Archivi categoria: Racconto

Prefazione

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Luglio 2020                                            Marilia Paoli

 

PREFAZIONE

 

 

Quello delle fiabe è un mondo magico ma non per questo lontano dalla realtà.

Anche la magia fa parte della nostra vita che è un insieme di azioni atte a soddisfare i nostri bisogni primari e di fantasie rispondenti alle sollecitazioni più misteriose e indefinibili che ogni essere umano ha in sé. La tradizione popolare ci ha tramandato un gran numero di questi racconti che non si rivolgono solo ai bambini così come molti pensano, ma riprendono e ripropongono temi che risalgono a volte ai miti più antichi. Noi abbiamo cercato di penetrare questo mondo apparentemente semplice ma in realtà complesso e sfaccettato e, riflettendo su di esso, abbiamo composto delle fiabe che, pur richiamando nello schema, nei personaggi e nella trama le storie originali, le hanno modificate, usando figure e ambienti più attuali.

Ognuno ha scelto la fiaba che gli era congeniale e l’ha manipolata a suo piacere, divertendosi ma anche impegnandosi a fondo.

All’inizio della raccolta i lettori troveranno la fiaba dal titolo L’albero dei libri che è invece una creazione originale, nata dalla collaborazione e dalle idee di tutto il gruppo e sviluppata in particolare da Tiziana che le ha dato un’impronta davvero fiabesca e personale.

L’albero dei libri

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Luglio 2020                                           Marilia Paoli – Tiziana Gironi

 

L’ALBERO DEI LIBRI

 

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Il vento era cambiato. Quella sera aveva cominciato a soffiare gelido dal nord ed aveva portato la pioggia. La coccinella, che si era rifugiata sotto una foglia di vite, cercava di resistere e aspettava che passasse la notte e sorgesse un nuovo giorno.

La mattina successiva il vento diventò un venticello, anzi una brezza leggera che inebriò il suo olfatto. Recava un profumo caldo e avvolgente che rincuorò subito la coccinella. Si sporse da sotto la foglia, si diede una scrollatina alle alucce intorpidite e decise di fare un breve volo per sgranchirsi. Si sentiva allegra, perché ora il sole brillava e, pensando di essere sola, si azzardò a intonare l’unica canzone che conosceva.

Son felice e son contenta,

oggi vado a svolazzare

nel profumo della menta

ché mi voglio inebriare…

A questo punto udì un sonoro sbadiglio e una voce rauca la zittì.

– E piantala, volevo dormire ancora un po’ e tu strilli proprio sopra la mia testa -.

La coccinella si interruppe di colpo e si accorse che, sdraiato su un rametto, con il quale si mimetizzava, si allungava un grosso bruco.

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Biancaneve e i sette nani nani nel terzo…

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Luglio 2020                                              Raffaele Baroffio

 

BIANCANEVE E I SETTE NANI NEL TERZO MILLENNIO

Liberamente ispirato alla fiaba omonima dei Fratelli Grimm

 

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I nanetti, prima dell’arrivo di Biancaneve, avevano abitudini consolidate e non brillavano certo per ordine e pulizia. I bicchieri conservavano sui bordi le tracce di quanto avevano mangiato, residui sulle labbra che non avevano mai previsto l’utilizzo di tovaglioli. Le posate mostravano un perenne ricordo di cibi passati. Il fondo dei bicchieri, poi, denunciava il contenuto: quasi sempre vino. I letti, abbandonati di fretta al mattino per recarsi in miniera, erano ancora disfatti allo stesso modo di sera, quando si coricavano stanchi. Gli abiti, sporchi di polvere e carbone al ritorno a casa, si tingevano di residui di cibo. Gli strati si moltiplicavano. Nessuno pensava a lavarli. Tantomeno a rammendarli quando si strappavano. Insomma l’acqua e il sapone non sembravano proprio far parte delle abitudini di quella combriccola. Entrò, a ragione, nella parlata comune, l’espressione “Il bicchiere dei nanetti…” per indicarne uno davvero sporco. Venne poi l’era di Biancaneve: per ringraziarli di averla salvata, la giovinetta si era impegnata per dare ordine e pulizia alla casa, ai vestiti, alla tavola. Insomma aveva rivoluzionato la vita di sette lavoratori, tanto indefessi, quanto sporchi. Se, quando Biancaneve entrando la prima volta in quella casetta, era stata quasi respinta da un tanfo irrespirabile, ora chi vi metteva piede percepiva subito un profumo accogliente e non poteva non notare un ordine che solo una donna riesce a dare a una dimora. Ma poi Biancaneve aveva deciso di imprimere una svolta alla sua vita. Non voleva essere serva per il resto dei suoi giorni. In cambio di cosa poi? Poteva ottenere ben altro, sfruttando la sua immagine e avvenenza. Di lì era partita la sua trasformazione.

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I tre porcellini

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Luglio 2020                                                                                  Cristina Bianchini Massoni

 

I TRE PORCELLINI

Liberamente ispirato alla omonima fiaba tradizionale nella versione di Joseph Jacob del 1890

 

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A casa Pigs c’era grande fermento e nell’ “andirivieni” generale l’euforia era palpabile: i tre figli di Mr. e Mrs. Pigs si preparavano a traslocare. Tutto era iniziato il mese prima, quando il signore e la signora Pigs avevano parlato ai figli a cuore aperto.

-Ragazzi miei – aveva detto con voce seria papà Pigs – è giunta l’ora per voi di fare la vostra vita. Siete diventati grandi e potete ormai vivere in modo indipendente in una casa tutta vostra-.

-Siete liberi di andare dove volete – aveva aggiunto mamma Pigs con dolcezza.

-Io e papà capiamo che voi sentiate l’esigenza di vivere come vi piace, magari anche in modo diverso da noi. E poi è giusto che, alla vostra età, iniziate a prendere in mano la vostra vita, cercando di mantenervi da soli e di gestire in modo autonomo le vostre giornate -.

-Quindi cercatevi al più presto una sistemazione- concluse sbrigativamente papà Pigs.

Dal piccolo paese di campagna decisero quindi di traslocare in città, che   avrebbe offerto più opportunità e dove la vita si svolgeva secondo ritmi più moderni e dinamici.

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Le fate

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Luglio 2020                             Ivano Bressan

 

LE FATE

Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Charles Perrault

 

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“QUESTA SERA, A GRANDE RICHIESTA, TORNANO LE FATE, ALLE ORE VENTITRE’ E TRENTA ALLA DISCOTECA LUNA ROSSA, LUNGOMARE DELLA REPUBBLICA, MISANO ADRIATICO”, gracchiava l’altoparlante montato su una Panda Van rossa, con la scritta sulla fiancata e una bandierina attaccata all’antenna dell’autoradio.

– Ma chi sono ‘ste fate? – chiese una signora distesa sul lettino in riva al mare, al bagno “Sirena” di Rivazzurra di Rimini.

– Ma come? non lo sai? – la rimproverò l’amica, mettendosi a sedere su lettino vicino – Come fai a non saperlo? ma dove vivi! Sono due ragazze, per essere precisa due gemelle, che cantano e ballano il liscio in versione dance, con l’orchestra “Romagna nostra” di Lugo di Romagna. Sono una bionda e l’altra mora, si dice che una assomigli al padre e l’altra alla madre, lui svedese, lei romagnola purosangue. Si sono conosciuti, i genitori intendo, sulla spiaggia di Miramare, vent’anni fa o poco più, è stato amore a prima vista, durato poco però, un anno o giù di lì, poi lui, biondo, bello e di gentile aspetto, è tornato in Svezia, e lei, piccola, mora e una grinta da vendere, è rimasta qui, con le bimbe da allevare. Ne ha fatti, di sacrifici, dicono, per tirarle grandi, ma ora, gestendo la carriera delle ragazze, si sta rifacendo ampiamente delle spese sostenute per crescerle.

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Scarpette rosse

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Luglio 2020                                       Daniela Casellato

 

SCARPETTE ROSSE

Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Hans  Christian Andersen

 

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Il batuffolo di pelo marrone aveva sollevato una zampina e la stava fissando con i grandi occhi che sembravano umidi di pianto.  Diana aveva scoperto il cucciolo dentro una scatola di cartone. I guaiti dell’animale l’avevano condotta sino a quell’angolo, dove erano accatastati scatoloni e cassette di legno. L’aveva estratto dal contenitore e aveva cercato un angolo libero dall’immondizia, dove appoggiarlo, ma inutilmente.

Non esisteva uno spazio pulito, così l’aveva adagiato sull’asfalto, poi aveva cercato su di lui un qualche segno di riconoscimento, ma ne era privo.

– Batuffolo, cosa devo farne di te? No, no, non leccarmi i piedi! –

Il cagnolino si era avvicinato lentamente, scodinzolando con il moncone di coda color stoppa; ora le leccava l’alluce del piede sporgente libero nei sandali alla francescana di cuoio marrone.

– Non guardarmi in quel modo! Sì, lo so, sei piccolo… hai bisogno di protezione…ma… non posso portarti a casa.  Mi devi capire, anch’io dipendo da altri; gli zii mi devono mantenere e non posso aggiungere un’altra bocca da sfamare. Ora io me ne vado e tu non mi devi seguire. Hai capito? –

Diana finì il discorso al cane con un tono di voce militaresco e con il dito che fendeva l’aria, poi, cercando di vincere il desiderio di raccoglierlo e portarlo con sé, si costrinse ad allontanarsi da quel luogo senza voltarsi indietro.

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La ragazza dalle trecce d’oro

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Luglio 2020                Maria Teresa Colombo

 

LA RAGAZZA DALLE TRECCE D’ORO

Liberamente ispirato alla fiaba “ Raperonzolo” dei fratelli Grimm

 

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Un piccolo bruco incontrò sul suo cammino una coccinella che gli chiese:- Dove vai? –

– Sto andando verso un bellissimo campo pieno di raperonzoli dai fiori viola, che ho visto in sogno -.

La coccinella osservò:

– Non ti conviene: se il contadino ti scopre, certo ti schiaccerà -.

Ma il bruco, testardo, continuò il suo cammino.

Giunto nel campo fiorito, si trasformò in una grande farfalla dai colori vivaci. Sentì in quel momento una voce melodiosa e si mise a seguire la bellissima fanciulla dalle trecce d’oro che stava cantando mentre passeggiava tra i fiori viola dei raperonzoli. Lo faceva così spesso che tutti ormai la chiamavano Raperonzolo.

Ma l’aveva udita anche un uomo che aveva cattive intenzioni.

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La bambina dei fiori

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Luglio 2020                                                                   Fedora D’Annucci

 

LA BAMBINA DEI FIORI

Liberamente ispirato alla fiaba “La piccola fiammiferaia” di Hans Christian Andersen

 

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Un’aria di mistero avvolge l’ultima casa di Miluna, un grappolo di piccole costruzioni in pietra come ve ne sono tante nelle valli alpine.

Appare all’improvviso ai temerari che percorrono la strada tortuosa verso lo spiazzo da cui partono i sentieri per raggiungere le vette.

Il grigio dell’ardesia che la ricopre fa tutt’uno col colore della roccia a cui è abbarbicata e la nebbia che spesso l’avvolge e la nasconde le è valso il nome di “Casa che non c’è”.

Dalle finestre non filtra mai la luce, dal camino sul tetto spiovente non si è vista uscire da anni nessuna colonna di fumo, neanche nei freddi inverni che caratterizzano i luoghi di alta montagna.  Solo due tronchi di abete, scavati e usati come fioriere e posti sul retro della casa, dicono che qualcuno vi abita.

Cosa nasconde quella casa se tutti i pochi abitanti del posto non vogliono parlarne?

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Cinque in un baccello

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Luglio 2020                                      Antonia De Bernardi

 

CINQUE IN UN BACCELLO

Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Hans Christian Andersen

 

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Su una pianta di pisello erano cresciuti tanti baccelli.

In uno di questi, più piccolo degli altri, di giorno in giorno ingrossavano cinque fratelli. Siccome vedevano solo il verde della loro casina, pensavano che tutto il mondo fosse verde e, non avendo altro da fare se non ingrassare, fantasticavano sul futuro.

– Io volerò lontano,- sosteneva uno-perché diventerò un astronauta. Tutti parleranno di me. Sarò il primo pisello ad esplorare lo spazio-.

– Che ti credi, sarò io il più importante-assicurava il secondo- sono o non sono il più grosso? Potrei diventare presidente della repubblica, anzi, magari anche re. Sarò ricco e potente, e voi verrete nominati miei ministri-.

– Io invece, – diceva quello che stava nel mezzo – ancora non so in che cosa diventerò famoso, ma certamente questo avverrà, e voi sarete orgogliosi di essere miei fratelli-.

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La sirenetta

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Luglio 2020                             Ada Faggionato

 

LA SIRENETTA

Liberamente ispirato alla fiaba omonima di Hans Christian Andersen

 

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Nel mare profondo, dove i pesci nuotano felici e hanno le loro dimore, c’è anche qualcuno che pochi hanno visto e incontrato.

E’ la Sirenetta che, insieme con le sue sorelle, si diverte ad osservare le conchiglie che contengono perle meravigliose che, una volta pescate dagli uomini, servono ad adornare le grandi dame e le regine, anche se lei non lo sa.

La piccola sirena trascorre le giornate senza chiedersi che cosa c’è sulla terraferma. Sa che i pescatori affondano le reti nell’acqua profonda per catturare i pesci e che deve stare lontano da loro, perché potrebbe finire anche lei in una rete.

La Sirenetta, però, è curiosa e un giorno si avvicina troppo ad una di esse, così viene catturata e finisce su una barca dove i pesci si dibattono senza poter fuggire.

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Cenerentola

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Luglio 2020                                            Tiziana Gironi

 

CENERENTOLA

Liberamente ispirata all’omonima fiaba di Charles Perrault

 

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Perché mai doveva continuare a vivere con loro? Non ne poteva più della sua famiglia, compreso suo padre.

Emma chiuse il libro che stava leggendo, appoggiò i gomiti sul piano della sua piccola scrivania e si coprì gli occhi con le palme delle mani.

Rifletté per l’ennesima volta sul piano che progettava, cercando conforto nel pensiero di sua madre, Melania, che l’aveva amata teneramente, senza soffocarla con il suo bene.

Le aveva insegnato ad amare il bello, l’arte e la musica e, assecondando le sue inclinazioni, l’aveva iscritta a una scuola di danza e di canto. Ma Melania era morta quando Emma aveva quattordici anni.  Erano rimasti soli, lei e papà Enrico, smarriti davanti al baratro che la morte aveva aperto davanti a loro. Piano piano però la vita aveva ripreso il suo cammino quotidiano ma presto per Enrico era sorto un altro problema.

Spesso passeggiava nella sua fabbrica di scarpe che non era più animata come un tempo perché aveva dovuto licenziare del personale e, alla fine, aveva deciso di venderla. Non gli era stato difficile trovare un compratore dello stesso ramo ed in quell’occasione aveva conosciuto Luciana, titolare dell’azienda acquirente. Si innamorò di lei, che era divorziata e madre di due gemelle. Per Enrico era stato un colpo di fulmine per quella donna bella ed energica. Dopo pochi mesi si erano sposati.

Enrico era un buono, ma anche un debole e si era lasciato soggiogare da Luciana. Si era trasferita con le figlie, che avevano due anni più di Emma, nella bella villa di Enrico, dove le ragazze avevano preso possesso di due camere che avevano arredato secondo i loro gusti, senza trovare nessuna opposizione da parte del padrone di casa. Emma aveva vissuto malissimo il matrimonio del padre, era ancora troppo fresco il ricordo della mamma, e le tre intruse le erano state subito antipatiche.  Luciana (che lei dentro di sé chiamava Lucifera) non perdeva occasione per rimproverarla per qualche supposta mancanza, naturalmente solo quando non era presente Enrico. Le sue sorellastre, cresciute nel lusso e viziate dalla madre, passavano le giornate studiando poco e uscendo molto con un gruppo di amici altrettanto svogliati e viziati.

Emma non aveva trovato altro modo per difendersi che isolarsi nella propria camera e continuare a dedicarsi allo studio e alle sue passioni, la danza e il canto, che continuava a coltivare in sordina. Un giorno, nel telegiornale, avevano parlato di uno spettacolo musicale “Cenerentola”, per cui stavano cercando la protagonista e avrebbero fatto un casting a Milano. Aveva trovato in Internet il sito del musical e si era prenotata via e-mail.

Emma abitava a pochi chilometri da Milano, e aveva deciso di partecipare al casting senza dire niente a nessuno, nemmeno al suo papà, perché era ormai maggiorenne.

Scostò le mani dagli occhi e guardò la foto di sua madre che le ricambiava lo sguardo.

– Io vado, mamma, le disse, tu mi avresti approvata, lo so, sono sicura -.

Poi andò a letto, senza riuscire a prender sonno per molte ore. L’alba di quel mattino di settembre la trovò ancora sveglia.

Durante la colazione annunciò a suo padre:

– Papà, oggi vado a Milano a fare un giro in centro, tornerò stasera -, e quindi si alzò da tavola.

– Va bene, piccola, a stasera allora -.

Emma salutò educatamente e freddamente Luciana e le sue figlie, Sibilla e Morgana (a Emma parevano due nomi da strega).

Prese il treno insieme a una folla di pendolari.

Aveva preso con sé il suo talismano: il suo primo paio di scarpette da ballo, che papà le aveva fatto confezionare su misura in fabbrica, quando lei, a sei anni, aveva iniziato a studiare danza. La mamma, perché non le confondesse con quelle delle altre bambine, aveva scritto all’interno di ognuna, con il pennarello indelebile, il suo nome. Emma le aveva messe in un sacchetto di stoffa rossa che aveva legato al suo zaino.

Sul treno rimase in piedi, non c’erano posti a sedere.

Alla prima fermata salì altra gente, ed Emma si trovò schiacciata contro un ragazzo. Erano così vicini che si sentiva imbarazzata. Lo guardò e disse:

– Scusa, ma non c’è spazio -.

Lui la guardò canzonatorio:

– Figurati, direi che è un piacere, non ti devi scusare -.

Emma avvampò e sorrise.

– Vai a Milano? – attaccò lui.

– Sì, – rispose laconica lei.

– Lavori a Milano? –

– No, ci vado a fare un giro -.

Lui, appena vista Emma, era rimasto folgorato dalla sua bellezza, dai suoi colori chiari, dallo sguardo limpido. Era deciso a continuare la conversazione, ma non era facile su quel treno affollato in cui stavano tutti uno addosso all’altro.

Arrivati alla stazione di Porta Garibaldi, il treno si vuotò. Emma procedeva veloce verso la metropolitana.

Anche a lei il ragazzo piaceva, ma il suo pensiero era troppo concentrato su ciò che doveva fare quella mattina.

Mentre scendeva le scale della metro, lui sempre dietro,  insistente, disse:

– Dai, dimmi dove vai, non posso venire con te? –

Emma decisa replicò

– Scusa, ma proprio non puoi, non insistere”

Nel frattempo era arrivato il treno, la ragazza salì insieme a una folla di gente e lui, spavaldo, cercò di seguirla, ma le porte gli si chiusero proprio in faccia.

Ma …

Tutto potrebbe finire qui e noi non sapremmo più nulla di questi due ragazzi, li lasceremmo al loro destino di reciproco rimpianto. Per farli incontrare di nuovo ci vorrebbe l’incantesimo di una fata buona, ma le fate in questa fiaba non possono intervenire perché, non essendo una specie protetta dal WWF, si sono estinte.

Per fortuna, però, c’è sempre il caso, o la provvidenza, a seconda dei punti di vista.

Il sacchetto con le scarpette di Emma, nella calca, si era staccato dallo zaino della ragazza ed era caduto sul marciapiede della metropolitana, mentre il treno partiva.

Il ragazzo l’aveva visto, l’aveva prontamente raccolto e l’aveva sventolato sperando che Emma potesse vederlo, ma lei non se ne era accorta.

Allora lui, che si chiamava Davide, rimasto sul marciapiede con in mano il sacchetto, pensò che difficilmente avrebbe rivisto la ragazza, a cui non aveva fatto in tempo a chiedere il nome.

Guardò il sacchetto di tela rossa che aveva in mano e lo aprì: dentro c’era un paio di scarpine da ballo bianche e piccole, da bambina. Le rigirò tra le mani, e vide all’interno il nome Emma.  Almeno adesso sapeva come si chiamava, ma non aveva altri indizi per rintracciarla. La bella giornata di settembre sembrò all’improvviso oscurarsi, e un velo di delusione e tristezza coprì i suoi pensieri, ma Davide era un ragazzo positivo e decise di tenere con sé le scarpette come ricordo.

Nel frattempo la ragazza era arrivata al teatro dove avrebbe avuto luogo l’audizione.

Emma si era accorta di aver perso le scarpette e si sentì come se la determinazione l’avesse abbandonata, ma sapeva che la prova da affrontare era per il momento l’unica occasione che la vita le offriva per sottrarsi a un presente invivibile. Questo pensiero le diede nuovo coraggio, ed entrò a testa alta nel teatro.

Alla fine di quella giornata, Emma faceva parte di un primo gruppo di ragazze scelte per una seconda audizione, che avrebbe avuto luogo entro pochi giorni.

Qualche giorno dopo, ritornò a Milano.

Sul treno si guardava intorno, sperava di rivedere quel ragazzo simpatico e spavaldo che l’aveva seguita fino alla metropolitana.  Le pareva che le avesse portato fortuna, con la sua allegria. Questa volta non aveva con sé né le scarpette né il ragazzo del treno. Era ancora Settembre, ma il tempo era grigio, anticipo d’autunno, e le pareva che tutto sarebbe andato storto.

Invece, durante la prova di danza e canto Emma si sentì scorrere dentro un’energia quasi soprannaturale; all’ improvviso non vide più nessuno attorno a sé, era da sola sul palco, padrona della sua voce e dei suoi passi.

Quello che le pareva quasi impossibile si avverò: fu lei la prescelta per impersonare Cenerentola.

Il musical avrebbe attraversato tutta l’Italia, e avrebbe avuto inizio tra sei mesi.

Davide aveva conservato il sacchetto rosso con le scarpette da ballo. Non sperava più di trovare Emma.

Ripensò a quel giorno, sul treno. Non sapeva nemmeno a che stazione era salita lei.  Ogni tanto prendeva in mano le scarpette e le guardava come se potessero dargli qualche notizia della loro padroncina. Non gli usciva di mente, quella ragazza, anche se ormai erano passati sei mesi, da quel giorno. Poi, improvvisamente, accadde qualcosa che cambiò il corso del destino.

Una sera Davide si sentiva particolarmente triste, cosa che non era nel suo carattere, sempre allegro e brillante. Sedeva alla tavola preparata dalla domestica per tutta la sua famiglia: mamma, papà e due fratelli più piccoli di lui. Vivevano tutti in una bellissima villa del 1700, dei suoi antenati, nella campagna lombarda.

Nonostante le ricchezze Davide e i suoi fratelli erano stati cresciuti con una certa severità, e non sperperavano i soldi di cui disponevano.

Quella sera si alzò da tavola senza finire la cena e disse che andava in camera sua.

Uscì dalla sala da pranzo e andò dritto nella sua camera.

Si sdraiò sul letto, e non pensò nemmeno di mettersi a studiare.

Accese la televisione: guardò per qualche minuto un film di fantascienza, poi girò un po’ di canali senza trovare nulla che lo interessasse.     Cambiò ancora e finì su un canale dove stavano trasmettendo un spettacolo musicale dall’ Arena di Verona.

La telecamera si avvicinò al palco, dove un gruppo di attori in costume stava cantando. Subito dopo entrò in scena una ragazza vestita di stracci, con una scopa in mano, che iniziò una danza lieve mentre cantava una canzone sulle note di una musica triste. La guardò distrattamente, aveva qualcosa di noto, ma non riusciva a capire cosa. La telecamera si avvicinò lentamente a lei: ora era di spalle, seduta vicino a un camino spento e stava piangendo, poi si alzò e si voltò verso il pubblico. La telecamera la riprese in primo piano, e a questo punto Davide sobbalzò sul letto, lasciando cadere il telecomando: era LEI! ERA EMMA!

– No! Non è possibile! – quasi gridò.

Si avvicinò al televisore, come per vederla meglio.

Non c’era dubbio, era lei, proprio lei.

Verificò il programma di quel canale e scoprì che si trattava di Cenerentola, fiaba trasformata in musical. Guardò Emma cantare e danzare e gli sembrò ancora più bella di come la ricordava.

Si precipitò al computer e, attraverso Internet, scoprì che lo spettacolo nei prossimi giorni sarebbe arrivato a Milano.

Cercò di calmare l’eccitazione che lo aveva preso.

Andò a prendere dall’armadio le scarpette bianche, le accarezzò e le rimise via.

Due giorni dopo era tra il pubblico del Teatro Luna, a Milano. Finito lo spettacolo, ricco di luci, colori e splendidi costumi, si appostò all’uscita degli artisti.  Attese a lungo, finché la vide uscire insieme ad altre ragazze.  Non poteva attendere oltre. La chiamò:

– Emma! –

Lei guardò nella sua direzione, ma, ancora frastornata, non lo riconobbe subito. Lo guardò una seconda volta e si ricordò di lui: era il ragazzo del treno, di quel suo primo viaggio verso la sua nuova vita.

– Oh, ciao…- e poi non seppe più cosa dire.

– Come …. Ma … come hai fatto? –

Lui non rispose, e le allungò un sacchetto di tela rossa.

– Le scarpe che hai perso sulla metro, mi hanno detto il tuo nome. E il caso ha voluto che ti vedessi alla televisione e ti riconoscessi -.

– Ero disperata per averle perse, non sai che valore hanno per me. Grazie, grazie grazie. Non so nemmeno come ti chiami -.

– Davide –

Sembrò naturale a entrambi prendersi per mano e allontanarsi insieme dal teatro.

Come Cenerentola, grazie alle scarpette, Emma aveva trovato il suo Principe Azzurro.

Qualcuno si chiederà che fine abbiano fatto Lucifera, Sibilla e Morgana.

Le gemelle, invidiose di Emma, hanno tentato anche loro la strada dello spettacolo, ma siccome sono brutte e sgraziate, sono riuscite solo a farsi assumere dalla compagnia dei “Legnanesi” , non certo come attrici, ma come aiutanti tuttofare.

La loro madre, ormai in rotta con Enrico, se ne è andata senza lasciare indirizzo.  Nessuno ne ha più saputo nulla. Enrico, finalmente libero da cotanta donna, ha ripreso in mano le redini della sua vita e della sua fabbrica, e non appena può raggiunge la sua amata figlia nelle tappe della sua tournée.

Il soldatino di stagno

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Luglio 2020                                   Maria Luisa Meraviglia

 

IL SOLDATINO DI STAGNO

Liberamente spirato alla fiaba omonima di Hans Christian Andersen

 

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Sui vecchi scaffali ormai relegati in soffitta, giacciono scatoline, scatoloni, sacchetti pieni zeppi di oggetti in disuso.

Creano disordine ma, per una ragione o per l’altra o per motivi personali, i proprietari non hanno per niente voglia di disfarsene.

Tra le tante cose sparpagliate intorno, vi è anche un carillon a forma di cuore con al centro una ballerina vestita di un tutù in pizzo rosa, calzamaglia e scarpette bianche,

E’ bella, slanciata ed elegante. Il segreto della sua presenza è presto svelato: lei è l’animatrice della soffitta ed è per questo che, al contrario di altri giochi in disuso, non ha polvere addosso.  Quando scende la sera e regna il silenzio in quell’ambiente dimenticato, lei si anima e lo risveglia.

Fa tutto da sola: prima apre gli occhi, poi si guarda attorno e comincia a muovere vigorosamente braccia, fianchi, piedi.

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Una notte insonne

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Luglio 2020                                Camillo Mauri

 

UNA NOTTE INSONNE

Liberamente ispirato alla fiaba “ La principessa sul pisello” di Hans  Christian Andersen

 

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Quel mattino, Carlotta si era svegliata prima del solito; aveva dormito male, ossessionata da un pensiero che la tormentava da qualche tempo: cosa fare della sua vita.

Unica figlia del principe Aldobrandeschi, aveva venticinque anni, era bella, ricca e laureata a pieni voti in scienze politiche. Vi erano quindi tutte le premesse per essere felice, ma tutto questo a lei non bastava, voleva agire, fare qualcosa per dare un senso concreto alla sua vita.

Quando ne parlò con il principe Ruggero, suo padre, questi si arrabbiò moltissimo.

– La famiglia Aldobrandeschi è nobile e ricca da molte generazioni e nessuno dei suoi membri ha mai pensato di lavorare; togliti quindi dalla mente questa insana idea e pensa piuttosto a sceglierti un marito fra tutti quei giovani nobili che frequentano la nostra casa -.

A queste parole, Carlotta si rifugiò in camera sua e pianse, per quanto avesse previsto la reazione del Principe suo padre, non immaginava un rifiuto così deciso.

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Hansel e Gretel

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Luglio 2020                                                     Giuseppe Olgiati

 

HANSEL E GRETEL

Liberamente ispirato all’omonima fiaba dei fratelli Grimm

 

 

Hänsel e Gretel vivevano in un quartiere verso il porto, in una di quelle strette viuzze della città vecchia. Dopo l’inizio della grande crisi economica, nell’autunno del 2008, il padre aveva perso l’impiego in banca e fu costretto ad inventarsi ogni giorno un nuovo lavoro: talvolta vendeva ferri vecchi, altre volte riparava elettrodomestici usurati, raramente era chiamato per piccoli lavori di manutenzione delle case e spesso non veniva neppure pagato. Hänsel e Gretel erano gli unici figli rimasti nella casa dei genitori, perché gli altri fratelli erano emigrati in Germania in cerca di fortuna.

Una sera Gretel aveva sentito, di nascosto, un dialogo tra i genitori.

– Non possiamo più mantenere i nostri figli – disse la madre, – non abbiamo più soldi –

Hänsel e Gretel furono così costretti ad abbandonare la scuola e a vivere d’espedienti.

Uscivano da casa il mattino presto per mendicare, oppure rubavano e si picchiavano con gli altri bambini come animali che volessero spartirsi la preda.

Di notte non riuscivano a dormire per la fame e non potevano dirlo ai genitori: l’opulenza del ventesimo secolo era diventata un antico ricordo.

Hänsel scriveva poesie e pensava alla musica che meglio si adattasse a quei testi. Aveva già dimostrato un precoce talento per la musica: a tre anni batteva i tasti del pianoforte senza errori, a quattro suonava brevi pezzi, a cinque componeva brani originali. Già nei suoi primi anni aveva sviluppato il cosiddetto “orecchio assoluto” vale a dire la capacità di identificare una nota musicale avendola ascoltata anche una sola volta.

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Cappuccetto Rosso

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Luglio 2020                                                                   Cappuccetto Rosso

 

 

CAPPUCCETTO ROSSO

Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Charles Perrault

 

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Ginevra, la nonna di Veronica, era una donnina estroversa, magra, bassa di statura, con un caschetto di capelli biondo cenere sempre in ordine ed un bel sorriso rassicurante.

Lavorava come sarta presso l’atelier di Valentino e, anche se nell’ultima settimana della moda milanese la “Maison” non aveva sfilato, non si era persa una presentazione delle nuove collezioni, scrutando con i suoi chiari occhi curiosi ogni particolare inedito e fotografando mentalmente le nuove tendenze. Si era ritirata infine, esausta, nel villino che possedeva a Bulgarograsso o meglio nel Parco Pineta, un bosco un po’ fuori dal borgo. La figlia Erika abitava nel centro del paese, che contava circa 4000 anime, dove tutti si conoscevano e quasi nessuno chiudeva a chiave la porta di casa durante il giorno. Da qualche tempo però, da quando un certo Adalberto Lupo era venuto ad abitare nel tranquillo paesello ed erano iniziati furti e rapine nelle ville, le abitudini dei bulgaresi erano cambiate e Ginevra, che era spesso lontana da casa, aveva fatto istallare un sistema di allarme collegato con la sede dei vigili urbani.

Veronica, saputo che la nonna era tornata da Milano, non stava più nella pelle, voleva andare a trovarla prima possibile sfoggiando la sua mantella di velluto rosso con cappuccio, che Valentino in persona aveva disegnato per lei e la nonna le aveva confezionato e regalato per il suo tredicesimo compleanno.

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Barbablu

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Luglio 2020                                                Ginetta Ravera

 

 

BARBABLU

Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Charles Perrault

 

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Il trafiletto bordato in blu elettrico campeggia, come ogni lunedì, sulla pagina degli annunci di un quotidiano locale: “Giovane laureato, ricco, educato, con lieve difetto fisico cerca ragazza italiana, simpatica e intelligente scopo matrimonio. Le interessate possono scrivere una mail a evarblue@gmail.com , allegando una foto”.

Fiorella piega il giornale in modo che il trafiletto sia bene in vista e lo porge alla figlia. Renata, che sta per compiere trent’anni, non è mai stata fidanzata.

Secondo lei, col carattere che si ritrova, non troverà mai marito.

Le piacerebbe che la figlia mettesse su famiglia, così la smetterebbe di guardare per ore la televisione e non avrebbe più tempo, né voglia, di twittare e di leggere tutte le pagine di gossip dai vari motori di ricerca in internet.

– Hai letto il giornale di oggi, Renata? –

– No, mamma, lo sai che non lo faccio mai. E’ tanto più comodo leggere le news su internet. I giornalisti sono troppo logorroici, non vanno mai al dunque; si perdono in descrizioni e preamboli -.

– Ma ci sono annunci interessanti, a volte, sui giornali. Hai visto questo, per esempio? –

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I cigni selvatici

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Luglio 2020                                                          Franca Giuseppina Rossi

 

I CIGNI SELVATICI

liberamente ispirato alla omonima fiaba di Hans Christian Andersen

 

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Quella fredda e umida mattina di gennaio Dionne si avviò al lavoro con passo svelto. Come al solito, era in ritardo. Viveva da sola e doveva badare a tutte le incombenze, ogni mattina si occupava di due criceti, due canarini e tre tartarughine; inoltre tutto il suo tempo libero lo dedicava al volontariato. Era una giovane attivista dei diritti degli animali che amava smisuratamente.

Per abbreviare il percorso, decise di passare attraverso uno stretto vicolo dal selciato dissestato. Da una porta semiaperta usciva una melodia magica. Come se fosse trascinata da una forza misteriosa, la ragazza entrò, salì le rampe di scale e si trovò in una vecchia soffitta abbandonata. Al centro del locale giaceva una grande arpa ricoperta di polvere. Attraverso una finestrella penetrava una luce abbagliante che sfiorava le corde dello strumento che vibrando emettevano note armoniose.

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Il brutto anatroccolo

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Luglio 2020                                             Valentina Terravazzi

 

IL BRUTTO ANATROCCOLO

Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Hans Christian Andersen

 

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I raggi del sole calante, infiltrandosi tra i giunchi, depositavano guizzanti barbagli dorati sul grande stagno dei Giardini Inglesi.  La vegetazione tingeva l’acqua con mille sfumature di verde cangiante, dal cadmio al cinabro, fino alle più cupe tonalità del muschio. Una meravigliosa sinfonia di toni che la natura, da grande maestra d’orchestra, dirigeva con mani sicure. La brezza portava a pelo d’acqua il profumo dell’erba tagliata, come una tenera carezza.

Era il tempo delle covate.

Nel nido di mamma anatra, collocato proprio nei pressi del tempietto greco che con la sua classicheggiante perfezione donava bellezza al laghetto, tutte le uova si erano schiuse, tutte tranne uno. Così, mentre i suoi graziosi anatroccoli gialli già pigolavano affamati, essa si dovette impegnare a covare ancora l’uovo ritardatario, finché non si aprì. Ne uscì un goffo anatroccolo grigio e spelacchiato.

– Ci mancava anche questa – pensò mamma anatra, che aveva ben altri motivi per essere triste, soprattutto per il fatto che il padre dei piccoli non era venuto a trovarla neppure una volta. Tutto il peso della prole gravava su di lei che doveva covare, accudire e insegnare a nuotare ai nuovi nati.

– Tutti egoisti i maschi… e poi si sa… riescono a fare una sola cosa per volta… di più non ce la fanno…prooooprio non ce la fanno! -.  Con questo mite sfogo, esalato con cadenza oraria, mamma anatra riusciva a tirare avanti con dignità.

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Quattro coristi nel Paese delle Meraviglie

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Luglio 2020                                                                               Michele Tirico

 

 

QUATTRO CORISTI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Liberamente ispirato alla fiaba  “I Musicanti di Brema” dei Fratelli Grimm

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– Una cavallina per la macelleria di Thomas! –  grida il proprietario dell’azienda agricola allo stalliere.

-Ti mando il macellaio -, aggiunge.

Questi arriva subito nella stalla, osserva attentamente due cavalline in particolare, dà quattro pacche sulle loro groppe, scatta una foto a quella prescelta e si avvia verso l’uscita, poi si ferma, si volta verso lo stalliere, che somiglia al Gervaso de “I Promessi Sposi” e gli dice.

– Mettile un segno e separala subito dalle altre, fuori dalla stalla! –

Quindi Thomas passa dall’ufficio a salutare il personale e dopo a passo spedito va verso la sua auto.

La cavallina Gelsomina capisce che il suo destino è ormai segnato: sarà tagliata a pezzi e ridotta in fettine per finire in cucina con gli altri alimenti.

Decide perciò di scappare di notte, quando tutti dormono compreso Gervaso, che fa il guardiano nella stalla.

Gelsomina strappa la cavezza e, come se stesse partecipando al Palio di Legnano, parte come una saetta ed in pochi minuti è fuori pericolo.

Galoppa, galoppa a lungo fino a quando non raggiunge un bosco, allora si ferma, si butta nei cespugli e, sfinita, si addormenta.

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