Archivi categoria: Racconto Breve

Altalene emotive

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Maggio 2020                                                            Lucia Garavaglia

 

 

  ALTALENE EMOTIVE

 

 

Come sempre, dopo ogni colloquio, avevano l’abitudine di concedersi dieci minuti di pausa prima di rivedere, organizzare, catalogare ed archiviare storie e dati, preparare le relazioni e gli atti necessari per i passi da compiere.

Infatti, il solo riscrivere quanto ascoltato dalla donna accolta faceva rivivere emozioni e sentimenti, esacerbava il dolore che, per quanto fossero preparate ad ascoltare e comprendere muoveva sempre qualcosa di profondo e viscerale.

La sofferenza era palpabile, ancora presente nella saletta e serviva proprio un attimo di distacco, non  per dimenticare ma per raffreddare e metabolizzare.

C’era quindi chi controllava il proprio cellulare, chi usciva a fumarsi una sigaretta, chi  preparava una tisana che poi sorseggiavano insieme cazzeggiando.

Proprio in questa fase Martina, una nuova volontaria energica e carica nel fisico e negli atteggiamenti, ci annunciò trionfante che era riuscita ad acquistare i biglietti per il concerto di Ligabue a Campovolo in programma il 12 settembre 2020 per i suoi trent’anni di carriera.   Il Liga non si discute e, ancor oggi, la suoneria del mio cellulare è la mitica “Certe notti” ma quell’annuncio fu un pugno nello stomaco.

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Capelli rosa

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Maggio 2020                        Lucia Garavaglia

 

 

CAPELLI ROSA

 

 

L’ultima cosa che l’uomo disse alla signora De Rossi fu che gli piacevano i suoi capelli tinti di rosa.

Antonia De Rossi non aveva dato troppo retta a quell’uomo che, al bancone della gastronomia del Tigros, l’ aveva abbordata: fingendosi incompetente e bisognoso di aiuto la tampinava in continuazione sulla differenza di sapori fra le varie olive, su quali fossero più o meno saporite, su quali fossero più adatte per l’insalata di riso, se fosse meglio acquistarle denocciolate o no.

Antonia rispondeva in maniera vaga, forse anche contraddicendosi  ma l’uomo non demordeva.

Terminate le olive era passato a disquisire sulle diverse tipologie di insalate: la russa, la capricciosa, la nizzarda e quell’altra…

“Scusi, lei sa come si chiama quella laggiù?”

“N0” aveva risposto Antonia in modo piuttosto asciutto, sottintendendo che la conversazione era chiusa e, per lei mai aperta.

Non era nella sua natura essere scortese ma non voleva neanche dar corda a quel signore che, chiaramente, cercava di attaccare bottone. Antonia aveva notato che lui aveva il numero precedente al suo e tremava all’idea che lui l’aspettasse , che le proponesse un caffè, che…

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2 Agosto

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Maggio 2020                                                 Lucia Garavaglia

 

 2  AGOSTO

 

 

Oggi è il 2 agosto 2019.

E’ una data che io considero un po’ come il mio secondo compleanno.

Certo, servizi televisivi più o meno recenti hanno aiutato ma io non ho bisogno di rievocazioni per ricordarmi di quella data.

Sono passata dalla stazione di Bologna il 2 agosto 1980  alle 10 sul primo binario.

Più che passata, perchè allora, e forse anche oggi, i treni vi si fermavano a lungo perchè Bologna è un nodo centrale della rete ferroviaria per transiti e coincidenze.

A me non sembrava una giornata particolare: c’era il solito caos, “bollino rosso” si dice oggi , dell’inizio delle vacanze.

Era davvero un caos. Venditori di panini, gente che saliva sul nostro treno,gente che scendeva per prendere i diversi treni per la riviera, gente che aspettava, gente che salutava parenti in partenza.

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La valigia

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Maggio 2020                                                          Ginetta Ravera

 

LA VALIGIA

 

 

Quando ero una ragazzina mi dissero:

“Quando vorrai sposarti bada a come lui farà le valigie.

Dal modo in cui le riempirà capirai il suo carattere.

Ci sono, infatti, alcuni uomini che stipano le valigie in modo assurdo e ce ne sono altri che piegano ogni cosa in modo quasi maniacale”.

Ci sono poi quelli che non sarebbero mai capaci di fare una valigia e pretendono che la faccia per loro la mamma, la moglie o la figlia, per poi lamentarsene.

A me quel consiglio non servì mai, perché mio marito le valigie le odia e non vuole neppure vederle.

Al massimo concepisce un bagaglio a mano (meglio se zaino) da tenere in spalla se si parte in bici, in moto, in aereo o nel bagagliaio se si deve usare l’auto.

Quando ci siamo conosciuti ci spostavamo in moto e a me sembrò del tutto ovvio che mi consigliasse di ridurre il bagaglio al minimo.

Mi incominciai a insospettire quando nacque il primo figlio e incominciammo a viaggiare in auto.

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La catenella

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Maggio 2020                Sabrina Stefanoni

 

LA CATENELLA

 

 

“Il giorno che si sono incontrati, Amedeo ha perso l’orologio”.

Era la mattina del primo giorno di scuola e Amedeo era diviso tra due sentimenti contrastanti. Se da una parte era felice di rivedere i suoi amici, dall’altra temeva, e questo lo rattristava, di sentire la mancanza della madre, sua professoressa di italiano fino a gennaio, poi morta a trentasei anni per una terribile malattia fulminante. Era rimasto con me che sono la nonna.

Quella mattina, Amedeo, scese di corsa dalla camera. Mi baciò sulla guancia e indossò il giacchino di jeans mentre usciva di casa. Poi, sfilato l’orologio dalla tasca dei pantaloni, lo mise con cura nel taschino quadrato del giacchino.

Non si separava mai dal suo orologio a cipolla. Per Amedeo era il bene più prezioso che possedeva dal giorno del suo ultimo compleanno, il 4 marzo.

Quel giorno la mamma, allettata da settimane a causa della malattia, aveva raccolto tutte le sue forze, si era alzata e abbracciandolo gli aveva sussurrato: “Spero ti porti fortuna, amore mio”. Così dicendo gli aveva donato quell’orologio da taschino, con una A incisa anteriormente.

Anche quella mattina Amedeo si assicurò di avere l’orologio con sé mentre pedalava verso la scuola.

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Il viale dei ricordi

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Aprile 2020                           Gianni Maggi

 

IL VIALE DEI RICORDI

 

 

Dal 10 Luglio al 17 Agosto del 1943, le truppe anglo-americane attuarono il piano di invasione della Sicilia,  ideato dal Presidente americano Roosevelt e dal Primo Ministro inglese Churchill. Una forza navale di 280 navi da guerra sbarcò, fra Gela e Licata, 217.000 americani, al comando del Generale Patton, e, fra Pachino e Cassibile, 250.000 inglesi, al comando del Generale Montgomery. L’operazione denominata “Husky”, aveva lo scopo di prendere il controllo di tutte le vie di comunicazione e dei porti, specialmente di quello di Messina.

John si sistemò la cravatta davanti allo specchio e si infilò la giacca. L’immagine riflessa era quella di un uomo alto, dai folti capelli bianchi, con una figura scattante nonostante i suoi 80 anni. Aprì la finestra e si affacciò dal balconcino: non faceva freddo, purtroppo però il cielo era coperto. Aveva scelto, con l’agenzia di viaggi, l’Hotel Sant’Elia di Messina attratto dalla facciata art nouveau dell’antico palazzo che lo ospitava. Senza fretta, uscì dall’albergo e si diresse al Parco Villa Dante, poco lontano.

Era in forte anticipo sull’appuntamento e si sedette su una panchina del viale alberato coperto dalle tante foglie cadute in quell’autunno precoce.

La VII Armata americana era stata impegnata duramente, con pesanti perdite, e John ricordò con commozione quei giorni in cui l’imperativo di tutti era cercare di rimanere vivi. Il suo battaglione di fanteria era di stanza a Messina e, passati gli interminabili giorni di battaglia, lui e i suoi commilitoni si erano rilassati godendo del mare, del cibo e dell’ospitalità siciliana. Per la verità la gente del luogo non era tutta favorevole alla loro presenza. Dopo i feroci bombardamenti che avevano dovuto subire, molti non erano per nulla contenti delle “attenzioni” che i soldati riservavano alle loro donne.

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Venti passi

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Aprile 2020                                                                        Luciana Stangalino

 

VENTI PASSI

 

 

UNO. E’ il primo di febbraio. Passi lenti, trascinati, onirici. Sangue fuori, sangue dentro. Un piede dopo l’altro nella neve fresca che ha appena smesso di scendere. Un fiocco dietro l’altro. Inesorabilmente. Come i pensieri abbandonati qua e là ,che afferri con dolore, per tenerli con te. Quelli stretti e quelli spaziosi. Quelli leggeri e quelli pesanti.

DUE. Passeri in cerca di cibo. Due minuscole immagini scure su uno sfondo svuotato. Zampettano ma non lasciano segno, né suono né ritmo, discreti e lontani. Ma vivi.

TRE.  Tre per tre…per tre…ordine  e pulizia. Divise grigie, che non puoi non odiare. Per quel che rappresentano. Per il male che fanno alla storia. Ci sono uomini dentro?  Hanno le armi puntate a debita distanza dal resto del mondo ma il mondo è qui, dentro di me. Suoni ruvidi e piatti. Parole qualsiasi di disprezzo, che sporcano la neve. E, più di tutto, quella superbia incontrollabile. La superbia della razza. La vanità degli ignoranti.

QUATTRO. Passi sempre più trascinati in cerca di ricordi, di storie, di vita, di pensieri. Con l’orecchio teso per cercare un rumore che li rappresenti. Uno qualsiasi, a parte i passi. E quelle risate stonate. Tutto finisce per essere avvolto, attutito, da quella neve eterna ma leggera e fatale. Neanche là su quel camino da dove esce un filo di fumo e comincia il cielo, bianco.

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La mia mamma faceva i mattoni

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Aprile 2020                                                        Ginetta Ravera

 

 

LA MIA MAMMA FACEVA I MATTONI

 

 

Mancavano una settimana al Natale ma la mamma  era già in agitazione, come ogni anno.

In casa c’erano tutti gli ingredienti utili: le nocciole comprate alla fiera di sant’Andrea dai “Cuneesi”, le noci grandi e gustose (che io e mia sorella avevamo già più volte assaggiato di nascosto), i pinoli, l’uvetta sultanina, qualche pezzo di frutta candita, i fichi secchi di cui ero (e sono) golosissima e il marsala all’uovo, chiuso a chiave nel mobiletto bar, le uova che ci aveva portato una cugina dalla campagna, oltre agli ingredienti consueti per ogni torta.

La mattina, la mamma apriva un grosso cartoccio di carta nocciola e versava sul tavolo di marmo della cucina almeno tre chili di farina bianca.

Ne faceva una montagnetta  piuttosto alta, e poi, con le mani scavava al centro un foro come se dovesse plasmare un vulcano.

Mentre la mamma era distratta ed impegnata a sciogliere il panetto di lievito nell’acqua io, di nascosto, soffiavo sulla farina. Mi piaceva quel gioco perché  riuscivo ad alzare una nuvola sottilissima come se il vulcano si stesse risvegliando, ma la mamma non si divertiva mai troppo quando lo facevo, anzi.

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“La prova indiziaria”

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Aprile 2020                                   Ginetta Ravera

 

 

 “LA PROVA INDIZIARIA”

 

  • Anche stasera vitello tonnato, vero? – disse estraendo il coltello dal cassetto.

  • Sì, ovvio, come ogni mercoledì –

Era una domanda sciocca.

Ogni mercoledì mattina si svegliava con l’odore di brodo nelle narici perché sua moglie metteva regolarmente a lessare il magatello alle sette per farlo poi raffreddare, come doveva essere, per tutto il giorno.

Mentre la moglie toglieva dal frigo il pezzo di magatello irrigidito, freddo più di lei, afferrò il coltello affilatissimo ed iniziò a tagliare le fettine.

Solo lui sapeva tagliarle in modo così sottile.

Ci sapeva fare col coltello.

La moglie iniziò a preparare la salsa tonnata.

La preparava in un modo semplice, eppure ne veniva fuori un piatto delizioso.

Bastava frullare insieme del tonno (molto tonno) e della maionese (molta maionese) con qualche cappero.

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Un matrimonio combinato

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Aprile 2020                                                          Ginetta Ravera

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UN MATRIMONIO COMBINATO

 

 

Lunedì 12.12.2016

Giovedì mi sposerò.

Ho sentito che ne parlavano in casa ma nessuno ha chiesto il mio parere…

Mentre parlavano mi osservavano.

Qualcuno diceva che sono bellissima e che mio marito si sarebbe innamorato di me appena mi avesse visto.

Nonna Lucia, scuotendo la testa, ripeteva che avrei bisogno di un parrucchiere e di molto balsamo.

Nonna Lucia non mi ha mai amato molto.

Preferisce mio fratello Alfonso.

Ho sperato per tutto il giorno che mi dicessero chi avevano scelto per me ma non l’hanno fatto.

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In balia di me stesso

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Aprile 2020                                      Gianni Maggi

 

IN BALIA DI ME STESSO

 

 

Ero felice.

Ero un trentenne dall’aspetto attraente, non ricco ma agiato, con un ottimo lavoro e una bella casa. Frequentavo bella gente e, soprattutto, donne affascinanti. Avevo un unico grande amore : una moto MV Agusta Brutale 1000, un bolide rosso a 4 cilindri che, se fosse stato possibile, mi avrebbe fatto divorare l’asfalto a 312 Km/h !

Mi concedevo dei fine settimana da sballo, gareggiando con altri pazzi come me sulle tante curve della A7 Milano – Genova, a velocità sicuramente proibite.

Mi sentivo invincibile e mai avrei immaginato che il Dio degli incoscienti mi voltasse improvvisamente le spalle. Una domenica di settembre, all’altezza di Serravalle, in fase di sorpasso, un’auto mi strinse contro il guardrail. In una frazione di secondo, la MV volò in aria come impazzita, sbalzandomi sull’asfalto. Nell’ultimo barlume di coscienza, vidi cadere la moto su di me. Poi più nulla.

Fui portato all’Ospedale San Giacomo di Novi Ligure, dove, dai referti della TAC, risultò che avevo una frattura al polso sinistro e, principalmente, una compromissione serissima dell’arto destro, dalla spalla al carpo, rimasto schiacciato sotto la moto. Il primario di ortopedia, visto la gravità della situazione, aveva chiesto un consulto con il suo omologo del San Gerardo di Monza. Purtroppo anche questi confermò che il mio stato era talmente grave che si doveva decidere per l’amputazione dell’arto, prima che entrasse in necrosi.

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Il mistero del giardino segreto

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Aprile 2020                                                                       Anna Maria Vecchi

 

 

IL MISTERO DEL GIARDINO SEGRETO

 

Quando nel 1700 i Marchesi del Carretto di Saluzzo fecero costruire la loggia porticata che collegava il corpo della residenza con il giardino-parco all’inglese, chiuso da alte mura ancora esistenti, non avrebbero certo pensato ad un lungo abbandono con il giardino trascurato e con un’aura di mistero sviluppatasi negli ultimi cent’anni.

Il luogo era considerato infestato dagli spiriti delle giovani donne seviziate dal merchese,  contadine scomparse da Saluzzo dopo essere state   al suo servizio, nel settecento e nell’ottocento.

Quale miglior stimolo per un giovane gruppo di liceali a cercare di entrare nel parco protetto dall’alto muro con cocci di vetro alla sommità e da un robusto cancello con punte acuminate a bloccare la scalinata?

Il desiderio di scoprire se vi fosse veramente un mistero era forte, la sfida adolescenziale irresistibile come la voglia di farsi belli agli occhi di Sandra, la compagna di classe carina ed inavvicinabile che aveva occhi solo per i compagni più grandi.

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Nonno Carlo

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Aprile 2020                                                  Anna Maria Vecchi

 

NONNO CARLO

 

Nonno Carlo, classe 1890, era piccolo, tarchiato, di carnagione scura e con un naso decisamente importante. Non si poteva dire che da giovane fosse stato un bell’uomo, a quel che raccontavano la mamma e le zie.

Mamma mi parlava spesso di lui. Raccontava storie incredibili sul suo conto, ma sempre in tono molto misurato, giustificando ogni suo eccesso.  Più precisa e particolareggiata, zia Sandra parlava del nonno con un certo disprezzo e se la prendeva con la mamma: sorella maggiore e a conoscenza dei fatti avrebbe dovuto raccontare quel che stava accadendo, per cercare di fermare il nonno nelle sue sciagurate imprese.

La mamma era incline a nascondere le cose e cercava di mostrare a tutti gli aspetti positivi della personalità del padre.

Io non sapevo cosa pensare: odiarlo per il suo egoismo e la sua incoscienza o amarlo perché era stato un nonno buono e generoso.

Nel corso della sua vita nonno Carlo aveva accumulato una fortuna. Possedeva molti appezzamenti di terra che, se venduti negli anni del dopoguerra, avrebbero sicuramente reso lauti guadagni.

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Giochi della mente

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Aprile 2020                                                                     Gianni Maggi

 

GIOCHI DELLA MENTE

 

 

Questa notte ho fatto uno strano sogno.

Mi trovavo alla Stazione centrale e, dalla banchina, vedevo il viso di mio marito Franco che, dal finestrino del treno,  mi chiamava a gran voce. Ero paralizzata, incapace di muovermi. Poi il treno partiva e io ero presa da tristezza profonda nel vedere mio marito allontanarsi.

Il mattino mi sono svegliata presto e sono andata in cucina per preparare la colazione. Stavo versando il caffè nella tazzina quando ho sentito Franco entrare e salutarmi.

“Ciao Angela”

Mi sono girata sorridendo e :

“Chi è lei e come ha fatto ad entrare in casa mia ?” Per lo spavento, la tazzina mi è scappata di mano, infrangendosi a terra.

L’uomo, in pigiama e ciabatte, mi ha guardato stupito.

“Come chi sono, sono tuo marito Franco e questa è anche casa mia”

Dalla porta della cucina, è entrato Stefano, mio figlio.

“Cosa sta succedendo ?”

“Sta attento Stefano, allontanati da quell’uomo, può essere pericoloso”

“Ma mamma cosa stai dicendo ?! E’ papà !”

“Ma cosa dici, smettila con questo scherzo !! Dopo venticinque anni di matrimonio vuoi che non riconosca tuo padre ?”

I due mi hanno guardato straniti e si sono scambiati un’occhiata, spaventati.

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Il buio e il sogno

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Aprile 2020                                                                     Daniela Casellato

 

 IL BUIO E IL SOGNO

 

 

-Rimarrei ancora, ma ho paura del buio. Presto scenderà la notte. –

Sara si avviò verso l’attaccapanni, dove aveva appeso il cappotto turchese ,e con eleganza lo infilò.

-Ma  sono solo le ore diciotto. Troverai ancora gente che deve rincasare, persone che sono uscite per fare acquisti…non sarai l’unica persona che percorre il Corso Italia a piedi!

Veramente Sara… non riesco a comprendere questa tua fobia per il buio. Non devi percorrere le strade alle due di notte, a quell’ora capirei le tue remore. Al buio circola gente poco rassicurante. Ma a quest’ora…dai rimani ancora un poco così potrai vedere il quadro che ho terminato di dipingere. –

-No Manuela, non ti offendere. Non riuscirei a guardare con tranquillità il dipinto… e se tu vuoi una mia valutazione, allora devo farla quando sono serena e tranquilla. E ora non lo sono!-

Sara camminava con passo veloce sotto il porticato che scorreva lungo entrambi i lati del Corso Italia, era alto e illuminato dalla sequenza di vetrine che si succedevano.

Perché devo essere sempre così tesa quando scende il buio?  Era l’ennesima volta che se lo chiedeva, ma come al solito non aveva una risposta da darsi.

Quando era più giovane, aveva chiesto ai suoi genitori se da bambina avesse avuto qualche incidente, oppure qualche ricordo pauroso. Ma entrambi l’avevano sempre rassicurata che nella sua infanzia non era mai successo nulla di misterioso oppure di strano, anzi le avevano raccontato che per non farla intimorire non le avevano mai prospettato lo spauracchio dell’uomo nero, oppure degli zingari che portano via i bambini disubbidienti. 

E così ancora adesso lei si chiedeva da dove le arrivasse quella fobia delle strade buie e deserte, e non poteva darsi una risposta.

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Alfa e Omega

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Aprile 2020                                Luciana Stangalino

 

ALFA E OMEGA

 

Aveva due ore libere, almeno così le definiva la Norma e Halvin, al solito, aveva voglia di passeggiare. Senza però lasciarsi trasportare dai nastri, come voleva la comodità, semplicemente voglia di lasciare che le sue gambe si muovessero senza grandi sforzi, ma con dinamicità, come nelle apposite palestre.

Già questo era un po’ fuori luogo perciò degno di sospetto. E poi?

Poi guardava il cielo, riuscendo, senza fatica, a muovere i muscoli del collo, come era raro qualcuno riuscisse a fare.

Perché si sentiva attratto dall’aldilà della cupola 51? Eppure nessuno osava pensarci: c’era l’orrore, il nulla, all’esterno.

Incrociò sulle rampe Stefen, centodieci anni compiuti e nessun capello bianco né ruga sulla fronte, alzò la mano scrutandone il volto inespressivo, per cercare un segno del tempo. Che ingenuità! Il tempo scorreva senza alterare minimamente i visi e i corpi, e nemmeno le piante che Halvin produceva per lavoro, così simili a quelle di qualche secolo prima.

Il giorno e la notte si alternavano regolate dal Computer Centrale. Non c’erano sbalzi né eccezioni, il freddo e il caldo si davano il cambio sempre prevedibilmente e inesorabilmente. Gli uomini avevano distrutto poi costruito, costruito e poi distrutto città e popoli finché la violenza, la competizione, le leggi fatte e mai seguite, il potere a tutti i costi avevano tolto ogni possibilità di esistere.

Fu allora, poco prima della fine di tutto, che un gruppo di scienziati scoprì la Materia Universale e creò il Progetto Eternità, che potesse tenere al caldo la natura e con essa la vita.

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Io aspetto

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Aprile 2020                                                         Marinella Praderio

   

IO ASPETTO

 

Io aspetto immobile. Davanti a me una strada provinciale molto trafficata. Gli
automobilisti accostano, si fermano, mi pagano, prendono quello che mi chiedono e
ripartono.
Attorno a me alberi e campi che costeggiano il serpente d’asfalto, poi cascine e
capannoni isolati; in lontananza, dietro le colline, scorgo il Monte Rosa, alle mie
spalle altre montagne e la frastagliata sagoma del Resegone.
Le stagioni si susseguono mutando il paesaggio che mi circonda: dopo il macchiaiolo
autunno gli alberi spogli mostrano, tra gli intrecci dei rami, qualche nido vuoto e, più
in là, una macchia di sempreverdi, che d’estate è nascosta alla vista dai boschetti di
robinie. Alcuni rami di abete somigliano a lanosi mammut che, nelle giornate
ventose, sembrano voler scappare ululando.

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Dialogo…dei minimi sistemi

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Aprile 2020                                                                               Ginetta Ravera

 

 

DIALOGO…DEI MINIMI SISTEMI

 

A –  Ciao…

B – Chi non muore si rivede…

A  – Ci si vede solo ad ogni morte di Papa, eh…

B –   Vuolsi così, colà dove si puote…

A –  Come ti gira?

B –  Senza infamia e senza lode. E tu?

A –  Sto come un Papa.

B –  Hai smesso di correre la cavallina?

A –  Giocoforza. Ho perso la trebisonda per una casalinga di Voghera.

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Nel buio

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Marzo 2020                                                Claudio Gaspari

 

NEL BUIO

 

Il buio è spaventoso.

Gli occhi sbarrati si riempiono di spettri luminosi che danzano nell’aria. Sono fugaci scintille che ondeggiano nelle pupille offuscate.

Disteso, le braccia lungo il corpo immobile, fatico a respirare.

Boccheggio a tratti,  inalando i miasmi che mi avvolgono.

Intorno a me l’aria è afosa, carica di umidità e sa di muffa.

Sono disperso nell’incubo assurdo che mi circonda  e allora provo ad allungare le mani per  restare  attaccato alla realtà.

I miei palmi avvertono il legno grezzo consolatore, ma anche carico di presagi, quando spingendolo con forza non dà segni di cedimento.

Allora percorro le linee irregolari che avverto sotto le dita, seguendole fin dove posso, allungandomi e tentando di alzarmi, ma sbatto sul legno che mi opprime, pochi centimetri  sopra la  testa.

Un’ondata di dolore mi percorre il corpo, il cuore pompa così forte da sobbalzare nel petto, scariche violente di adrenalina fanno fremere il profondo del mio essere.

Asciugo la fronte imperlata di sudore con la manica della camicia, stringo forte le tempie per tentare di lenire le fitte atroci che bucano il cervello.

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Figura in ombra

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                                                                  Marzo 2020                                   Nicla  Magrini

 

 

FIGURA IN OMBRA

 

Mi è capitato tra le mani dopo trent’anni un portfolio con disegni e schizzi di quando frequentavo l’accademia di belle arti. Slego il cordoncino che ha perso il suo colore brillante ed estraggo con curiosità le tavole custodite all’interno. Lo faccio piano; quanti sogni accarezzati in quei quattro anni di studi. Contemporaneamente si dipana il filo della vita e ti trovi a un bivio, imbocchi la strada meno ovvia, quella dei sogni, e qui il mistero della vita lavora per te o contro di te. A me è andata bene. La settima tavola attira la mia attenzione, non è un profilo né uno studio di nudo, tantomeno un paesaggio.

C’è un’immagine di donna di spalle davanti a una finestra, una pianta con foglie oblunghe sempreverde, un’anta a vetri della finestra semiaperta. La donna di spalle mi ricorda qualcuno: ha capelli lunghi e neri, appena accennato un abbigliamento informe, forse uno scialle. No, non sono io l’autore del disegno, non posso dire ritratto tanto è confuso. Chiudo gli occhi e ricordo. E’ Titti, mia nonna. Nonno Pietro amava disegnare, faceva schizzi ad ogni cosa o persona; di sua moglie c’erano in giro decine di disegni.

La ritraeva mentre leggeva un libro accoccolata nella poltrona vecchia e comoda, ferma e pensosa davanti ad una finestra. Il ritratto che ho sempre amato sin da bambino è quello di Titti sorridente con un fascio di rose appena colte che porta al braccio in un cesto di vimini. Per me è un déjà-vu questa immagine che si ricollega a un avvenimento accaduto nel secolo scorso.

Pietro era il medico condotto di Santa Barbara, un paesino ai confini della ex Jugoslavia.

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