vacanze estive.

Quando ti vidi per la prima volta eri girata verso la parete in un angolo del locale e ti stavi sistemando il reggicalze ed io, spiritoso, chiesi se volevi una mano. Ti sei voltata e, con un sorriso ironico, mi hai risposto:

– Pensi di farcela con una mano sola?-

Risi divertito e mi presentai. Poiché non vi erano tavoli liberi, ci mettemmo a ballare. Poco dopo arrivò tuo fratello che ti convinse a seguirlo in un altro locale dove, secondo lui, ci sarebbe stata meno gente; io non venni invitato e quindi rimasi ad ascoltare la musica. Non lo sapevo ancora, ma era bastato quel breve incontro per farmi innamorare.

Il giorno dopo ti cercai e, parlandone con gli amici, scoprii che tutti ti conoscevano: eri molto carina, simpatica e brillante in compagnia. Ti rividi soltanto verso sera ed accettasti il mio invito a cena. Raccontammo ai tuoi che saremmo andati a mangiare una pizza con gli amici: in realtà eravamo solo noi due.

Per far colpo su di te, ti portai a cena da “U Batti” a Portofino e poi a ballare. Per le mie finanze fu un colpo mortale ma ero giovane, inna­morato e incosciente; non ebbi rimpianti perché, quando ci baciammo sotto casa tua per augurarci la buona notte, capii che anch’io ti piacevo.

Fu l’estate più bella della mia vita; passavamo le giornate in compagnia degli altri ma per noi era come se non ci fossero. Eravamo solo noi due: un’anima sola, un unico pensiero, un so­lo desiderio. Le parole non servivano, ci parlavamo con gli occhi.

Col passare dei giorni le carezze ed i baci non bastarono più e finalmente, una sera, rompendo ogni indugio, facemmo l’amo­re sulla spiaggia, a Castello dei Sogni. Eravamo entrambi alla prima esperienza, insicuri e pasticcioni, ma quella sera, al chiaro di luna, fu passione e istinto. La

fiammella romantica divenne un fuoco vivo, intenso, esuberante.  La fine delle vacanze fu per noi un doloroso risveglio: tu abitavi a Rapallo, io a Milano. Ci scrivevamo ogni giorno raccontandoci tutto, era l’unico modo per sentirci vicini.

Ricordo che sul retro della busta, a cavallo della chiusura, ponevamo una sigla in inglese: S.W.A.K. sigillato con un bacio. Era un ingenuo, romantico espediente per proteggere il nostro mondo da un eventuale spionaggio materno.

Vivemmo in questo paradiso terrestre per più di tre anni. Tutte le vacanze erano nostre e, quando ci era possibile, anche i fine settimana. Poi, un giorno di ottobre, mi hai lasciato improvvisamente, senza un saluto. I medici giustificarono la tua partenza con due sole parole: leucemia fulminante.

Non avevi ancora vent’anni!

Non venni al tuo funerale, non ce l’avrei fatta e non volli nem­meno sapere dove eri sepolta: come avrei potuto abbracciare una lapide?

Per molto tempo rimasi solo con la bottiglia di whisky, ma tutto il whisky del mondo non sarebbe bastato per cancellare il tuo ricordo: il primo amore non si scorda mai!

E come avrei potuto?

Avevi fatto di tutto perché non ti dimenticassi.

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Camillo

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.marinella foto.

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Rose e canne di bambù

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Tra i miei ricordi del passato abbastanza lieti, ve n’è uno non così allegro che oltretutto mi ha un po’ condizionato durante il periodo scolastico.

Rivedo la bambina che ero…

Quella luminosa mattina di fine maggio di molti anni fa la bam­bina, dai biondi capelli corti, aveva notato che quattro splen­dide rose gialle, appena venate di rosa, erano sbocciate nel roseto del suo giardino.

Corse, ancora in pigiama, a raccogliere i lunghi steli, con i petali imperlati di rugiada che emanavano un delicato profu­mo, prima che la sorella li vedesse e reclamasse il diritto di portarli a scuola alla propria insegnante.

Una volta tanto avrebbe regalato lei alla propria maestra un bel mazzo di rose.

– Non si regalano mai rose in numero pari.- sentì dire dalla sorella che era sopraggiunta alla sue spalle. – Porta male.-

Che sciocchezza, come potevano dei fiori così belli avere un effetto negativo?

– Tu ne puoi portare tre e l’altra la regalo alla mia maestra.- negoziò la sorella.

– Ah, ecco il motivo per cui ti sei inventata quella storia…- disse la bambina.

– Non è una storia, ho sentito dire così replicò seccamente l’altra.

Tre rose le sembravano misere e non c’erano altri boccioli già aperti per arrivare almeno a cinque, quindi decise di non dare retta a quanto diceva sua sorella ed avvolse tutti i fiori in un foglio di giornale.

Giunta a scuola prese, dall’armadio della classe, un grosso vaso di vetro ed andò, nel bagno in fondo al corridoio, a riem­pirlo d’acqua. Mentre era impegnata in quella mansione, entrò nell’aula il bidello, in camicia bianca e gilè scozzese, annunciando:

– La vostra maestra oggi non c’è. –

In un attimo la piccola scolaresca della seconda mista, fu tutta in fermento: -Sarà malata? Arriverà una supplente? Ci suddivideranno in piccoli gruppi smistandoci nelle varie classi? –

Loro avevano già ospitato per qualche giorno gli alunni delle altre classi, ma alla loro non era mai capitato di trasferirsi. Erano tutti preoccupati ed il capoclasse chiese:

Per quanto tempo sarà assente?-

II bidello non sapeva nulla di preciso:

– Aspettiamo che arrivi il Direttore, deciderà lui il da farsi: in base alla durata dell’assenza provvederà a chiamare un sostituto o tamponerà l’imprevisto frazionando la classe nelle varie sezioni. –

La biondina, che era arrivata in quel momento in classe, reg­gendo il vaso colmo d’acqua dove avrebbe sistemato le rose, apprese solo allora la spiacevole notizia. Le bambine si presero per mano formando un gruppetto per chiedere di rimanere tutte insieme e i maschi fecero altret­tanto.

La vostra insegnante ritornerà nel pomeriggio – li rassicurò il Direttore che si era affacciato all’uscio dell’aula. – I maschi andranno nella seconda maschile, le bambine in quella fem­minile-. Ci fu un po’ di trambusto nello spostare banchi e cartelle e qualche insegnante si affacciò al corridoio pregando di fare silenzio.

La scheletrica e occhialuta maestra della sezione femminile non le accolse benevolmente:

–   Quante siete? Tu con quei capelli corti – apostrofò con mal­garbo la biondina, – sei sicura di non essere un maschio? Per­ché io, maschi nella mia classe non ne voglio.-

Tutti risero. Lei ingenuamente le mostrò che indossava il grembiulino e non la blusa accorgendosi solo in quel momen­to che tutte le scolare della seconda femminile avevano i capelli lunghi raccolti in trecce, code di cavallo o chignon e si sentì a disagio.

Sapeva, da alcune di quelle bambine, che la loro maestra ave­va “le preferenze”, ma quel giorno scoprì che se prendeva di mira una scolara era anche peggio.

–   Se sei una femmina va’ a sederti. Mi raccomando state zitte, perché avete già fatto abbastanza chiasso per i miei gusti. Adesso vi sistemo io… prendete il quaderno a righe, così faremo un bel dettato di ortografia.-

Nel silenzio generale iniziò a snocciolare termini che loro non avevano mai sentito con “le gli, le gn, le doppie, le qu, le ac­ca” pronunciando apposta le parole in modo sbagliato, crean­do perplessità e dubbi nella povere alunne ospiti, abituate troppo bene dalla loro brava insegnante che scandiva in modo perfetto quanto dettava, sottolineando le doppie e ripetendo le parole che potevano confondere i meno attenti.

La biondina, rileggendo, si accorse che qualcosa non andava e con la gomma in cima alla matita cancellò qua e là cercando di rimediare. La maestra, seduta sul ripiano della cattedra con le gambe accavallate, la vide, si alzò come una furia e, brandendo una lunga canna di bambù, la colpì sulla testa urlando, rossa in volto e con gli occhi che sembravano oltrepassare le spesse lenti degli occhiali:

–   Non si cancella, il dettato non si cancella. Chi ti ha dato il per­messo di cancellare? –

Lei, paralizzata dalla paura e sgomenta per la violenza subita, rimase senza parole.

La bacchetta si ruppe e l’insegnante le disse:

–   Guarda cos’hai combinato! Testa di legno! –

Le sue scolare risero scioccamente come se avesse raccontato una barzelletta mentre le compagne della bambina erano sconvolte dalla scenata. Lei si mise a piangere dallo spavento e dal dolore per la bacchettata che le era stata inflitta.

La maestra si fece consegnare il quaderno ed iniziò a cor­reggere la paginetta dicendole:-

–   Ti dovrei dare un bel 4, perché hai cancellato, ma per questa volta sarò magnanima, ti darò 6.-

–   Un 6? Nemmeno i maschi che, in ortografia, non erano ec­celsi, avevano mai meritato un voto così basso. Che umilia­zione! Come farò a dirlo a casa?- pensò la bimba.

L’insegnante deridendola ulteriormente proseguì:

–   Se non ti va bene questo voto puoi sempre girare sottosopra il quaderno.-

Inutile dire che le sue scolare risero nuovamente mentre le altre erano allibite e preoccupate per la valutazione dei loro dettati. Fu una strage. Tranne qualche rara eccezione, la prima della classe che prese 10, nessuna delle sue amiche superò il 7. Tutte le altre alunne che, conoscendo il suo modo ingan­nevole di dettare, scrivevano l’opposto di quello che senti­vano, non avevano ricevuto meno di 9.

All’intervallo in molte tentarono di consolare la compagna sdrammatizzando il brutto voto.

– Vedrai, quando avremo raccontato alla nostra maestra quello che è successo non ne terrà conto, sei brava, rimedierai, non piangere più.-

Lei non sapeva se era più spaventata per la bacchettata (un castigo che giudicava sproporzionato riguardo a quello che aveva fatto) o più preoccupata per la bassa valutazione.

L’unico spiraglio di luce era la certezza che nel pomeriggio, con il ritorno nella propria classe, circondata dai compagni e soprattutto, con la presenza rassicurante della sua maestra, non avrebbe dovuto rivedere quella “strega” e tutto si sareb­be normalizzato.

La seconda parte della mattinata andò un po’ meglio; anche se aveva il mal di testa non disse niente, risolse in breve tempo quattro operazioni di aritmetica ma si guardò bene dal consegnare il quaderno per paura di un altro brutto voto. Rimase a testa bassa a rimuginare sull’accaduto ritenendosi fortunata di non essere una scolara di quella sezione.

Il suono liberatorio della campanella fu una musica alle sue orecchie.

Tornò a casa meditabonda confrontando la propria esperienza con quella dei compagni maschi che percorrevano la sua stes­sa strada. Il maestro che era toccato a loro, apparentemente tanto severo, si era rivelato simpatico, aveva portato tutti in pa­lestra a giocare fino all’intervallo e successivamente aveva fat­to leggere a turno alcune righe di un capitolo delle avventure di Pinocchio, spiegando le parole che loro non conoscevano come: mastro, gendarmi, gattabuia …Erano stati bene con lui e non avevano sentito la mancanza della loro insegnante.

–   Fossi stata anch’io un maschio.- pensò con rammarico la bam­bina.

La sorella le consigliò, se le fosse capitato ancora di doversi trasferire in altre classi, di cercare di farsi mettere nella quarta femminile dove la vecchia maestra si addormentava improvvi­samente mentre stava parlando. C’era da divertirsi: le sue sco­lare facevano boccacce, sberleffi e bevevano il caffè del ther­mos che si portava da casa per tentare di rimanere sveglia.

A casa la mamma capì subito che le era successo qualcosa di spiacevole e, quando lei raccontò l’accaduto, non si arrabbiò per il voto, ma per la bacchettata sulla testa.

Il papà sbraitò un po’ all’indirizzo della poco professionale maestra, ma la cosa finì lì. A quei tempi nessuno si permetteva di contestare i metodi educativi degli insegnanti, poi il babbo aveva altro a cui pensare, doveva tornare presto al lavoro e non avrebbe avuto il tempo di andare a chiedere spiegazioni. Lavorava in un cotonificio e, proprio quel giorno, avevano scaricato da alcuni camion carichi di cotone da filare, prove­nienti dall’Egitto, anche una decina di lunghe canne di bambù che aveva promesso in regalo alla maestra della figlia maggio­re per sostituire quelle usurate o rotte.

–   Prima di rientrare a scuola nel pomeriggio dovreste passare in ditta a prendere un paio di canne, visto che non avete l’im­paccio della cartella – disse alle figlie.

–   Non ci penso proprio, – replicò la più piccola – perché dovrei far fatica a portare qualcosa che può essere usato sulla mia testa invece che per segnalare le località sulle cartine geogra­fiche appese alle pareti? –

Non volle sentire ragioni e convinse il padre a regalare una so­la canna di bambù, come aveva promesso, all’insegnante di quinta.

Le altre canne di bambù, ambite dai possessori di orticelli fa­miliari, sarebbero servite come tutori per le verdure rampi­canti.

Al rientro a scuola la maestra la ringraziò per le rose e le chie­se come fosse andata la mattina.

Lei e le compagne si lamentarono del comportamento dell’in­segnante della femminile, le mostrarono i quaderni e spiega­rono brevemente l’accaduto.

La maestra ascoltò con attenzione i loro racconti minimizzando l’episodio della bacchettata e la biasimò per le incertezze orto­grafiche:

–   Da te non me lo sarei aspettato… e voi altre non mi avete fatto fare una bella figura.-

–   Che giornata nera, anche la sgridata dalla mia maestra, dopo tutto quello che ho passato. – pensò la bambina. – La prossima volta l’insegnante poteva starsene a casa malata un po’ di più, così avremmo avuto una supplente sicuramente più brava di lei.-

Intanto guardava le rose che erano sbocciate e cominciò a cre­dere che forse aveva ragione la sorella nel dire che offrirle in numero pari portasse male. Decise in quel momento che non avrebbe mai più portato a scuola nemmeno una pratolina.

I   maschi se ne stavano tranquilli, non avevano ricevuto sgrida­te ed avevano trascorso una piacevole mattinata.

II   maestro aveva incontrato per le scale l’insegnante e si era complimentato con lei perché i suoi ragazzi erano ben educati.

–   E’ stato un piacere averli in classe. – aveva detto sorridendo. La maestra, rivolgendosi alla biondina, poi domandò:

–   Nel corridoio abbiamo visto tua sorella che aveva una bella canna di bambù e ci siamo chiesti dove l’avesse presa. Tu ne sai qualcosa? –

–   Era su un camion proveniente dall’Egitto, mio padre l’aveva promessa alla maestra di quinta. –

–   Prova a sentire se può averne una anche per la nostra classe, così eviteremo di dover andare in giro a chiederla in prestito. –

–   Non ci penso proprio – si ribellò mentalmente lei; mentre ad alta voce rispondeva che l’avrebbe senz’altro chiesto.

Quel pomeriggio la maestra parlò dell’Egitto, del fiume Nilo che, quando era in piena, invadeva i terreni circostanti ren­dendoli fertili senza bisogno di arare e degli Egiziani che avevano tre abbondanti raccolti all’anno. Chiese se qualcuno sapesse cosa producessero quei campi e lei, ricordando le illustrazioni che aveva visto sui libri della sorella maggiore, un po’ a malincuore perché ancora amareggiata, alzò la mano e disse:

–    Riso, grano, orzo, granturco, lino, cotone, canna da zucche­ro, papiro e (per conoscenza diretta) canne di bambù. –

La maestra la lodò e i compagni la invidiarono perché cono­sceva cose che loro non sapevano.

La spiegazione continuò con un accenno ai Faraoni, alle Mum­mie, alle Piramidi, ai favolosi tesori che erano stati scoperti in quelle tombe e ai geroglifici che nessuno era riuscito a deci­frare fino al tempo di un generale francese che si chiamava Napoleone. Tutti erano affascinati dal racconto di quell’antico popolo così misterioso che scriveva sui papiri, adorava il Sole, il Fiume, altri dei e imbalsamava i cadaveri anche dei gatti.

Al termine della lezione l’insegnante assegnò i compiti a casa e disse di disegnare il fiume Nilo, le piramidi e quanto ricorda­vano sugli Egizi.

Lei, che aveva un conto in sospeso con il bambù, evitò di disegnarlo, anche se era la cosa più facile. Mise un coccodrillo nel Nilo, alcune persone di profilo come erano riprodotte sul libro di storia della sorella e una piramide circondata dalla sabbia.

Quella notte sognò di essere in Egitto, sulle rive del Nilo, che aveva tante canne di bambù lungo le sponde e la maestra della seconda femminile che veniva travolta dalla piena e stava annegando.

Solo lei udiva i suoi disperati richiami, pronunciati con parole senza doppie quando ci volevano e con le doppie quando non servivano:

–   AiuTTo, aNeGGo, qualcuNNo mi aiuTTi! –

La bambina prendeva una canna di bambù e le gridava di af­ferrarla, ma… la canna era troppo corta, perché era quella spezzata.

–   Me l’hai rotta sulla testa. – le urlò – Come faccio a salvarti?-

Le onde impetuose inghiottirono la sventurata donna, tutto sembrava perduto ma l’atletico maestro della sezione maschi­le, che sapeva nuotare, si tuffò e la riportò a riva.

Il Direttore appuntò una medaglia d’oro sul petto del coraggio­so eroe poi premiò la bambina, con una medaglia d’argento e una rosa bianca, perché aveva tentato di salvare una persona che le aveva fatto del male.

Almeno nei sogni le cose andavano per il verso giusto.

Almeno e

.gni le cose andavano finalmente per il verso giusto.

Marinella.

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.raffaele foto

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Una porta massiccia

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Era tanto che non entravo in quel locale e non sapevo anch’io il perché. Una porta massiccia in noce, con una vecchia mani­glia in ottone, oppose una certa resistenza al mio ingresso. Cigolò all’apertura e una ragnatela, cadendo come un festone dall’alto, sembrò darmi il benvenuto. Mi sorpresi che ruotando il vetusto interruttore si accendesse una lampadina, nuda, senza lampadario. Da un lato, su un’antiquata scrivania, co­perta da uno spesso strato di polvere, un vecchio quaderno aperto, una matita spuntata.

Accanto una poltrona, che doveva essere di velluto e conservava vagamente il colore verde originale. Lì vicino un mobile a cassettoni intarsiati, dal profilo anteriore ondulato. Sopra una specchiera, in cui era impossibile riflettersi. Sul piano un piccolo, vecchio portafoto, senza immagine.

La parete sinistra era interamente occupata da una libreria, divisa verticalmente da uno spesso diaframma che aveva perso la vernice primitiva. Sui quattro ripiani alcuni vecchi libri sparsi e, reclinato su una scatola di metallo, quello che sembrava un antico album, dal dorso grigio maculato.

Non so perché mi diressi istintivamente verso quell’album: lo presi e mi venne spontaneo sbatterlo su una coscia per liberarlo dalla polvere.

Per un attimo fui avvolto da una nuvola e trattenni il respiro, lasciando che si depositasse a terra. Lo aprii e l’immagine che mi capitò davanti agli occhi era quella di un bambino, di meno di un anno, con un abbondante costume che, raggiunto da un’onda sulla battigia, restava a bocca aperta, sorpreso dal contatto con l’acqua.

Presi quella foto osservandola accuratamente e, avvicinan­domi al portafoto vuoto sul piano del cassettone capii, dalle dimensioni, che un tempo era esposta proprio lì, in bella vista. L’aveva fatta la mia nonna Fiora, al mare, quando a nove mesi mi aveva portato a Laigueglia.

Era una gran donna la mia nonna materna, anche se minuta e piccola di statura, con due begli occhi azzurri. Non ricca, non colta, ma straordinariamente pratica e moderna per il suo modo di allevare e crescere i nipoti, anche se in contrasto con gli orientamenti del tempo e le direttive delle rispettive mam­me.

Aveva deciso che era il momento di “ farmi cambiare aria”, vincendo la resistenza dei miei genitori che, paradossalmente, sembravano più all’antica di lei.

Mi prese e mi portò al mare. Doveva essere anche un brava fotografa se era riuscita, con le macchine del tempo, a cogliere quell’attimo e quell’espressione di cui mi avrebbero parlato tante volte, nonni e genitori Il primo impatto con l’acqua, l’onda che mi lambisce i piedi e io, con un “ohh!!” di meraviglia e stupore, perché sperimen­tavo, per la prima volta, il contatto con l’acqua del mare. Sorprendentemente fredda.

Per anni quelle onde mi avrebbero quasi respinto suscitando timori che non comprendevo. Ma anche il mare calmo non mi avrebbe invitato a buttarmi e a nuotare.

Oltretutto non ne ero capace e avrei imparato solo a quindici anni, proprio lì vicino alla prima spiaggia dove avevo preso contatto con l’onda. Sarebbe successo ad Alassio, a due passi da Laigueglia, dove mi aveva portato la nonna Fiora.

Quel leggero contatto con la prima onda del mare, a meno di un anno d’età, mi avrebbe inconsciamente accompagnato per tanto tempo, impedendomi di prendere confidenza col mare, che avrei vissuto sempre come un elemento ostile.

Solo uscendo dal quel locale, capii perché quella porta mi aveva respinto per tanti anni.

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Raffaele

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franca giuseppina foto.

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Pomeriggio estivo a Pomarance

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E’ un caldo pomeriggio d’estate, l’afa impregna l’aria intorno come presagio di un imminente temporale. Il silenzio nella stanza è ritmato solo dal ticchettio dell’orologio a muro. Dalla finestra attraverso il vetro intravvedo alcune nuvole scure nel cielo grigio; si avvicina la pioggia.

Sento le prime gocce crepitare lentamente sui tetti, poi lo scroscio fitto scivolare sul selciato e immagino, nella campagna circostante, le cortecce spaccate dal tempo degli ulivi lavati dall’acqua. E’ splendida questa campagna toscana che mi dona serenità con i dolci pendìi di grano dorato pro­filati da verdi cipressi.

Da qualche tempo mi capita di pensare a mia madre. Mi guardo allo specchio e ritrovo le stesse rughe, gli stessi occhi: il suo volto si sovrappone al mio…

Sono gli occhi velati dalle lacrime a creare questa illusione! Osservo le care e vecchie foto dei miei genitori esposte sulla credenza.. Apro il cassetto dei ricordi contenente oggetti, diari, agende e tante piccole cose che evocano momenti importanti o significativi della mia vita. Trovo una busta ingiallita datata 1943, il periodo trascorso da mia madre come crocerossina durante la seconda guerra mon­diale.

Diceva che la sua vita era come un romanzo.

Nata in una semplice famiglia di contadini onesti e laboriosi si distinse negli studi scolastici dimostrando doti notevoli. I genitori, che consideravano l’istruzione come un bene pri­mario, decisero di permetterle di frequentare le scuole superiori a costo di notevoli sacrifici.

Non vennero certo delusi perché mia madre si iscrisse alla facoltà di medicina. All’epoca le donne che si dedicavano agli studi scientifici erano pochissime.

Nonostante la passione per lo studio e l’impegno notevole, il percorso universitario di mia madre si interruppe ben presto. Infatti, la morte improvvisa del padre e le difficoltà econo­miche della famiglia la costrinsero a cercare lavoro. Si adattò a fare l’operaia in un’industria chimica, anche se ogni mattina affrontava con fatica la giornata lavorativa.

Un giorno lesse su un quotidiano un’inserzione in cui la Croce Rossa cercava studentesse di medicina per un corso acce­lerato destinato alla formazione di crocerossine per le zone di combattimento.

Con grandi sacrifici, lavorando la sera, il sabato e la dome­nica, per contribuire al magro bilancio familiare, riuscì a di­plomarsi. Nel pieno svolgimento della seconda guerra mondiale affrontò con spirito di sacrificio un’esperienza rischiosa. Partì per compiere il suo servizio su una nave ospedale che la condusse nel Mediterraneo in varie missioni.

Durante quella straordinaria avventura scrisse lunghe lettere alla famiglia per raccontare gli avvenimenti di cui era testi­mone.

Apro la busta, sul foglio leggo la sua scrittura aguzza e nervosa che aveva tracciato in una fitta calligrafia:

“Cara madre,

Vi scrivo per dirvi che sto bene di salute e che non abbiate a preoccuparvi di me.

Sono due mesi ormai che sono partita. Il viaggio verso le varie missioni nel Mediterraneo è lungo e faticoso. Ah, madre, non potete immaginare quante sofferenze e disgrazie scorrono davanti ai miei occhi…

Ieri l’ordine di partenza è arrivato improvvisamente. Alle II e 30 la nave si è staccata dalla banchina di ancoraggio, per una nuova missione con destinazione ***. Stavo sul ponte per seguire le manovre. Il sole era caldo, il mare calmo di un azzurro cupo, il cielo limpido. Ero seduta intenta nella lettura del giornale. All’improvviso ho udito dei rumori prolungati che sembravano tuoni. Poi, la certezza di un bombardamento a terra. Si trattava della città di Bari dalla quale ci eravamo allontanati due ore prima.

Dopo pochi minuti si sentiva il rombo di grossi quadrimotori che avanzavano verso di noi. Erano circa nove, ho alzato gli occhi per osservare il loro passaggio, ma l’ultimo, in perfetta perpendicolare sulla nave, calava in picchiata. Il rumore è stato assordante, ha sganciato tre bombe sul bersaglio di guerra: la nostra nave col suo carico di soldati feriti. Per mira­colo le bombe sono cadute in acqua a trenta metri dalla poppa! Uno scoppio terribile…

Allo sgancio delle bombe mi sono piegata su me stessa, copren­do con le mani la testa, con l’istintivo atto di difesa. Scampato il pericolo, noi crocerossine ci siamo strette in un abbraccio libe­ratorio. Superato il primo momento di paura, cercavamo le schegge sparse qua e là. Una di queste era sullo schienale della poltroncina dove ero stata seduta, proprio all’altezza della testa: non mi aveva colpita! Grazie a Dio sono ancora viva e posso raccontare il miracolo. Mentre racconto queste cose mi sembra di essere lì con voi, nella nostra cucina e mi pare di sentire il respiro di Tom che dorme sotto il tavolo e le mucche di Bepi che escono dalla stalla e i bambini di Luigia che giocano nella corte; mi sembra di sentire tutti i rumori della nostra casa.

Conservatevi in salute con tutta la nostra famiglia. Pregate per me.”

Risento l’eco delle parole di mia madre: “L’esperienza della guerra a bordo della nave-ospedale è stata la più bella della mia vita”. Ricordo il suo sguardo mite e curioso, l’espressione serena degli ultimi tempi. Riconosco l’insegnamento di vita, la capacità di affrontare le difficoltà con coraggio, la fiducia in se stessa e l’accettazione di ogni situazione. La sua energia, la dedizione agli altri sono state di stimolo per la mia crescita umana.

Mia madre mi ha lasciato un messaggio d’amore inculcandomi la gioia di poter dare agli altri, per intervenire dove c’è il bisogno. Una donna che non si è mai arresa, anche nelle situazioni più avverse.

Rifletto sul fatto che si può modificare il proprio destino o, almeno, dare un senso positivo a ciò che ci accade. Ognuno, ogni giorno, ha la possibilità di scegliere come vuole vivere la propria vita.

Guardo dalla finestra il volo leggero di un pettirosso nell’aria che volge al tramonto. Qui, fra gli oggetti carichi di memorie, passano davanti a me presenze gentili e rasserenanti e il dolore si acquieta in un ricordo intriso di affetto…

Un tuono rimbomba oltre la collina sopra i cipressi e corre per l’aria elettrizzata. Mi affaccio alla finestra e respiro l’aria che sa di pioggia e di lavanda.

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Franca Giuseppina

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antonia foto.

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Un arrosto mancato

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Carolina e Gaetana erano sorelle e vivevano nella stessa casa. La prima era rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio, durante i quali i due figli erano nati con già alcuni dentini in bocca ed erano vissuti solo pochi mesi. La seconda, più anziana, era stata infermiera e non si era mai sposata.

Le due litigavano spesso su qualunque motivo, ma non si tenevano il broncio, e quando non battibeccavano restavano per delle ore senza rivolgersi la parola. Avevano numerosi fratelli e nipoti, alcuni erano anche emi­grati.

Nel loro numeroso parentado c’era anche un cugino nato e vissuto in Francia, dove aveva messo su famiglia e che, ad un certo punto della vita, aveva pensato fosse il momento di incontrare queste due cugine che non aveva mai visto.

Quando le due donne ricevettero l’annuncio del suo arrivo, scritto ovviamente in francese, cercarono di interpretarlo senza capirci molto, così si rivolsero a me, che allora frequen­tavo le scuole medie e studiavo il francese, ed io tradussi:

“ …Arriverò il giorno 18 settembre…”

“ O povere noi. Mancano solo tre giorni. E adesso come faccia­mo?”, disse Carolina.

“ Porterà anche la sua mié? E come faremo a capirci?”

Gaetana era un po’ preoccupata, ma in qualche modo se la sa­rebbero cavata.

Subito si dettero da fare per accoglierlo e ospitarlo come si confaceva: Carolina si sentiva all’altezza del compito perché, prima del matrimonio, era stata a servizio presso una famiglia nobile milanese e lì aveva appreso la buona creanza.

Pulirono a fondo l’unica camera da letto, lavarono per bene la coperta di picchè, quella col pizzo di Cantù, diedero aria al soggiorno, nel quale avrebbero dormito loro, lucidarono le pignatte di rame e poi pensarono al pranzo.

In cortile razzolavano, libere, una dozzina di galline e qualche galletto; nell’orto c’erano fagioli, cornetti. Terze, patate, cipol­le e insalata. Il problema del cibo era quindi risolto.

Una vecchia gallina avrebbe fornito’ il brodo per il risotto, rosolato a puntino e sfumato con abbondante vino rosso, salsa di pomodoro e una punta di zafferano, come si usava prepa­rarlo per feste importanti. E per secondo avrebbero arrostito un galletto.

Catturarlo fu un’impresa: il gallettino prescelto sembrava pre­sagire la sua fine, così correva impaurito da ima parte all’altra fra cortile, giardino e orto.

Appena le due donne pensavano di avergli messo le mani addosso ecco che quello schizzava via come un fulmine e loro rischiavano di finire lunghe distese per terra.

Sudate ed affannate per lo sforzo di correre, si sedettero a riposare, poi ripresero la caccia aiutate da alcuni pronipoti accorsi al loro richiamo.

“Preso, zia Carolina! E adesso?”.

“Incrociagli le ali sulla schiena, così non può svolazzare, e por­tamelo”.

Appena lo ebbe tra le mani gli tirò il collo, usando tutta la poca forza che aveva, e quello starnazzava come un’oca e sbatac­chiava le ali, ma lei insistette a tendergli il collo finché l’animale sembrò privo di vita.

Dopo aver chiuso i capelli in un fazzolettone bianco – “Così i pispuliti* non mi salteranno in testa”- Carolina se lo pose in grembo e cominciò a spiumare. Iniziò dalle penne delle ali, difficili da strappare poi passò alle piume del petto e del dorso ed infine a quelle del collo che formavano una gorgiera dai riflessi metallici.

Fu impegnativo portare a termine l’operazione senza rovinare la pelle – per una massaia era un onore riuscire a mantenerla intatta – e stava per alzarsi dal suo scranno allorché l’animale, più nudo di quando era nato, si riprese e fuggì, rincorso dai bambini che ridevano come matti e senza alcuna intenzione di catturarlo.

E il cugino? Avrebbe mangiato una bella frittata.

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Antonia

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* parassiti dei volatili che vivono nel piumaggio

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Trasparenze

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Il mare calmo e tranquillo, la superficie appena increspata, il sole alto, pochissimo vento; gioia e divertimento, ma anche timore: immagini, sentimenti e sensazioni in dissolvenza, che si mescolano e riaffiorano.

Sono una bambina, ho voglia di giocare, la spiaggia e il mare mi piacciono da morire; lì sono libera. Libera di correre, di sguazzare, di manipolare, di pasticciare, di costruire, di giocare.

La mamma mi ha iscritto ad un corso di nuoto per bambini che si svolge direttamente in mare: gli altri bambini sono tutti più grandi di me. Si impara a nuotare dove il livello dell’acqua è bassissimo. Anch’io tocco il fondo con i piedi. Che bello imparare a nuotare senza avere la benché minima paura. È un gioco, mi diverto un sacco.

L’acqua è limpida, trasparente, verde-azzurra. A scuola la maestra ci ha insegnato che si dice che il mare è “glauco”, ma questa parola non mi piace, mi sembra troppo “da grandi”. Con la testa sott’acqua tengo gli occhi aperti e sul fondo vedo dei granchietti che, a volte, si avvicinano ai miei piedi e dei piccolissimi pesci che nuotano in branco e che scappano velocissimi quando si accorgono della mia presenza.

Che bello sentire l’acqua che mi culla, mi sostiene, mi porta, mi trascina. È tiepida e mi avvolge col suo piacevolissimo calore. Che bello schizzare gli altri bambini, abbandonarsi alla forza delle onde, saltare, tuffarmi.

Che caldo questo sole che mi permette di asciugarmi in fretta, di riprendere subito a giocare con la sabbia: formine, stampini, secchielli, palette; colori che si mescolano alla sensazione della sabbia umida.

Che morbida questa sabbia su cui mi stendo, senza il telo, perché mi piace sentirne il tepore: i granellini vellutati mi si appiccicano alla pelle, la scrollo via  con le mani prima di correre a fare la pista per le palline sulla riva del mare. Mio fratello mi fa sedere, mi prende per le caviglie e mi trascina per qualche metro secondo una linea che assomiglia ad un otto. Il costumino è pieno di sabbia sul sedere, ma la pista è pronta.

Si preparano le palline di plastica, di tutti i colori e con i disegnini dei ciclisti più famosi. Mio fratello sceglie sempre quelle dei corridori più veloci e più premiati: cerco di oppormi ma poi lascio perdere, perché ho voglia di giocare.

Inizia il gioco, lui è quasi sempre più avanti di me, i suoi tiri sono più potenti. Vince lui anche questa volta, come accade quasi sempre. Sulla battigia l’acqua mi lambisce i piedini e l’onda, ritirandosi, li fa affondare nella sabbia. Sprofondo e rido, mi rialzo e corro sulla sabbia indurita: rimangono le mie impronte per pochi istanti.

Mi fermo e mi siedo sulla riva: le manine affondano nella sabbia bagnata; le rialzo e lascio cadere una manciata di ghirigori morbidi e vellutati per guarnire il mio castello fortificato, dove le conchiglie sono marmi incantati per la mia principessa che attende il suo cavaliere: le ho scelte una ad una, iridate e striate. Ho fatto anche il fossato che si riempie ad ogni onda con l’acqua marina.

La mamma chiama, è ora di andare a casa. Di malavoglia mi vesto, mi incammino e sul lungomare mi siedo su una panchina. Cerco di togliermi la sabbia rimasta appiccicata ai piedi. La mamma mi aiuta a scrollarmela via e a calzare i sandaletti.

Intanto penso all’indomani: mi aspetta l’ultima lezione del corso di nuoto, si andrà in mare aperto, al largo, dove ci tufferemo nell’acqua alta senza salvagente, per mettere a frutto quanto imparato.

La notte sono un po’ agitata, la mattina provo l’ansia della nuova prova: il mare sarà profondo, è un’esperienza a me sconosciuta. La maestra di nuoto mi prende con sé sul “moscone” a remi, insieme ad altri 2 bambini. Sfrecciamo sulle onde veloci come il vento. Gli altri ci seguono su altri pattini colorati. Siamo al largo, guardando la spiaggia vedo gli ombrelloni farsi piccoli,  piccoli.

Il momento è arrivato: con fermezza la maestra mi dice di tuffarmi; aspetto un istante, esitante. Ho paura. Paura di quel mare più freddo, meno limpido, più scuro, più misterioso, più inquieto.

Non c’è tempo per il panico. Devo buttarmi. In un attimo sono avvolta completamente dall’acqua, sprofondo sempre più giù; mi agito, mi muovo tutta, apro gli occhi tra le bolle, risalgo lentamente, riaffioro, muovo le braccia, le gambe, la testa…respiro! E nuoto, nuoto! Sciolta, veloce, libera.

Sento la mia voce emettere un grido di gioia e la maestra mi applaude: la sua piccola allieva ce l’ha fatta; ce l’ho fatta, come tutti gli altri.

Il mare immenso è mio amico.

È la felicità.

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Cristina

 

Il pan di Spagna

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001 - Copia

 

Non avrei mai pensato di scrivere qualcosa che avesse a che fare con ingredienti, dosi, modalità di preparazione e tempi di cottura di una ricetta gastronomica. Eppure “ho dovuto” farlo, visto che quest’anno anche la gastronomia ha alimentato la nostra creatività.

Ho fatto una gran fatica e me la sono presa con le donne della mia vita (madre, moglie, sorelle) che non mi hanno mai obbligato a collaborare in cucina. Ancora una volta mi ha “soccorso” il ricordo di mia madre e del suo favoloso pan di Spagna, gustoso se inzuppato nel latte e squisito se farcito con abbondante crema pasticcera e al cioccolato.

Mi sembra di vederla in cucina, aiutata dalle mie sorelle, sbattere i tuorli con lo zucchero in una terrina e in un’altra trasformare “i bianchi”, come chiamavamo da piccoli l’albume, in una soffice nuvola, poi mescolare e amalgamare delicatamente i due composti e trasferire quella meraviglia in due teglie da portare subito al forno a legna, proprio di fronte alla nostra abitazione.

Io da quel momento non mi allontanavo da casa, nemmeno per andare a giocare con i miei amici, mi interessava solo l’arrivo trionfale del mio dolce preferito.

Ancora oggi sento il suo profumo che, finché il pan di Spagna era caldo, si sentiva in tutta la casa; ci voleva la determinazione di mia madre per evitare che il fragrante dolce subisse l’oltraggio di essere sbocconcellato prima della farcitura.

Anche la spartizione era un’operazione che mia madre faceva con grande maestria, sezionando uno dei due dolci in dischi sui quali adagiava alternandole, crema pasticcera e crema al cioccolato. L’altro dolce lo riservava per la colazione. Quante volte ne ho nostalgia: nessun panettone, nessuno di quei biscotti tanto pubblicizzati riesce ad eguagliare il suo sapore.

“Forse non riesci a dimenticare quel gusto perché sei stato cresciuto a pan di Spagna”, mi apostrofa Fedora benevolmente e se io mi giustifico dicendo che ero cagionevole, lei rilancia: “Ma non sarà stato il troppo pan di Spagna, mangiato al posto del pane, il responsabile della tua cagionevole salute?

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Michele

 

 

Il frutto della salute

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Peloso, di un peloso un po’ ispido come il manto di un bassotto a pelo ruvido, ha la buccia un poco raggrinzita per non aver subito il freddo di una cella di conservazione. E’ sodo, al tatto, né cedevole né duro. Quindi maturo al punto giusto.

La lama del coltello lo taglia lungo il suo equatore. Un tenue profumo di fresco stuzzica le narici e prepara ad assaporarlo. Ha la polpa verde come il verde dell’olio appena franto.

Attorno al centro, di un verdolino tendente al crema, una corona di numerosi semi, piccolissimi, neri e lucenti come Jais. La mano sinistra ne accoglie una metà mentre la destra impugna il cucchiaino che intacca la polpa il più vicino possibile alla buccia, affonda delicatamente, manovrato con cura e leggerezza, poi si sfila per affondare di nuovo nella polpa liberata e staccarne dischetti succosi.

In mano resta uno scodellino con una sottile patina interna di un verde quasi smeraldino. Simile al raschietto di una pellerossa che concia le pelli, il cucchiaino gratta la poca polpa rimasta, fino a lasciare la sola buccia, trasparente e delicata come una preziosa tazzina di porcellana.

Non una goccia di succo è andata perduta.

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Antonia

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003 - Copia

I tagliolini dell’Ascensione

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004 - Copia

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Sto passeggiando lungo il canale Villoresi e mi godo la bellezza delle prime foglie della vegetazione circostante, sollecitate dal tepore della tardiva primavera.

Sento un festoso vocio di bambini provenire dalla fattoria didattica vicina al canale e contemporaneamente il muggito delle mucche, ormai abituate alla presenza e alle carezze dei bambini che ogni anno, tra aprile e maggio, completano nella fattoria il percorso stabilito.

Mentre ritorno con la mente ai miei alunni e ai progetti sull’ambiente realizzati a diretto contatto con la natura, un gradevole profumo di latte appena munto mi investe e mi riporta indietro di molti anni; mi riporta al giorno dell’Ascensione, alla tradizionale processione che attraversa le stradine periferiche dove il mio paese finiva e i campi prendevano il posto delle case,  soprattutto mi riporta al piatto tipico di quella giornata la cui ricetta le nonne avevano trasmesso alle nostre mamme: i tagliolini fatti a mano, cotti nel latte zuccherato e profumati con tanta cannella.

Mi sono rivista bambina salire su un panchetto con mia sorella e mio fratello ad osservare, curiosi, mia madre impastare la farina con le uova fresche delle nostre galline, farne dei panetti e ricavarne per ognuno una sfoglia, resa poi trasparente come un velo, usando braccia e matterello.

Rivedo mia madre arrotolare, come fosse un taglio di stoffa, la sfoglia dorata spolverata di farina, quindi inciderla con un velocissimo movimento delle mani e un tagliente coltello. Stavamo incantati a guardarla, cercando invano di seguire con gli occhi i suoi movimenti: era impossibile, lei era troppo rapida.

In pochi minuti completava il taglio e scomponeva con delicatezza la sfoglia che, miracolo, si trasformava in tante striscioline filiformi. Era ormai pronta per l’ultima fase di preparazione.

Riempiva una pentola larga di latte fresco munto al mattino dalle pecore del grosso allevamento di mio padre, aggiungeva zucchero, bastoncini di cannella e portava ad ebollizione, quindi versava i tagliolini, separandoli con un forchettone perché non si “ammassassero”, come dice lei.

Bastava un solo minuto di cottura e li traferiva con il latte fumante in due zuppiere, cospargendoli di cannella in polvere e facendoli raffreddare un po’ prima di servirli. Il ricordo così vivo di quel dolce, tradizionale e quasi rituale, mi suggerisce di interrompere la passeggiata e tornare a casa per preparare quei tagliolini evocati e desiderati.

Certo, son dovuta ricorrere ai tagliolini all’uovo della Coop e al latte a lunga conservazione, lo zucchero e la cannella, però, sono simili a quelli della mia infanzia: così, almeno qualche ingrediente è come quelli usati da mia madre. Completata la preparazione posso dire che l’occhio è attratto, l’olfatto sollecitato, il palato desideroso di assaporare quel dolce che, secondo le nostre nonne, è bianco come la veste di Gesù risorto che sale in cielo quaranta giorni dopo la Pasqua, all’Ascensione.

Non riesco ad aspettare che si raffreddino e li assaggio, sono veramente buoni!

Aspetto Michele, mio marito, per sentire il suo parere, io ne sono convinta e mi riprometto di farli altre volte, magari preparando l’impasto come faceva mia madre, sapendo, però, che non riuscirò certamente ad eguagliare la sua bravura.

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Fedora

Le chiacchiere

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002 - Copia

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Dalla finestra attraverso il vetro osservo i fiocchi di neve che scendono fitti. Che incanto il giardino ammantato di bianco! Questa nevicata, con la sua suggestione, trasporta i miei pensieri altrove; ai luoghi dell’infanzia… Al camino scoppiettante e al profumo delle frittelle e delle chiacchiere che si associa nella mia mente al periodo festoso del Carnevale. Si materializzano gesti, persone e situazioni richiamate dal passato.

Nella grande cucina con le piastrelle bianche e blu e le pentole di rame appese alle pareti, voci infantili s’inseguono tra allegre risate, mentre il cane tranquillo dorme davanti al fuoco. La mamma dispone sulla spianatoia la farina a fontana. Io, felice di poter partecipare, aggiungo con manine grassottelle lo zucchero e il sale. Poi sul bianco cratere piovono le uova, il burro liquefatto e un bicchierino di grappa.

Le mani della mamma lavorano con energia l’impasto finché diventa una palla giallo-dorata, morbida e liscia. Delicatamente viene avvolta in un tovagliolo e lasciata riposare. L’orologio a muro scandisce lentamente i minuti, mentre con ansia attendo lo spostamento della lancetta più lunga sul numero 6. E’ quello il segnale di “tempo scaduto “come mi è stato detto. A quel punto spargo la farina facendola scorrere tra le dita e la spianatoia si copre di neve bianca.

“Ecco è come la nevicata fuori” dico allegra e poi esulto:

 “Evviva ho creato la neve, la neve!”

Interviene la mamma e col mattarello stende magicamente la pasta formando una sfoglia sottile. Contemplo la trasformazione della pasta come se si trattasse di un rito magico. Il momento migliore è quando la rotellina dentata ritaglia la sfoglia in rettangoli.

Ne sollevo una tra le mani e guardo attraverso i due tagli praticati al centro: fingo di nascondermi dietro questa insolita mascherina e rido divertita. Quando tutte le chiacchiere sono pronte, vengono versate in un recipiente dal bordo alto.

Nello sfrigolìo dell’olio bollente affondano le strisce di sfoglia. Assisto con stupore alla metamorfosi: la pasta si gonfia, si formano bolle e il colore si scurisce fino a diventare dorato. Con cura le chiacchiere croccanti si appoggiano sul piatto e la cucina è inondata da un profumo inebriante e inconfondibile. L’olfatto è il senso privilegiato, alleato della capacità di evocare quel legame tra profumo e memoria ancora misterioso, difficilmente controllabile dalla razionalità.

In modo inaspettato mi rivedo bambina col colino tra le mani mentre spolvero sul piatto una sottile e dolce nevicata di zucchero a velo.

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Franca

La zuppa Parmentier

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Gli ospiti dovrebbero essere qui tra un’ora e in quest’ora ho ancora alcune cose da fare.

Tutto è già pronto per la cena, dall’antipasto al dolce, manca solo la zuppa Parmentier, che, a mio parere, per questa serata invernale è semplicemente perfetta.

Natale è passato da poco, ma le abbuffate sono già state dimenticate. L’appetito, si sa, riemerge immancabilmente, così posso rimettere in scena la speciale arte dell’accoglienza puntando sull’eccellenza del cibo e sull’estetica della tavola. La creatività mi guida nella sceneggiatura di questo evento. Prima cosa: qualità nei dettagli. Voglio che tutto sia perfetto, senza neppure una nota stonata che guasterebbe il ricordo di questa festa di compleanno. La tovaglia della nonna, di lino bianco con inserti di pizzo, è stata stesa, e le posate d’argento di famiglia, con le iniziali incise, sono state accostate ai calici di cristallo e ai sottopiatti dorati. Nel complesso la tavola ha un aspetto elegante e ricercato. L’ambiente è accogliente perché le pareti della zona pranzo, di un tenue color albicocca acquistano, alla luce delle lampadine accese, una tonalità più calda, simile a certi tramonti estivi, dolci e teneri. Osservo con occhio critico l’insieme. Qualche piega dispettosa è ancora visibile sulla tovaglia, nonostante la stiratura, ma vi poserò sopra un piatto di portata, così nessuno la noterà.

Cucinare non è tra le attività creative da me preferite perché mi colpisce sempre sfavorevolmente l’idea che il prodotto di tale sforzo avrà vita breve. Una poesia, un dipinto, un lavoro a maglia potrebbero resistere per decenni, secoli persino, se qualcuno ne avesse cura. Ma i cibi cucinati verranno divorati più o meno nel giro di un’ora, lasciando solo fastidiosi avanzi.

Riflettendo su questo, mi torna in mente il famoso racconto di Karen Blixen: “Il pranzo di Babette”. Quel convito, tra sfumature di gusto, note aromatiche e sensazioni, viene descritto come una esperienza unica nella vita dei commensali. Così spero che il sapore del cibo da me preparato giunga, come avviene nel racconto, ai cuori degli invitati trasformando positivamente la loro vita.

E’ giunto il momento di mettere sul fuoco la zuppa.

Mentre scelgo la casseruola, mi chiedo: “Parmentier… chi era costui?”. Certamente era un cuoco francese… certamente un fanatico delle patate.

Distribuisco sul fondo della pentola qualche cucchiaio di olio, affetto sottilmente dei porri e li soffriggo leggermente. Mentre lo sfrigolio si attutisce come un lamento senza speranza taglio le patate a dadini, le mando a protestare con i porri facendole insaporire nel fondo di cottura e infine aggiungo del brodo vegetale fino ad annegare le povere verdure immolate, che da questo momento non potranno più avere voce.

Aspettando che la zuppa giunga a cottura, riordino la cucina. L’odore dei cibi colma l’aria facendo da complemento al profumo delizioso e inebriante dei fiori che ho ricevuto in regalo. Sono dei giacinti di un azzurro e di un rosa così tenui da sembrare artificiali, molto simili alla glassa di zucchero delle torta di compleanno che mi è stata recapitata da  poco.   Quando, indaffarata, passo davanti ai fiori, mi viene voglia di avvicinarmi per inalarne a fondo il profumo, ma non c’è tempo.

Ora le verdure sembrano cotte a puntino, quindi con un frullatore ad immersione ne faccio una purea.

La Parmentier deve essere molto cremosa, aggiungo allora del latte e un poco di panna fresca fino a raggiungere la densità desiderata e, portando il fuoco al minimo, la tengo in caldo, in attesa del momento giusto per farla comparire in tavola. A questo punto mi concedo un assaggio: deliziosa…. assolutamente  deliziosa!

Per completare la ricetta, metto a stufare in un pentolino con poco olio e poca acqua un altro porro, tagliato anch’esso a rondelle sottili, sino a che, dopo contorcimenti e proteste, non cede come carta bagnata.

Taglio alcune fette di baguette e dopo averle cosparse con un filo di olio, le passo in forno per la doratura, così, quando impiatterò la zuppa, la decorerò con qualcuno di questi crostini, cospargendo poi il tutto con porri stufati e foglie di prezzemolo.

Destreggiandomi tra i preparativi prendo coscienza che la zuppa, invece di limitarsi a rimanere calda, ahimè, ha ripreso a bollire…. Cloff… cloff…

Mi lascio sfuggire un grido di disperazione, aggiungo un altro po’ di latte augurandomi che, mescolando energicamente, i piccoli grumi scompaiano. Sprimaccio i cuscini del divano, riordino i libri sparsi.  Cloff… cloff… sento che la zuppa ha ricominciato a bollire.

Mi precipito ad abbassare ulteriormente il gas, ma nel tragitto rimango impigliata con la manica alla maniglia. I gesti cominciano a farsi concitati.

Abbasso la fiamma finché dà segno di volersi spegnere…   Questi ultimi minuti sono i peggiori.

Accendo le candele del centrotavola e controllo per l’ennesima volta che tutto sia in ordine. A questo punto credo di avere un aspetto un po’ stravolto. Mancano pochi minuti all’arrivo degli ospiti, penso quindi di utilizzarli per cambiarmi d’abito e sistemarmi un poco. Squilla il campanello. Mentre scendo di volata le scale per andare incontro agli invitati il mio pensiero corre alla Parmentier. Faccio un salto in cucina per un rapido controllo. Tutto bene. Mi precipito alla porta, pronta ad intrattenere cordialmente gli ospiti.

Naturalmente mostrerò un’aria tranquilla e rilassata e se qualcuno si azzarderà a dire che i preparativi potrebbero avermi stancata risponderò con aria scandalizzata: “Ma nooooo…. figurati!”.

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Valentina

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007 - Copia