Volo in alto con il mio bimbo

Standard

.

 

Tra pochi giorni nascerà il mio primo figlio.

Come tutte le future mamme, lo aspetto con ansia, gli parlo spesso, lo accarezzo, passando lentamente una mano sul ventre e sono certa che lui mi sente. Penso al suo futuro e ho grandi progetti per lui, ma, per prima cosa, vorrei fargli un grande dono oltre a quello della vita: vorrei fargli toccare le stelle e poi portarlo sulla luna.

Durante i primi mesi dell’attesa, spesso ho guardato il cielo, specialmente di notte e, osservando le stelle, mi è sembrato che, con i loro ammiccamenti, volessero lanciare un messaggio. Lo stesso è avvenuto con la luna: mi guardava con il suo faccione tondo e luminoso e pareva dirmi:

“Vieni, qui tutto è tranquillo, qui i dolori del mondo non arrivano”.

Per questo motivo ho deciso di arrivare fin lassù con il mio bambino. Quando gli parlo, lui mi risponde a modo suo: muovendosi e scalciando mi fa capire che è d’accordo con me. E’ domenica, il mio piccolo vede la luce, lo stringo al cuore e lui mi sorride e vagisce. Forse è impaziente, mi vuol dire:

“Mamma, andiamo”.

Mi assopisco, lasciando libera la fantasia… e la nostra avventura ha inizio. Saliamo sempre più in alto, attraversiamo uno spesso strato di nubi, soffice e bianco e poi, all’improvviso, sbuchiamo in un immenso spazio azzurro, punteggiato di stelle che sfioriamo soltanto, perché il nostro volo ci trasporta sempre più su. Ed ecco la luna grande e brillante, che ci illumina con i suoi raggi e mi sorride.

Le dico:

”Siamo qui, stiamo arrivando”.

Sento che anche il mio bambino non ha paura, anzi batte le manine. Entriamo insieme in questa sconosciuta palla di luce  senza sapere che cosa ci aspetta. Non provo alcun timore,  sembra che la luna mi sostenga e, con un abbraccio, mi dia il benvenuto.

Gravitiamo nello spazio ed io mi sento leggera. Mi piacerebbe toccare il suolo e camminare, ma sono come una farfalla e sorvolo grandi crateri che esalano la loro anima e mi sorreggono. Scopro grandi bacini d’acqua verde, che sembra ghiacciata e vedo cime enormi che sembrano montagne brulle. Improvvisamente, in quella immobilità siderale, qualcosa si muove e attira la mia attenzione. Sembra uno strano animale che, nella luce lunare, manda bagliori lucenti.

Guardo giù, verso quella strana creatura e mi rendo conto che si tratta del primo astronauta che ha messo piede sul suolo lunare. Lui alza gli occhi e mi vede, non sembra stupito e, con un balzo, ci raggiunge e accarezza sorridendo il mio bimbo. Mi sento felice come non lo sono mai stata: il mio cuore, la mia mente rifiutano la realtà e vorrebbero continuare all’infinito questa avventura.

O luna, vorrei rimanere ancora nel tuo abbraccio che mi culla, ma il tempo passa. Tu mi stai sorridendo, mi strizzi l’occhio, mi fai capire che il mio bimbo ha fame e tocca a me nutrirlo. Hai ragione, Luna, sta spuntando il sole e tu illumini l’altra parte del mondo, sono fortunata ad assistere a questo eterno alternarsi del giorno e della notte.

.

Maria Teresa

Annunci

Un carnevale con le streghe

Standard

.

.

Erano anni che desideravo vedere il Carnevale di Viareggio e finalmente, nel 2006, vi andai.

Con una amica organizzai una breve vacanza proprio in quel periodo. Arrivammo a Viareggio alle sette di sera, un taxi ci portò all’albergo che avevamo prenotato da Legnano. Dopo cena uscimmo e subito ci rendemmo conto dell’euforia che regnava in tutta la città. Il  mattino successivo, verso le dieci, ci avviammo lungo le strade dove si sarebbe svolto il carnevale.

Un andare e venire di persone in maschera, tanti piccoli gazebo disseminati lungo il percorso, dove gli incaricati aiutavano i passanti a truccarsi e, su richiesta, davano anche dei piccoli kit per l’abbigliamento. Io mi ritrovai sola: avevo perso la mia amica; sperando di ritrovarla, entrai in uno di quei gazebo. Non l’avessi mai fatto, tre ragazze mi invitarono a sedermi, solo per un piccolo trucco, mi dissero, ed io accettai. In fondo era carnevale.

Quando mi guardai allo specchio rimasi impressionata: avevo la faccia di un bel gatto dagli occhi azzurri. Avevano fatto in poco tempo un bellissimo lavoro, ma non me la sentivo di andarmene per le strade così, le pregai quindi di togliermelo. Una delle tre ragazze mi mostrò un costume da gatto molto bello, e mi convinse ad indossarlo, solo per constatare come fosse perfetto con quel trucco.

Lasciai pelliccia, borsa e pantaloni e diventai una bellissima gatta. Ormai ero in gioco, tanto valeva giocare. Camminavo per la città e miagolavo, mi avevano dotato di un dispositivo che, premendo un bottone, miagolava. Era molto divertente.

Verso le due del pomeriggio iniziò la sfilata dei carri, alcuni raffiguravano dei politici, altri  mostri da far paura ai bambini, e ancora carri con le figure di Alice, Biancaneve e Cenerentola. L’ultimo era quello delle streghe, in compagnia di animaletti vari.

Io gatta, li guardavo ammirata per la bravura dei loro esecutori, quando mi sentii sollevare con forza e mi ritrovai sul carro delle streghe tra zebre, leoni, orsi e altri piccoli animali: ero in mezzo ad una giungla stregata.

Alcuni facevano il gesto di sbranarmi, altri mi si stringevano intorno per proteggermi, ero frastornata, non sapevo come ero finita su quel carro, ma ormai c’ero e tanto valeva fare la mia parte, in fondo mi stavo divertendo, era un’esperienza nuova che prima non avrei mai pensato di vivere.

Girai così per le strade di Viareggio, incitata dagli altri occupanti il carro, a miagolare fra gli applausi dei presenti. La sfilata si protrasse per ore, terminando alle diciotto, poi i carri si riavviarono verso i grandi capannoni dove erano stati costruiti. Lì mi fecero scendere.

E’ a quel punto che pensai ai miei indumenti, come avrei potuto rintracciarli? I gazebo disseminati lungo le strade erano molti, ma in quale li avevo lasciati? Mi colse una momento di panico, ero stata una sciocca, non avrei dovuto lasciarmi coinvolgere, non potevo certo tornare in albergo così addobbata.

Chiesi aiuto ad una delle streghe che mi rispose così: “Io sono una strega cattiva, non ti posso aiutare, prova con una gentile, forse lo farà”. Mi rivolsi all’altra strega e a tutti gli animaletti chiedendo il loro aiuto. Ero diventata il loro zimbello, ridevano tutti e io ero disperata.

Dove erano finiti i miei vestiti, sarei riuscita a trovare il gazebo dove li avevo lasciati? Mi guardavo intorno, non sapevo cosa fare, mi veniva da piangere. Una alla volta le maschere se ne andarono e rimasi sola.

A questo punto mi si avvicinò una ragazza con un pacco in mano, dicendomi:

“Non si preoccupi, i suoi vestiti sono qui. Quando spogliamo una persona che tanto gentilmente ci aiuta a rendere il carnevale più allegro, ci preoccupiamo di farle pervenire i suoi abiti e quant’altro ci ha lasciato.”

Per la gioia di aver ritrovato le mie cose, scoppiai a piangere. Da bellissima gatta ero tornata una signora come tante altre. Tornai in albergo, la mia amica era in ansia, non sapeva dove ero finita, la vidi molto preoccupata e la tranquillizzai, anch’io l’avevo cercata senza risultato.

Non le raccontai l’avventura vissuta, ma dissi che mi ero persa nei meandri del carnevale.

.

Maria Teresa

Via San Gregorio

Standard

.

 

L’ingresso del bar è appena al di là delle transenne, poco oltre le auto parcheggiate della polizia.

Sergio Bongiovanni si ferma perplesso davanti all’ingresso e lancia uno sguardo all’interno del locale.

Non sa se gli convenga fermarsi a far colazione come fa ogni giorno o tornare subito a casa.

Non è una mattina come le altre.  Sta anche minacciando di piovere e non ha con sé l’ombrello.

Nel bar c’è molta gente.

Decide che, non restare da solo, potrebbe servirgli ad allentare la tensione accumulata e, con piglio deciso, varca l’ingresso.

L’atmosfera accogliente lo rasserena.  I colori pastello delle pareti e la luce diffusa gli danno un immediato senso di calore: si sente in famiglia.

Gli basta fare un cenno alla cameriera perché la ragazza inizi a preparargli un caffè d’orzo molto lungo, come al solito.

– Speriamo che la polizia riesca a risolvere presto il caso. Avremo o no il diritto a stare tranquilli in questo quartiere? – dice Sergio, rivolto alla ragazza che sta porgendogli la tazzina fumante.

.

Ginetta

 

per leggere l’intero racconto cliccare sul sito:

https://www.dropbox.com/s/zuxwp7oxwckwy64/San%20Gregorio.docx?dl=0

Nessuno è perfetto

Standard

 .

 

.

Il suono del campanello la coglie di sorpresa.

La professoressa Veronica Lucci impreca a bassa voce contro la portinaia, che non è mai al suo posto e che con la sua assenza permette ai venditori di arrivare indisturbati alla porta di casa per proporre i più inutili affari del secolo.

– Perché l’assemblea di condominio non vuole accettare di sostituire il portierato con un videocitofono? –  , mormora fra sé, irritata.

Il campanello continua a suonare insistente, a ripetizione, senza tregua, e il trillo acuto le penetra nel cervello.

Con stizza Veronica abbandona i compiti da correggere sul tavolo e si avvicina alla porta.

Aprendo, avverte un gradevole profumo di spezie e legno di sandalo.

Vede un paio di jeans di buon taglio, una t-shirt blu scura, un paio di Hogan.

Non riesce a notare altro.

Avverte un bruciore fortissimo all’altezza del cuore, poi un calore liquido le bagna la camicetta e raggiunge la gonna.

Un brivido gelido la sorprende, le toglie a poco a poco le forze, la fa scivolare a terra, come una marionetta cui stiano tagliando lentamente tutti i fili.

Cade, senza neppure accorgersi che un altro odore sta già coprendo quello di sandalo speziato.

Qualche mese prima, Veronica aveva parcheggiato in una stradina laterale e si era avviata a piedi verso l’edificio che s’intravvedeva in fondo alla via  principale sulla sua destra.  Sapeva, dove dirigersi perché aveva studiato con molta attenzione il percorso sulle mappe.

 

Ginetta

.

per leggere l’intero racconto cliccare sul sito:

https://www.dropbox.com/s/34vx41wjs23kumi/Nessuno%20%C3%A8%20perfetto.docx?dl=0

 

Ma poi… che cos’è un bacio?

Standard

..

Mi piace molto camminare sulla spiaggia al tramonto, quando il cielo ricorda le tele di Monet e il sole indugia per qualche tempo all’orizzonte per farsi ammirare ma poi arrossire della propria sfacciataggine.

Mi piace soprattutto in inverno, quando la spiaggia è deserta e il sole  si corica in anticipo: in quei momenti mi sento l’unico spettatore privilegiato di uno spettacolo che non delude mai.

Cammino lentamente.

Lascio le mie orme sulla sabbia vergine con una gioia infantile e mi piace, voltandomi indietro, assistere allo sforzo che il mare fa per cancellarle e riacquistare l’illibatezza perduta.

In quei momenti amo filosofeggiare e vedere, nel lavorio delle onde, una metafora della vita: prima non ci si siamo, poi ci siamo e, mentre tentiamo di lasciare un segno del nostro passaggio, ad un tratto, non ci siamo più, esattamente come le orme sulla rena.

Ogni tanto allargo lo sguardo dall’irrequietezza del mare alla pace della pineta  (in inverno le cicale non friniscono), e mi soffermo ad osservare i tronchi scolpiti dall’acqua e trasportati all’asciutto.

Mi piace pensare che il mare stia allestendo una galleria d’arte come gesto d’amore per la terra.

A volte, anche se so che è vietato, raccolgo una radice o un ramo particolarmente contorti e li porto con me, quando torno a casa mia, in Lombardia.

Leggi il resto di questa voce

Trapassato prossimo

Standard

.

Oggi i bambini si divertono con giochi tecnologicamente avanzati.

In un tempo trapassato prossimo (quasi remoto), quando ero piccola io, il massimo della tecnologia era il telefono di casa: nero, lucido e appeso al muro, piuttosto in alto.

Per me era off-limits.  Si trattava di un oggetto solo per grandi …

Purtroppo ne ero fatalmente attratta.

Desideravo usarlo ma non avrei mai saputo come farlo senza essere scoperta e punita.

Un giorno mia madre dovette uscire per un impegno improvviso e non rimandabile. Uscendo mi raccomandò di fare la brava e di giocare con la mia cuginetta, senza far danni in casa.

Non era una raccomandazione inutile.  Ero una rompitutto seriale…

Le avevo promesso che non avrei rotto nulla ed ero sincera.

La mia cuginetta ed io avevamo iniziato a giocare “alle signore” in tinello.

Ogni tanto guardavo il telefono e mi pareva che non fosse un oggetto fragile e, nonostante il colore, non avesse un aspetto minaccioso, anzi… avrei detto che mi stava incitando a giocare con lui.  D’altronde, il gioco ne richiedeva l’uso: quale “signora” non lo avrebbe utilizzato?

Non potevo non approfittare dell’occasione.

Non  mi capitava spesso di restare in casa, da sola

La decisione fu immediata.

Avrei fatto una telefonata senza dire chi ero, per evitare una sgridata o qualche scapaccione.

Dovevo inventarmi qualcosa di particolare e…lo feci.

Insieme a mia cugina avevamo cercato nell’agenda di casa il numero del pasticciere da cui si serviva la mia mamma e io, alterando un po’ la voce, avevo detto:

– Buongiorno, sono la figlia del sindaco (tanto per essere credibile). Stasera ci saranno ospiti importanti a casa nostra e la mia mamma ha bisogno di un cabaret di cannoli (almeno 12) ma è troppo impegnata a cucinare e non può venire a ritirarli. Può portarmeli lei, per favore? Glieli pagheremo alla consegna. –

La cosa poteva essere credibile. Il sindaco aveva una figlia più o meno della mia età… Comunque, per sicurezza, avevo ordinato gli unici pasticcini che non mi piacevano –

– Ma certamente, cara Mimmina…Ve li mando subito. Salutami la tua mamma –

– Certo signora, Grazie –

Ero stupita (quasi delusa) dalla facilità della cosa.

Ho pensato che tutto fosse stato facilitato dall’autorevolezza del padre della bambina che avevo scelto e dal fatto che, nel mio paese, i telefoni erano ancora piuttosto rari.

Avevamo riso a crepapelle e poi ci eravamo rimesse a giocare alle “signore”.

La mamma ci aveva trovato tranquille, senza disastri attorno: due bambine che sembravano uscite dal “manuale della giovinetta beneducata”.

Sarebbe stato difficile però, non notare il volto scuro di mia madre e l’involucro che reggeva in mano…

Come avesse fatto la pasticciera a risalire a me e come sia riuscita a contattare mia madre in un tempo così breve è rimasto un segreto che mia madre s’è portata nella tomba…

Io ricordo solo di averle prese di santa ragione e di aver dovuto mangiare per punizione, nei tre giorni successivi, tutti i cannoli.

.

Ginetta

 

Ti voglio bene

Standard

.

Il viaggio verso Cattolica è lungo.

Elisa ha chiesto di guidare per il primo tratto di autostrada perché c’è coda e teme che ci vorranno ore ad arrivare. Meglio lasciare al marito l’ultimo tratto, in caso calasse il buio..

Clic, pin, clic…

– Renato, dev’essermi arrivato un WhatsApp. Lo leggi tu, per favore?-

– E’ della tua amica Stefania. Dice: “Come stai? Cosa mi racconti? Ti voglio un casino di bene” –

– Rispondile che sto guidando e che la chiamerò più tardi –

– Potresti anche non rispondere. Non mi sembra un messaggio importante –

– Rispondi lo stesso. Se non rispondessi, tra cinque minuti ne arriverebbe un altro. Perché fai quella faccia? –

– Niente… Lo sai che mi è sempre sembrata un po’ strana la tua amica –

– Lo so … ha scritto proprio quello che hai letto tu o ha scritto altro? –

– Beh, in effetti ha scritto: “ Cm st? K m. rak? TVUKDB”. Per questo non vorrei essere io a risponderle. Non so scrivere in quello stile –

– Scrivi normalmente. Anch’io lo faccio –

– Devo mettere in fondo il Treno a bassa velocità? –

Elisa ridacchia. La prima volta che ha ricevuto un TVB in un messaggio ha provato a dare mille interpretazioni alla sigla e quella era stata una delle tante.

– No, metti solo un ciao per chiusura –

– Elisa ma anche tu scrivi: “Ti voglio bene” con tanta facilità? –

Elisa tace. Lei e suo marito si sono detti poche volte “ti amo” e quasi mai “ti voglio bene”. Per lei la frase è tosta, implica un impegno e una dedizione costanti, qualcosa che forse si sente solo per i figli. Non è abituata a scriverla e neanche a dirla. Ha sofferto da piccola per non essersela mai sentita dire dai suoi genitori e lei stessa non aveva il coraggio di pronunciarla. Ricorda di essersi messa a piangere l’unica volta che aveva provato a dire: “Ti voglio bene, mamma” alla madre ancora sotto effetto anestetico dopo un’operazione seria. Era sicura che la sua mamma non la sentisse; aveva bisogno di dirla ma non avrebbe avuto il coraggio di spiegarne il perché alla madre.

– No, Renato, non lo scrivo e non lo dico. Lo sai. Cerco di dimostrarlo, se riesco. Infarcire di TVB o TVUKDB mi sembra un’abitudine sciocca che rende un sentimento inutile e svuotato –

– Ah, meno male –

Elisa tamburella con le dita il volante, si mordicchia le labbra, resta in silenzio per cinque minuti e poi sottovoce dice:

– Ti voglio bene, Renato –

-Anch’io Elisa …. Attenta al camion, però –

.

Ginetta